Zimbabwe in movimento: dal colpo di stato alle proteste contro l’inflazione

Diventato presidente dello Zimbabwe con un golpe, Mnangagwa sta affrontando una crescente opposizione sociale a causa della crisi e dell'inflazione.

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Quando nel novembre 2017 Emmerson Mnangagwa prese il potere con un colpo militare, lo Zimbabwe ebbe un sussulto di gioia e speranza.

La popolazione supportò in maggioranza il nuovo governo di Mnangagwa, auspicando che le sue promesse di cambiamento potessero trasformarsi in realtà. A quasi due anni dal colpo di stato che ha rovesciato il regime di Robert Mugabe, il “nuovo” non sembra poi così diverso dal vecchio, e le condizioni di vita peggiorano di giorno in giorno. L’economia dello Zimbabwe sta precipitando nel vortice dell’iperinflazione, e la rabbia popolare per le difficoltà economiche e per le speranze deluse viene repressa nel sangue.

Mnangagwa è cresciuto sotto l’ala di Robert Mugabe e del suo partito ZANU-PF e ha sempre ricoperto cariche di governo, fino a diventare vicepresidente nel 2014. Quando Mugabe lo cacciò da questo incarico, il delfino decaduto ordì il colpo di stato in accordo con l’esercito mettendo da parte il vecchio autocrate. I tempi erano, d’altra parte, maturi per un rivolgimento politico, che si svolse con una trama di palazzo. Il governo di Mugabe è stato nella sua parabola molto simile a innumerevoli altre esperienze post-coloniali in Africa.




Leader dell’indipendenza dello Zimbabwe e della guerra civile contro il governo controllato dalla minoranza bianca, Mugabe conquistò e mantenne il potere sulla spinta della lotta anti-imperialista, sfruttando la propria posizione di prestigio per accentrare su di sé e su una gretta oligarchia economica e militare comando e privilegi. Lo sviluppo socioeconomico degli anni ottanta è stato un lieve contrappeso all’arricchimento dell’élite, che ha consegnato le risorse minerarie del paese agli investitori stranieri, lasciando il paese senza infrastrutture e investimenti pubblici.

La deposizione di Mugabe ha però fatto breccia nel sistema di potere che, cambiando volto, ha anche perso la sua aura di intoccabilità. La decisione del governo a gennaio di raddoppiare il prezzo del carburante ha acceso proteste di massa, che sono state represse duramente, portando alla morte di diciassette manifestanti durante lo sciopero generale convocato dai sindacati.

Durante il 2019, la situazione economica è andata sempre più degenerando. L’introduzione della nuova valuta nazionale, lo Zimdollar, ha scatenato una nuova ondata inflattiva, mentre la siccità affama le campagne e paralizza l’industria, provocando costanti blackout, a causa del basso livello del fiume Zambezi, da cui lo Zimbabwe ricava energia idroelettrica. A giugno l’inflazione ha raggiunto il 175,6%, quasi raddoppiando rispetto al tasso comunque grave di maggio, che ha registrato un’inflazione del 97,8%. Secondo le Nazioni Unite, quasi 5 milioni di persone stanno affrontando una grave emergenza alimentare, mentre da giugno il prezzo del riso e dei beni di prima necessità è più che raddoppiato, e ad agosto il carburante ha visto un aumento del 26%.

Mnangagwa ha deciso di affrontare la precipitazione dell’economia scatenando una violentissima repressione, con il sostegno dei gruppi di affari, che temono per la propria tranquillità. Il sequestro e la tortura del comico Samantha Kureya, o l’arresto del capo tribale e critico di Mnangagwa Felix Ndiweni sono solo alcuni episodi di una persecuzione sistematica degli oppositori, che è stata l’unica risposta alla ripresa delle proteste ad agosto. Nonostante il divieto di protestare, infatti, nella capitale Harare e a Bulawayo si sono tenute importanti manifestazioni, che la polizia ha disperso in maniera poco delicata.

Lungi dall’aprire una nuova fase di progresso per lo Zimbabwe, Mnangagwa si trova a dover gestire una profonda instabilità economica e politica. Quello che nei piani suoi e dei suoi collaboratori sarebbe dovuto essere un furbo e indolore rimpasto nelle sale di palazzo, è stato un duro colpo alla stabilità politica che comunque Mugabe aveva garantito.

Se è vero che Mugabe aveva finito il suo tempo, Mnangagwa è espressione della sua stessa cricca, cui manca ogni prospettiva oltre il prossimo giochino di potere. Proprio la violenza della repressione è il segnale inequivocabile della sua debolezza, che è sempre più manifesta ora che il popolo zimbabwiano ha cominciato a mobilitarsi e a scontrarsi per il proprio futuro.

Francesco Salmeri

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