Woody Allen: la morte sul set, le relazioni umane, il cinema

"Potrei morire lavorando. Non mi interessa il sociale, cerco di concentrarmi solo sul lavoro"

Il regista statunitense presenta a San Sebastian “Rivkin’s Festival”, nuovo film in lavorazione con Cristoph Waltz e Louis Garrel

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Nonostante le recenti polemiche sull’onda del MeToo, l’instancabile autore e attore statunitense non ha nessuna intenzione di andare in pensione

Sarebbe davvero inutile e pretenzioso illudersi di poter presentare Woody Allen. Non soltanto perché è noto ai più, autore amato da almeno tre generazioni, ma perché è troppe cose. Musicista, scrittore, regista, attore, umorista, qualcuno azzarderebbe filosofo. Di recente ha curato, presso la Scala, un’edizione del “Gianni Schicchi” di Puccini, con annessa valanga di applausi e non perché la realizzazione fosse particolarmente riuscita, ma perché era firmata da Woody Allen. Capita quando conquisti la stima di mezzo mondo in oltre trent’anni di onorata carriera.

Allontanate le polemiche legate al MeToo – nello specifico le accuse di molestie mosse dalla figlia adottiva Dylan Farrow – e rivista la conta di amici, alleati e spettatori innamorati del suo cinema, Allen fa quello che ha sempre fatto: lavorare. Con una media di un film all’anno, tra cui capolavori come Prendi i soldi e scappa (1969), Io e Annie (1977), Manhattan (1979), Harry a pezzi (1997), fino ai recenti Match Point (2005) o Midnight in Paris (2011), l’autore newyorchese, all’anagrafe Allan Stewart Königsberg, è giunto al cinquantesimo lungometraggio, per un incasso globale di oltre cinquecento milioni di dollari.

Durante la conferenza stampa di lancio del nuovo progetto, il regista ha così allontanato ogni possibilità di pensionamento:

Non ho mai pensato di ritirarmi. Da quando ho iniziato, ho sempre cercato di concentrarmi sul lavoro, indipendentemente da cosa accadesse attorno alla mia famiglia o nella politica. Il mio cinema riguarda i rapporti umani, le persone.

Osservatore dei comportamenti umani e delle loro contraddizioni, cinico voyeur con la passione per la sociologia, incurabile ipocondriaco e intimorito amante del sesso. Woody Allen ha (quasi) sempre creduto che, nonostante tutto, l’amore fosse la chiave per la sopravvivenza e che “la donna è Dio“. Una speranza di felicità, una tenera illusione, un abbraccio con il mistero, proprio come il cinema, nel quale si rifugiava durante le ore di noia di un bambino troppo intelligente per la sua età.

“Rivkin’s Festival”, commedia agrodolce con Cristoph Waltz, Gina Gershon, Elena Anaya e Louis Garrel, ora in lavorazione

“Rivkin’s Festival” racconterà le vicende di una coppia di sposi americani (Cristoph Waltz e Gina Gershon) che partecipa al San Sebastian Film Festival cedendo, forse, alle tentazioni tutte europee dell’agrodolce mondo del cinema. Tornano dunque gli archetipi alleniani, inaciditi, forse, da un’amarezza già accennata in Café Society  (2016) e confermata con maggiore forza in Wonder Wheel (2017). L’amarezza, forse, di chi ha sempre temuto la fine e inizia a scorgerla. O forse di chi ha dovuto accettare che, in questo mondo tumultuoso e in questi tempi orfani di ironia, neanche l’amore può salvarci.

Se proprio dovessi morire, probabilmente morirei sul set.

Frattanto, dopo una gestazione tutt’altro che semplice con tanto di causa indetta nei confronti di Amazon, distributore originale tiratosi indietro a seguito dello scandalo MeToo, Un giorno di pioggia a New York sta per vedere la luce. A scommettere sull’ultimo lavoro concluso da Allen è stato, in Italia, Andrea Occhipinti, CEO di Lucky Red e distributore del film, definito dallo stesso “un Allen classico“. Attendendo l’uscita in sala prevista in ottobre, non ci si può dunque che augurare altri cinquant’anni di cinema “Written and Directed by Woody Allen“.

 

Giorgio Federico Mosco

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