Zeichen: l’ironia salva da alienazione e violenza

Bisognerebbe rendere obbligatorio il porto di macchina per scrivere ?
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Ci sono momenti in cui una persona può sentirsi talmente nutrita e stimolata da letture, notizie, esperienze, da sentirsi svuotata, esaurita.

Momenti che, forse non per caso, coincidono con una settimana come questa.

Una settimana in cui la violenza nel mondo non è stata maggiore o minore – è stata troppa, come sempre.

Ma è una settimana che si caratterizza perché le notizie di fatti di sangue sembrano più caratteristiche, e quindi in grado di rompere quella bolla che appiattisce e rende anonimo, che uniforma al flusso mediatico, serializzante, industrializzante – il marchio cattura ormai tutto e tutti.

C’è stata una maggiore varietà, di stragi ammazzamenti omicidi, e quindi dobbiamo fare un applauso allo sceneggiatore del trono di spade del mondo che abitiamo.

Però a maggior ragione, nella varietà in cui si è manifestata la bestialità propria dell’umanità, ci colpisce anche una inaspettata, sopravveniente regolarità.

Anche in questo l’equipe degli sceneggiatori dimostra di conoscere il mestiere.

ZEICHEN : LIBERTA’ UGUAGLIANZA IRONIA

Zeichen
Bisognerebbe rendere obbligatorio il porto di macchina per scrivere ?

Ecco quindi che lo studente-americano-in-vacanzastudio-a Roma finisce la propria esistenza travagliata nel Tevere, pare per mano di un naufrago metropolitano – un barbone che vive sotto i ponti – e il delitto viene scoperto il giorno in cui ci fan sapere che è terminata l’esistenza di Valentino Zeichen : il poeta-sbandato metropolitano per eccelleza.

Zeichen non era un barbone, ma stava appena un gradino più su: abitava una catapecchia vicino a villa Borghese – in questa permanente presentazione di rovine, sterminata catapecchia qual è Roma.

Era ritornato un pochetto a far notizia mesi fa, non per la qualità dei suoi versi (non aggiungerò, agli altri delitti che cito o citerò, il delitto della banalità – lamentando: chi legge più poesia? Ma perché, io compro titoli di poesia?) dicevo non per la sua personalità letteraria, ma per la sua personalità sociomediatica da poveraccio : cioè di poeta-marginale-straccione-carminanondantpanem-chiede-sussidio-legge-bacchelli.

Quindi paginoni e commenti numerosi, certo perché uno degli ultimissimi gran poeti muore, ma poi se muore nello stesso ambiente topografico-massmediatico in cui muore pure un altro poveretto (quello di cui sopra, giunto da oltreoceano per finire ammazzato da un barbone) allora vabbè.

Allora inchiesta, allora ripercorriamo a piedi il Tevere, con tutta la città di sotto a dar spettacolo che manco Futurama e i mutanti che vivono nelle fogne, allora andiamo a lambire liquami, letame, monnezza, siringhe, allora discendiamo a piedi il fiume, che nemmanco Paolo Rumiz (lo cito quaisi solo per poter qui scappellarmi).

La morte di Zeichen può forse aiutare a mettere a fuoco delitti come quello di cui è stato vittima Beau Salomon, il povero studente americano.

Roma infatti è una presentazione di rovine.

La vita è una prestazione di rovine.

Splendide, amorevoli rovine.

UOMINI E ZOMBI

Zeichen lo sapeva bene, come lo sapeva Ambrose Bierce per il quale la “carogna è il prodotto finito di cui noi siamo materia prima”.

Siamo in viaggio, infatti, da e verso i terreni individuati da Zender : lo scienziato pazzo del film di Pupi Avati, quello che nei terreni suddetti cercava di resuscitare i morti.

E di fatto produceva zombi assassini.

Ma sù, facciamo fare alla natura, non aumentiamo l’entropia: il lavoro di far fuori la gente lasciamolo a chi se ne occupa dall’inizio dei tempi.

Non facciamo gli zombi cannibali prima del tempo, abbiamo davanti tutta un’eternità.

CU(LTU)RA DI SE’

L’ironia era cifra dei versi di Zeichen.

E l’ironia salva dalla alienazione e quindi dalla violenza.

Insomma, come si evidenzia in un recente breve saggio su Foucault (“Ambiguità di Foucault ” di Marco Assennato, in Materiali Foucaultiani, IV, 7-8, pp. 53-66 ) : non c’è via di scampo, per fortuna, e solo nella vita falsa si può coltivare la vita vera.

Il nostro orticello, insomma, che è la nostra…anima?

L’autenticità si trova solo nelle pause fra una alienazione e l’altra.

La violenza, nasce sempre dalla reazione a questa verità, e dal suo rifiuto.

Dalla ricerca forsennata dell’assoluto, e del controllo : ma di questo player che è l’esistenza non possediamo il telecomando.

DELITTI ESEMPLARI

Un tizio ammazza un altro a Fermo perché è negro (nero? Di-colore?) dopo che quello aveva reagito sentendo chiamare la moglie scimmia (ironia della sorte, ma siam tutti scimmie, magari qualcuno è un po’ più scimmione. Chissà però se lo scimmione italiano avrebbe chiamato “scimmia!” un gorilla nella foresta.).

Magari quel signore nigeriano, che era un medico, in un parallelo universo avrebbe salvato una vita, magari propria quella del suo aggressore, mentre ora e qui non potrà più.

Ironia-della-sorte (!)

L’americano era giunto da oltreoceano, dopo aver sconfitto un tumore, per finir qui ; l’africano (scampato a quella cosa da Stephen King che è Boko Haram) era giunto da oltreildeserto per finir qui.

 

Studenti mezzeseghe sterminano e torturano dei disgraziati a Dacca, perché non trovano la ragazza e si annoiano e si mettono a praticare quel gioco di ruolo chiamato “terrorista islamico anche tu” (ma non sarà che si annoiano e per questo non trovano la ragazza? Pensiero difficile da scacciare con la sola violenza virtuale dei videogames, quindi si fa prima a praticarne di reale – tanto niente è mai abbastanza reale).

 

Ometto ammazza Jo Cox urlando Britain first!

L’Europa si sveglia madida-di-sudore.

E sembra l’assassinio di Jean Jaures nel 1914.

 

Maschi che uccidono le compagne-amiche-mogli-fidanzate perché pensano che solo così sono capitani di se stessi.

Storia vecchia..format consolidato.

PALINGENESI DEL PALINSESTO

Serve un nuovo sceneggiatore. Ci serve un’iniezione di ironia, per prendere un po’ di distanza da noi stessi.

Ironia vuol dire pace, e ci serve quindi per starcene un po’ con noi stessi in pace, che non è facilissimo.

Prendiamoci allora una pausa di riflessione, magari ci risentiamo fra un po’ di tempo, che ne dite?

ALESSIO ESPOSITO

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