Worker Lives Matter contro la cultura del 996 in Cina

Si muove qualcosa sul fronte della tutela dei diritti e del benessere dei lavoratori della Repubblica Popolare

Per il tycoon della tecnologia cinese Jack Ma (fondatore di Alibaba) il fatto che i propri impiegati, così come milioni di altri in Cina, abbiano la possibilità di lavorare seguendo la cultura del 996 è una “huge bliss” – un’enorme benedizione. Non c’è però alcuna benedizione nel collassare sulla via verso casa per la fatica del troppo lavoro, come accaduto ad un’impiegata della piattaforma di e-commerce Pinduoduo nel gennaio 2021, e nemmeno nel darsi fuoco perché ci si vede negare 770$ di straordinari, come nel caso di un giovane rider. I casi di morti sul lavoro hanno riacceso nell’ottobre di quest’anno il dibattito sui social media cinesi circa le condizioni dei lavoratori e portato alla nascita della campagna “Worker Lives Matter”, divenuta di tendenza nelle scorse settimane.

L’idea di dare vita ad un movimento a tutela dei lavoratori della Repubblica Popolare è venuta a un gruppo di 4 studenti che hanno diffuso – tramite la piattaforma GitHub – un documento invitando lavoratori e lavoratrici a condividere il nome dell’azienda in cui sono assunti e i propri orari di lavoro. Al 15 ottobre, pochi giorni dopo la pubblicazione sul web del foglio Excel, più di 3500 impiegati avevano già risposto all’invito.

Worker Lives Matter si pone come obiettivo quello di scardinare la cultura cinese del 996 che per prassi impone agli impiegati di lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, 6 giorni a settimana.

La Cina non è l’unico paese dove fare straordinari e lavorare ben oltre le 8 ore definite per legge è la normalità. In Giappone esiste addirittura un termine – “karoshi” – che indica proprio la morte per superlavoro. Quello del karoshi è un fenomeno sempre più diffuso, tanto che lo stesso governo di Tokyo si è mobilitato per contrastare questa piaga sociale. Tuttavia, secondo Suji Yan – CEO e fondatore di una Startup cinese – la differenza è che, mentre in Giappone lavorare oltre l’orario stabilito è spesso deciso in autonomia dal lavoratore per portare a termine un progetto ed aumentare i propri guadagni, in Cina gli straordinari non sono quasi mai pagati e i profitti extra finiscono nelle tasche dei capi. La cultura del 996 è talmente radicata nella società cinese che inutili sono sia la legge che de iure limita le ore di lavoro settimanali a 44 e quelle giornaliere a 8, sia la sentenza con cui quest’estate la Corte Suprema del Popolo ha sancito la non validità dei contratti di lavoro che impongono il 996.

Il triste successo di questo fenomeno si deve alla cultura del lavoro diffusa in Cina a partire dagli anni Ottanta. Nel 1976 Deng Xiaoping sostituisce Mao Zedong alla guida del Partito Popolare Cinese mettendo fine alla rivoluzione culturale. Due anni dopo Deng lancia quello che passerà alla storia come “Socialismo con caratteristiche cinesi”: l’insieme di riforme che hanno accompagnato la Cina verso il mercato globale, aprendo il paese agli investimenti esteri e introducendolo all’economia di mercato. Se da un lato le riforme hanno permesso una crescita senza precedenti del PIL, dall’altro hanno portato seri problemi alla società cinese in termini di aumento della disparità di reddito, di corruzione e inquinamento.

L’iscrizione della Cina fra le economie più grandi al mondo (seconda solo agli Stati Uniti) è stata possibile grazie al sacrificio di milioni di lavoratori, il cui benessere è stato messo in secondo piano rispetto all’obiettivo della crescita economica. Quest’ultima è stata possibile grazie alla diffusione di una cultura che ha fatto del superlavoro e del sacrificio personale un valore. Inoltre, in un paese con una popolazione che supera il miliardo, ciascun cittadino deve reggere il peso della competizione: per poter emergere, avere opportunità di carriera e assicurassi un discreto guadagno in termini di denaro bisogna essere i migliori e quindi studiare di più e lavorare di più. Ed ecco perché è tanto difficile eradicare la prassi del 996.

Innanzitutto, Worker Lives Matter vuole quindi diffondere la consapevolezza fra i lavoratori che quello del 996 è un sistema sbagliato, contro-produttivo nel lungo periodo, e che esiste un’alternativa. Si possono promulgare leggi che vietano alle aziende di stipulare contratti che prevedono turni eccessivi; tuttavia, se gli impiegati sono indirettamente a favore del superlavoro, il regime del 996 continuerà a regolare l’equilibrio vita-lavoro dei colletti bianchi cinesi.

Già nel 2019 un movimento simile per obiettivi a Worker Lives Matter aveva denunciato la cultura del 996, lanciando online un forum che invitava i lavoratori a riportare i nomi delle aziende che sottoponevano il proprio personale a turni estenuanti. Sebbene il movimento 996.icu – dove i.c.u è l’acronimo che sta per “Intensive Care Unit” – avesse raccolto le testimonianze di più di 250mila lavoratori e scoperchiato il vaso di Pandora, nei fatti non era però cambiato nulla.

Questa volta le cose potrebbero andare diversamente e la campagna Worker Lives Matter potrebbe effettivamente condurre ad un miglioramento delle condizioni della classe lavoratrice cinese. Il motivo è che questa volta nel voler limitare lo strapotere dei giganti tecnologici, che pure hanno trascinato fino ad ora la crescita della Cina, i lavoratori sono affiancati dal Partito Comunista Cinese. Lo scorso 17 agosto infatti, di fronte al Comitato Centrale per gli Affari Finanziari ed Economici, Xi Jinping ha annunciato la parola d’ordine della svolta economico-sociale che intende imprimere al paese: “prosperità comune”. Nelle intenzioni del leader questo significa portare la Cina verso una condizione di uguaglianza condivisa e quindi ad una redistribuzione della ricchezza in un paese dove, secondo le ultime stime di Forbes, il numero di miliardari sarebbe aumentato da 388 nel 2020 a 626 nel 2021, a fronte di una popolazione sempre più povera.

Nei fatti l’obiettivo della prosperità comune si traduce in una stretta sulle maggiori aziende del Dragone, così da limitarne l’autonomia decisionale e riportarle entro i confini dell’autorità del Partito. L’obiettivo di Xi è quello di tutelare la presa del PCC sulla società, e questo è possibile mettendo al riparo l’autorità del Partito da figure di potere carismatiche che potrebbero minarne le fondamenta, nonché assicurando il benessere della popolazione così da allontanare la possibilità di rivolte interne. La regolamentazione del settore economico promossa da Xi Jinping si allinea, quantomeno in termini operativi, con la battaglia della campagna Worker Lives Matter. Come si è visto, entrambe puntano ad arginare il potere dei giganti economici e favorire il benessere delle persone. Il fatto che per il Partito il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione sia strumentale al mantenimento del potere è un’altra storia.

Se Worker Lives Matter avrà successo o meno nell’estirpare la prassi del 996 è difficile a dirsi, soprattutto perché quella che porta avanti è una battaglia non solo contro la prepotenza dei giganti tecnologici cinesi, ma anche contro una cultura del lavoro diffusa e radicata. Infatti, quanto si tratta di cambiamenti che riguardano il modo di vivere di un gruppo sociale, l’orizzonte da prendere in considerazione è sempre quello del medio-lungo periodo. Certo è che le politiche volte a regolamentare il settore economico e a redistribuire le ricchezze perseguite dal PCC di Xi, senza dimenticare che si tratta sempre di politiche di un regime autoritario, giocano a favore del movimento e ne supportano gli obiettivi.

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