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Zelda: il passaggio dalla bidimensionalità alla tridimensionalità della saga leggendaria

Cosa succederebbe se due generazioni diverse dello stesso gioco si incontrassero nel connubio perfetto?

Zelda 3D vs 2D. Da: youtube.com/IGN
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The Legend of Zelda è una delle serie ormai stabili della Nintendo. Mescolando sapientemente un enorme mondo da esplorare con nemici di tutto rispetto, una storia degna d’esser chiamata “epica” e dei personaggi approfonditi non tramite la trama, ma tramite il puro gameplay, la saga di Zelda è riuscita ad incastonarsi nella mentalità dei videogiocatori di tutto il mondo. Ormai vedere il simbolo della Triforza è segno di una storia leggendaria, che sembra avere inizio così tanto tempo fa, ma che è incominciata solo da 31 anni. 

Ciò che ha reso Zelda particolare, però, non sta solamente in tutto ciò che abbiamo citato, ma più che altro nella libertà che il giocatore riceve durante la storia. “Vai a cercare questo” o “sconfiggi questo tizio” sono solo mere linee guida, che portano il giocatore a pensare fuori dagli schemi, come se fosse in un grande giardino con tante piante e tantissime cose con cui interagire e avere una risata o una battaglia. Zelda riesce ad essere un gioco estremamente dinamico e legato alle scelte del giocatore. Quando, però, Nintendo ha cominciato a lavorare sui successivi titoli, si è scoperta la volontà di dare alla serie una ventata di aria fresca.

Nel 1998, Zelda fa il suo salto dalla bidimensionalità alla tridimensionalità. Diventa un gioco completamente in tre dimensioni, con un mondo organico e pieno di cose da fare, oltre che una storia più lineare, legata non più alle scelte del giocatore come nel lontano primo Zelda, ma più collegato alla modalità di gioco di “A Link to the Past” o “Zelda 2”, in cui la storia si struttura e il giocatore deve destreggiarsi per adempiere al compito che gli è stato assegnato all’inizio, ma non facendo le cose a modo proprio. Il giocatore, d’ora in poi, deve seguire i consigli degli abitanti delle città. L’esplorazione continua ad esserci, ma quello che manca è la non-linearità, che ha snaturato Zelda fin dal suo terzo titolo, ma che gli ha dato una identità nuova, rendendolo meno di nicchia e più “aggressivo” per quanto concerne la storia e ciò che ha da offrire. 




Zelda
“Wind Waker” e “Phantom Hourglass” sono i due Zelda con un enorme mare da esplorare. Da: denofgeek.com

I tempi sono cambiati. Ocarina of Time è il primo Zelda tridimensionale, con la storia più incentrata sul “perché”, più che sul “ammazza Ganon perché ha rapito la principessa”. L’organicità si sposta ora sulla struttura circostante la storia, più che sull’esplorazione effettiva. Per questo motivo, la saga di Zelda soffre un po’, ma non abbastanza da dire che i giocatori non lo abbiano apprezzato. E nonostante titoli come “Majora’s Mask” cerchino di ritornare alle origini caratterizzando il gameplay sull’esplorazione basata sul tempo rimasto a disposizione, o offrendo un enorme mare da esplorare, o la mappa più grande mai gestita in uno Zelda finora, ciò che continuava a mancare era sempre la componente esplorativa dell’inizio. Il gioco era diventato troppo complicato: “Wind Waker”, “Twilight Princess”, “Oracle of Ages” e “Seasons”, “Minish Cap”, “A Link Between Worlds”, “Phantom Hourglass” e “Spirit Tracks”, “Link’s Awakening” e “Skyward Sword”. Erano tutti titoli che ormai sottostavano alla nuova scelta di Zelda, e nonostante si cercasse di reinserire la formula vecchia in quella nuova, almeno in parte, mancava sempre qualcosa. 

Anche il sistema di combattimento è cambiato drasticamente. Nelle tre dimensioni, Link è molto più agile, soprattutto nelle reiterazioni di “Twilight Princess” e “Wind Waker”, in cui può fare un’enorme quantità di mosse e contromosse per contrastare i nemici. Nella bidimensionalità, ciò che restava era legato alla posizione del personaggio nella mappa e alla modalità d’uso degli strumenti a sua disposizione. 

Versione di prova di BotW. Da: polygon.com

Con l’arrivo di “Breath of the Wild“, Nintendo ha lavorato sulla versione di prova del gioco utilizzando una versione bidimensionale del titolo. Si sono chiesti: “Com’è possibile reiterare quello che vediamo ora in 3D?”
E’ qui che il nuovo titolo di Zelda brilla: Nintendo è riuscita ad offrire l’esplorazione che mancava, togliendo importanza alla trama, e dandone alle singole esperienze fatte. Ciò che ne è fuoriuscito è il perfetto connubio tra il vecchio e il nuovo, tra 2D e 3D, e anche tra i Combat System. The Legend of Zelda è un po’ tornato alle origini.

A questo punto sorge spontaneo chiedere: il 3D ha rovinato il 2D? O semplicemente hanno capito ora cosa funziona su questo salto dimensionale? 
La risposta a queste domande non è per nulla semplice. Ciò che importa è che la saga di Zelda continui nella sua strada e offra sempre un’esperienza diversa, quasi mistica, e avventurosa. 

Graziano Ferilli

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