• Contatti
  • Cookie Privacy Policy
giovedì, 13 Agosto 2026
Ultima Voce
  • Home
  • Archivio
  • Segnalazioni
  • Contatti
  • Home
  • Archivio
  • Segnalazioni
  • Contatti
Nessun risultato trovato
Guarda tutti i risultati
Ultima Voce
Nessun risultato trovato
Guarda tutti i risultati
Home Attualità

Workaholism, dallo stacanovismo alla mania del lavoro

di Ultima Voce
11 Mar 2023
in Attualità
Tempo di letturaMin Lettura
A A
0
Share on FacebookShare on Twitter

Dalla parte di chi lotta per essere riconosciuto,
dell’essere umano e dei suoi diritti.
Contribuisci a preservare la libera informazione.

logo paypal

I più grandi lavoratori della storia sono stati, sincronicamente, uomini soli, abulici, dolenti. Dal 1971 l’assuefazione dall’attività lavorativa ha un nome: workaholism. Il neologismo, che rafforza la sua carica rappresentativa se declinata all’inglese, indica una vera e propria tendenza a dipendere da uno degli elementi della vita di un individuo: il lavoro. Al pari di altre soggezioni, anche quella dal lavoro, se mal gestita, può trasformarsi in una prigione. Lo sa bene la generazione Z, molto più attenta ai temi della salute mentale e del bilanciamento tra vita privata e produttività lavorativa. Un giro di boa, inasprito dalle conseguenze post-pandemiche, che invita a ricollocare il benessere interiore in cima alle priorità. Perdonandosi, anche, l’esigenza di dedicarsi del tempo libero.

L’eccessiva dipendenza dal lavoro diventa Workaholism

Il termine Workaholism è stato introdotto da Oates Wayne, psicologo e educatore americano di forte orientamento cattolico, nel 1971. Quello dello studioso fu un atto di coscienza, un bagno di consapevolezza. Quado egli stesso dovette dare appuntamento al figlio nel proprio studio per riuscire a parlarsi, si allarmò. La tortorata di questa cognizione fece assurgere in Oates la possibilità di aver sviluppato una vera e proprio dipendenza dal lavoro, al pari di altre sostanze assuefacenti.  Il costante e persistente assillo del lavoro, una preoccupazione che bacia la polvere della maniacalità, la propensione a considerare vanificata una giornata non interamente fluita verso l’ara votiva della professione. E poi il malessere psicofisico, il calo del desiderio sessuale, una insolita misantropia. Spie lampeggianti che determinano la trasmigrazione in patologia e che confluiranno, nello stesso anno, nel libro Confession of a Workahoholic.




Quando lo studioso morì, nel 1999, il New York Times, nel necrologio a lui dedicato, gli riconobbe due grandi meriti. Primariamente la produzione letteraria; lo psicologo, infatti, durante la carriera pubblicò ben 57 libri. E poi, il pregio di aver introdotto nel linguaggio comune, che verrà poi incluso nel dizionario di inglese Oxford, il termine Workaholic, nato dalla crasi tra work e alcoholism. È evidente che posizionare l’attività lavorativa sullo stesso piano di una sostanza tossica per l’organismo, ne accentui il detrimento della sua essenza. Naturalmente, lo stesso Oates, nel saggio riconosce la maggiore accettabilità sociale del dipendente dal lavoro piuttosto che da chi affoga la giornata in un Glencairn di rum invecchiato o su una striscia di cocaina.

Il lavoro ha reso l’uomo schiavo, poi libero, poi di nuovo schiavo.

L’animale produttivo dello stacanovista è stato storicamente tratteggiato come un uomo dotato di zelo e dedizione al lavoro fuori dal comune. Caratteristiche estirpate dal padre del movimento, il minatore Aleksej Grigoriyevich Stachanov. Il lavoratore russo, il 30 agosto del 1935, estrasse, da solo – almeno questo ci raccontò la propaganda russa – 102 tonnellate di antracite in cinque ore e quarantacinque minuti. Ghermendo, così, un proverbiale record. E la réclame stalinista non si fece certo sfuggire l’occasione di elevarlo a modello da emulare. Il poco celato intento, chiaramente, era quello di accrescere la razionalizzazione del lavoro e aumentare la produttività.

RELATED STORIES

validità illimitata

Documento d’identità, validità illimitata per i cittadini over 70 da oggi

30 Luglio 2026
minimo storico delle nascite nascite in meno

Minimo storico delle nascite nel 2025, solo 355mila nuovi nati

29 Luglio 2026

Le grandi maestre della storia, dell’antropologia e della sociologia, però, ci insegnano il paradosso del lavoro. Da quando, a partire dal 900, ha mutato natura, tracimando dal senso unicamente proletario indossato per secoli, si è scrutata tutta la sua schizofrenica ambivalenza. Esaltato quando in esso si individua la chance dell’autorealizzazione e del soddisfacimento dei desideri, aborrito quando se ne coglie la fisionomia strumentale e venale.

L’identikit del maniaco del lavoro

Winston Churchill era un uomo poliedrico: politico, statista, soldato, scrittore. Investito della carica di primo ministro del Regno Unito osservò un disegno rigorosissimo, trascorrendo, mediamente, più di diciotto ore a lavoro. Senza, peraltro, tralasciare la carriera di scrittore. Al termine della sua vita, poteva contare la stesura di 72 volumi. Oltre che da una esacerbante dedizione all’occupazione, Churchill fu accompagnato per tutta la vita dal suo “cane nero”.  Una forma di depressione quasi paralizzante che non lo abbandonò neppure per un istante. Molti studiosi hanno riconosciuto in lui una forma di bipolarismo tendente alla mania. Disturbo che gli permetteva di passare quasi tutta la giornata sul tavolo da lavoro. Esiste, però, una differente corrente di pensiero che, ribaltando la medaglia, traduce la sua mania lavorativa come causa della sua sofferenza interiore, provocata anche dallo stress.

Quali sono, dunque, gli elementi che definiscono un maniaco del lavoro? Nonostante la considerevole attività di ricerca e consequenziale produzione letteraria, non esiste ancora una definizione medica condivisa. Gli psicologi, però, perlustrando il lungo e in largo la res cogitans umana, hanno individuato alcune caratteristiche che distinguono una persona semplicemente diligente dal lavoratore tossico. Il workaholic adopera il lavoro per dar sollievo a sentimenti d’ansia, di bassa autostima e a un senso di vuoto interiore, che imbottisce tenendosi occupato. Ricerche diagnostiche più prossime alla modernità, hanno riscontrato, nei dipendenti dal lavoro, lo stesso comportamento abitudinario del tossicodipendente, che si abbuffa di sostanza e, appena se ne allontana, ne subisce l’astinenza.

Ripensare il lavoro: la settimana finisce il giovedì

È proprio grazie agli studi donatici dalla sociologia moderna, che tenta di superare l’assetto industriale e fordista del lavoro, se oggi si può intravedere una nuova condotta occupazionale che pone il benessere del lavoratore in vetta alle priorità. La freccia scoccata già negli anni ‘80 sulla qualità del lavoro, si traduce oggi in contenuti di senso non esclusivamente strumentali e alienanti. Nonostante l’idea di sacrificio che lo ha sempre sotteso, emerge, quindi, una dimensione del lavoro smacchiata dalla sua declinazione capitalistica. Quiet Quitting è l’altro neologismo anglosassone che sta prendendo piede nell’apologia impiegatizia e si traduce con “fare lo stretto necessario” per preservare la salute mentale e non lasciare che il lavoro interferisca con gli altri aspetti della vita privata. Certo, necessiterebbe trovare un giusto equilibrio tra i due estremi ma l’ascoso sentiero pare essere stato rintracciato.

Già misurata da alcuni Paesi, come l’Inghilterra e la Spagna, comincia a instradarsi nel mondo occidentale, storicamente avvezzo alla precauzione latina ora et labora, la possibilità di ridimensionare il peso di questo coefficiente. I risultati fanno già ben sperare. Illuminanti quelli estrapolati dalla analisi condotta da un gruppo di studiosi di Cambridge su un campione di 61 organizzazioni che per 6 mesi ha ridotto del 20 % l’orario di lavoro, lasciando invariato lo stipendio. Come è andata? Il 92 % dei tester aziendali afferma di voler mantenere la settimana lavorativa corta, che consta di inconfutabili benefici.

A parità di ricavati praticamente uguali, il 71 % dei lavoratori ha riportato sintomi di burnout in calo. Di riflesso, in un clima più sereno, le richieste di malattia sono diminuite del 65% mentre le dimissioni calate del 57. I giovamenti sono incontrovertibili, tanto che, in entrambi gli emisferi, innumerevoli sono i tentativi di tallonare il nuovo modello. Siamo, a questo punto, davvero pronti a sovvertire l’ordine paradigmatico del lavoro, confinandolo a una delle infinitesimali espressioni del quotidiano?

Martina Falvo

 

Tags: burnoutdipendenza dal lavoromaniaco del lavorosettimana lavorativa cortaworkaholism
CondividiTweetInviaCondividi

Iscriviti alla nostra newsletter

Può interessarti anche questo

validità illimitata
Attualità

Documento d’identità, validità illimitata per i cittadini over 70 da oggi

30 Luglio 2026

Una misura che punta alla semplificazione amministrativa Dal 30 luglio entra in vigore una significativa...

minimo storico delle nascite nascite in meno
Attualità

Minimo storico delle nascite nel 2025, solo 355mila nuovi nati

29 Luglio 2026

Un Paese che continua a perdere nascite L'Italia si trova di fronte al costante calo...

estendere il divieto di fumo sigaretta elettronica fumo tabagismo
Attualità

Estendere il divieto di fumo negli spazi pubblici, Spagna

23 Luglio 2026

La Spagna si prepara a imprimere una svolta significativa alle proprie politiche di contrasto al...

divieto di accesso ai social war feed twitter
Attualità

Divieto di accesso ai social per gli under 15, Francia

22 Luglio 2026

La Francia compie un passo introducendo una delle normative più rigorose mai adottate per regolamentare...

Prossimo articolo
censura del nudo nelle opere d'arte

La censura del nudo nelle opere d'arte, tra passato e social network

Nessun risultato trovato
Guarda tutti i risultati

Guest Authors

Giulio Cavalli |Giovanna Mulas | Sabina Guzzanti |Susanna Schimperna | Francesca de Carolis| Luigi Colbax | Alessandro Ghebreigziabiher| Oliviero Beha|Bruno Ballardini Rosanna Marani| Barbara Benedettelli | Carlo Barbieri | Roberto Allegri| Pino Aprile|Otello Marcacci| Carlo Nesti|Carlo Negri| Massimiliano Santarossa| Livio Sgarbi|Alessandro N. Pellizzari |Clara Campi| Marilù S. Manzini| Erika Leonardi|Dario Arkel| Maurizio Martucci| Paolo Brogi| Ettore Ferrini|Adriano Ercolani|Paolo Becchi|Alessia Tarquinio| Selvaggia Lucarelli| Fabrizio Caramagna | Iacopo Melio |

logo paypal

Ultima Voce Best Topics

ambiente arte attualità bambini Calcio Cina Cinema coronavirus Covid-19 cultura diritti umani donald trump Donne economia Europa film Francia guerra Israele Italia Lavoro Libri Matteo Salvini migranti Milano musica nshr Onu Palestina politica razzismo Ricerca roma Russia salute Salvini Scienza Scuola società stati uniti storia Trump unione europea Usa Violenza

FAQ E CONSIGLI UTILI

Guide & Tips 

Contatta La Redazione

Scrivi a :
– info@ultimavoce.it
– collaborazioni@ultimavoce.it
– advertising@ultimavoce.it
– candidature@ultimavoce.it

Read More…
fandangolibri1.png
chiarelettere11.png
WhatsApp-Image-2023-01-17-at-09.39.24-e16739484187331.jpeg
LOGO-FFF1.png
luis1.png
Logo_24ore1.png
moton1.png
UNITO1.png

Le foto presenti su ultimavoce.it sono state in larga parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione – indirizzo e-mail info@ultimavoce.it, che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.

Testata Giornalistica registrata presso il Tribunale di Brescia n° 8/2021 del 15/03/2021. Direttore Responsabile: Gianluca Lucini / Direttore Editoriale: Andrea Umbrello

  • Home
  • Contatti
  • Privacy Cookie Policy
  • Guide Utili

© 2020 - Ultima Voce. All Rights Reserved

Nessun risultato trovato
Guarda tutti i risultati
  • Home
  • Archivio
  • Segnalazioni
  • Contatti
  • Cookie Privacy Policy

© 2020 – Ultima Voce. All Rights Reserved.