Which side are you on, l’Assemblea della minoranza Dem

Parla la minoranza

Which side are you on di Billy Bragg ad Assemblea conclusa, una canzone che è tutto un programma rispetto quanto la minoranza Dem vuole dire al Partito, dai vertici ad ogni singola persona che lo compone.

Una canzone che dice anche di più delle parole di Speranza, di Emiliano, di Rossi che hanno promosso ed organizzato la giornata di presentazione del manifesto delle “Idee e proposte per cambiare l’Italia, la sinistra, il Partito Democratico”.

Dal Teatro Vittoria di Testaccio, direttamente dalla capitale, la minoranza presenta a militanti e attivisti e assieme a loro, alla vigilia dell’Assemblea del Partito Democratico, che idea ha della sinistra e cosa crede, in questa esatta fase storica, sia necessario fare.

Una giornata che arriva dopo il fuorionda del Ministro Delrio e di quella mancata telefonata per evitare la rottura. Una giornata che arriva quasi a suggellare un momento di grande confusione politica e che si articola attraverso interventi che non lasciano spazio a troppi giri di valzer, ma che, al contrario, dritti al punto, infuocano una situazione già dì per sé calda.

Stavolta è la minoranza a parlare.

Da cosa nasce?                                                                           

Che una giornata come quella di oggi prima o poi sarebbe arrivata, si sosteneva già da molto tempo.

Poteva essere la minoranza Dem, come chiunque altro ad organizzarla. In fondo i pezzi di un partito che nasce il 14 ottobre 2007 si erano già persi nel corso degli anni, ma in maniera particolare da quando Matteo Renzi è divenuto Segretario del Partito.

All’autoreferenzialità dei 1000 giorni di governo, del 40% dell’unica consultazione elettorale, di fatti, a che questa giornata non arrivasse, si sarebbe dovuto fare un resoconto di ben altri dati.

Il Partito Democratico nasce come una “necessità per il Paese”. E tuttavia il Partito si è fatto collezionista di una sempre maggiore soglia di sodali che hanno abbandonato mano a mano la nave con l’accusa di “mutazione genetica”.

Vi fu Civati, concorrente alla carica di segretario del Partito democratico durante le Primarie del 2013, fondatore poi di Possibile.

Civati, ex minoranza Dem, insieme a Luca Pastorino, Beatrice Brignone e Andrea Maestri furono tra i primi a tirarsi fuori dal “brutto pasticciaccio”, dopo aver tuttavia più volte detto e tentato di “cambiare il Partito dal suo interno”.

Fu poi il turno di Stefano Fassina, umiliato politicamente per la sua posizione contraria alla linea a più riprese, e ancora Monica Gregori, il senatore Corradino Mineo.

Alfredo D’Attore, Carlo Galli e Vincenzo Folino gli ultimi ad esprimere la loro contrarietà rispetto a quel che il partito stava diventando.

Così, oltre a Possibile, nasce il progetto di Sinistra Italiana.

I problemi

Quel che è andato storto, nell’accusa di mutazione genetica del Partito, è stata la radicata incapacità di ascolto delle voci fuoricampo, che ha condotto alla creazione di un clima di interessi contrapposti che prima o dopo si sarebbero scontrati.

Il big bang è arrivato il 4 dicembre, in cui la vocazione politica di chi sosteneva gli errori di una serie di riforme sbagliate si è scontrata contro il senso di potenza di chi riteneva di aver ragione.

Un’esplosione che senza l’adeguato bagno di umiltà ha portato rabbia, malessere e conseguentemente anche quell’arroganza di dire “noi avevamo ragione, ma non ci avete mai ascoltati”.

Tra brindisi alla sconfitta fuori luogo e altre storie, la tragedia consumata all’interno del Partito Democratico ha fomentato semplicemente quel Which Side are you on che oggi abbiamo ascoltato.

Fa un po’ parte della natura umana in fondo. Silenziare una voce non vuol dire eliminarla. Al contrario, porta ad un inasprimento dei rapporti.

Così quella lunga storia d’amore controversa ha rafforzato la voce polemica di una minoranza che non vuol più scendere a compromessi, ma che, al contrario, vuol diventare la voce programmatica del Partito.

Scissione si, scissione no

Le parole di Emiliano, come di altri, suonano chiare. Non è la scissione ciò che la minoranza vuole.

Fonte: http://www.europinione.it/pd-civati-minaccia-scissione-in-vista-non/

Tuttavia è evidente come questa diventi inevitabile se la linea e chi ha personalizzato tale linea, non cambi.

Si sigla il countdown di un tempo scaduto e un “Matteo fatti da parte” di chi prende atto di aver perso l’elettorato affezionato, di aver perso la passione e la vocazione. Di chi guarda a Sanders e non alla Clinton, di chi guarda ad Hamon e non a Macron, della sinistra a cui l’establishment sta stretto finché non imparerà a dimostrarsi equo.

Pretenzioso il fatto di credere di dettare le politiche giuste, ma non per questo sbagliato.

Ricorda un’altra storia controversa, nata quel 4 ottobre 2009 quando un comico e attivista di nome Beppe Grillo, insieme ad un imprenditore del web di nome Gianroberto Casaleggio, si imposero sullo scenario politico italiano per discutere e sviluppare una linea politica che, negli anni della Grande Recessione, guardasse a quelle classi che il sistema aveva trascurato.

La rabbia, ove sommersa, crea anche e soprattutto questo.

Indignatevi, arrabbiatevi e scegliete which side are you on. Ma che non sia una nuova, triste, battaglia al potere, che in fondo, ahimè, “logora chi non lo ha”.

Ilaria Piromalli

Stampa questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *