Diario di un martire porta in Italia gli scritti di Muhammad Zaki Hamad, vicecomandante delle forze d’élite delle Brigate Al Qassam ucciso nel luglio 2025. Terminata nei tunnel di Gaza pochi giorni prima della sua morte, l’opera racconta in prima persona la guerra, la fede e la resistenza palestinese.
A cura di Cecilia Parodi
Il 12 luglio 2025, mentre milioni di italiani si affollavano sulle spiagge e nei principali aeroporti del paese, Muhammad Zaki Hamad moriva combattendo.
Chi e che cosa stava combattendo lo ha spiegato lui stesso, in un lungo diario scritto dal fondo dei tunnel delle Brigate Al Qassam.
Nato nello stesso mese del suo martirio, in un afoso luglio del 1994 a Beit Hanoun, nord della Striscia di Gaza, Muhammad proveniva da una famiglia estremamente colta e molto rispettata dalla comunità.
Si era arruolato a soli diciassette anni. Tre anni dopo aveva combattuto, distinguendosi, durante l’attacco israeliano contro Gaza denominato ‘Operazione Margine Protettivo’. A 27 anni era diventato Imam della Moschea Al Ajamj di Beit Hanoun, dove si era poi snodato il suo percorso spirituale, accademico e militare. Aveva fondato un circolo per la memorizzazione del Corano durante gli anni dell’università, e mentre si laureava con successo aveva assunto la dirigenza del progetto “Global Electronic Academy” supervisionando la registrazione dell’intero Corano. Due mesi prima dello scoppio del genocidio aveva realizzato il progetto “Elite Memorizers” che coinvolgeva circa 1500 persone.
Responsabile della prima linea di difesa vicino al valico di Erez, durante il genocidio Muhammad Zaki Hamad ha guidato un plotone Qassam, le “Brigate del Nord”, con la carica di vicecomandante delle forze d’élite. Impegnato tra i compiti militari, la cura dei Suoi combattenti, della famiglia e della comunità, ha scritto questa sua prima e unica opera, terminata cinque giorni prima di cadere martire.
La semplice biografia dell’autore racconta una storia di disciplina, attenzione, impegno, cultura e grande umanità. Un ritratto che stride con la rappresentazione mediatica del combattente palestinese, solitamente descritto come un animale incivile e sanguinario. Il suo libro diventa quindi un dovere per chiunque desideri approfondire le motivazioni e gli obiettivi della resistenza palestinese, uno strumento necessario per costruire un pensiero autonomo.
L’erede dell’opera, uno dei suoi cinque fratelli, il Dottor Abdul Rahman Zaki Hamad racconta: “All’inizio non ero al corrente di questo libro. Lo stava scrivendo su fogli di carta che aveva portato con sé durante le battaglie e l’assedio. Dopo oltre un anno aveva chiesto a un suo compagno di riscrivere le pagine in digitale, e di inviarmene una copia. Così ho appreso del suo progetto letterario. Lo ha scritto in tre fasi, l’ultima parte mi è arrivata quattro giorni prima del suo martirio”.
Muhammad Zaki Hamad ha lasciato nel mondo, insieme ai suoi compagni, la traccia di una storia che stiamo ancora scrivendo. È un obbligo morale approfondirla attraverso lo sguardo dei veri protagonisti, soprattutto in un’epoca caotica come la nostra in cui sono sufficienti una connessione internet e un cellulare per formare ed esprimere opinioni. I gazawi sono raramente invitati a parlare, e i combattenti non hanno mai avuto spazio per un contraddittorio. Soli, nelle viscere di una terra martoriata, combattono da un secolo eserciti di soldati occidentali, dotati dei migliori equipaggiamenti. Senza profili social, senza collaborazioni, senza clamore e senza alcuna retorica pacifista o politicamente corretta, vivono e muoiono nell’indifferenza generale.
Questo libro offre la possibilità di conoscere una realtà che ci è sempre stata raccontata come pericolosa per la nostra civiltà e per la democrazia.
Sono state le stesse motivazioni che mi hanno portata nella Palestina occupata e nella Striscia di Gaza a tenermi sveglia la notte, per continuare a tradurre la sua opera mossa da un frenetico desiderio di scoprire, di comprendere, di sondare la vita oltre i confini che mi sono stati imposti dalla società e dall’autorità costituita.
Ho imparato sulla mia pelle che colorare fuori dai margini sorprende sempre, perché nel correre i rischi della disobbedienza possiamo trovare nuove prospettive, una nuova versione del mondo e di noi stessi. Davide Piccardo, fondatore del gruppo Editori della Luce, ha scelto lo stesso percorso di vita. Noto per numerose campagne contro il suo lavoro e la sua persona, commenta in questo modo la decisione di portare in Italia, e per la prima volta in occidente, un testo che potrebbe scatenare diverse controversie:
“Vogliamo rompere il monopolio del racconto come abbiamo già fatto con la pubblicazione del romanzo di Yahya Sinwar, Le Spine e il Garofano. I media occidentali raccontano Gaza da una prospettiva che è colonialista o paternalista: i palestinesi esistono solo come numeri, o come “terroristi“. Questo libro ribalta la prospettiva. Parla un comandante della resistenza palestinese che ha combattuto nei tunnel fino al martirio e lo fa in prima persona, giorno per giorno, mentre il genocidio era in corso. Si scopre un uomo di fede, che studiava il Corano sotto le bombe, che recuperava i corpi dei compagni tra le macerie, che scriveva alla moglie. Il popolo palestinese non ha solo il diritto di essere compianto quando muore: ha il diritto di raccontare la propria resistenza con la propria voce. Noi gliel’abbiamo data”.
Quando gli chiedo cosa si aspetta dopo l’uscita del libro, mi risponde con la voce calma di chi è ormai abituato al fragore delle tempeste:
“Mi aspetto che qualcuno chieda di censurarlo, come è già accaduto, sicuramente qualcuno parlerà di “apologia” senza averne letto una riga. È lo stesso riflesso che in questi anni ha voluto zittire chiunque chiamasse il genocidio con il suo nome. Questo è l’unico diario scritto da un combattente nei tunnel di Gaza, e tra vent’anni chi vorrà capire cosa è successo dovrà passare da qui. Per questo confido anche nel successo di questo libro tra un pubblico informato e consapevole che in questi ultimi tre anni ha potuto aprire definitivamente gli occhi sulla natura del sionismo e delle sue ramificazioni”.
Faccio la stessa domanda al Dottor Abdul Rahman Zaki Hamad, mi chiedo se nutre aspettative riguardo alla diffusione del libro in occidente, e anche lui mi risponde senza esitazioni:
“Spero che le persone scoprano la verità e la realtà, che capiscano quanto il popolo palestinese sia oppresso e disorientato. Quei criminali hanno rubato la terra, commesso massacri e sfollato famiglie dalle loro case. Spero anche che questo libro aiuti a comprendere l’Islam, che è una religione intrisa di umanità, diritti e rispetto per tutti gli esseri umani e che contiene soluzioni per le crisi che l’umanità si trova ad affrontare. Auspico che arrivino ad abbracciare l’Islam, affinché possano raggiungere la felicità in questo mondo e la beatitudine nell’altra vita”.
Il libro di Muhammad Zaki Hamad, che nella versione originale in arabo si intitola “Sotto la bandiera del diluvio”, ha avuto larga diffusione in Libano, Algeria, Oman, Qatar, Kurdistan, Iraq, Tunisia, Marocco e Mauritania. Diverse testate giornalistiche hanno recensito e commentato l’opera, tra cui Al Jazeera, Trt Arabi, Al Khanadeq e Al Quds. Il Dottor Abdud Rahman ha, inoltre, già ricevuto richieste di traduzione in russo e albanese. Alcuni lettori hanno caricato online formati digitali in inglese, francese, turco, bengali, urdu e persiano.
Per rispettare la forma originaria, e garantire una traduzione più efficace, io ho scelto di lavorare sul testo in arabo senza utilizzare piattaforme di intelligenza artificiale che rendono i testi troppo monotoni e impersonali. Ho cercato di facilitare la lettura al pubblico italiano inserendo centinaia di note al fine di chiarire diversi passaggi e significati, che sono poi state riviste e corrette da Davide Piccardo e dai suoi collaboratori. Abbiamo cercato insieme di rendere l’opera il più possibile scorrevole e chiara, ma anche fedele allo stile dell’autore.
Dopo mesi di lavoro su questo libro ho provato la sensazione di averlo conosciuto, perciò ho chiesto al Dottor Abdul Rahman di raccontarmi qualcosa di lui:
“Muhammad non era semplicemente il mio fratellino, era come un figlio, era un amico, un grande compagno nel viaggio della vita. Custodisco innumerevoli ricordi della sua infanzia. A definirlo erano la sua onestà, il suo coraggio, e il suo instancabile desiderio di rendere felici gli altri. Si sfiniva per far stare bene tutti”.
Muhammad Zaki Hamad ha lasciato tra le tende di Gaza la sua amatissima famiglia, moglie e due bambini, e un grande vuoto nel cuore di chiunque lo abbia conosciuto. I combattenti delle Brigate Al Qassam hanno pubblicato sui loro canali alcuni video commemorativi che lo ritraggono in diverse circostanze. Forse, tra i boati dei missili e gli infiniti dibattiti pubblici, a volte dovremmo soltanto ricordare che è l’assedio atroce e ingiusto creato dall’occupazione israeliana a forgiare soldati, che sotto quei volti coperti si nascondono ragazzi che desideravano soltanto vivere.
Ricordare che tutte le nostre libertà, inclusa la spensieratezza di una giornata al mare o di una vacanza estiva a luglio, sull’altra sponda del mediterraneo sono semplicemente un’utopia.
Tocca a noi, quindi, comprendere in quale punto della storia abbiamo commesso errori imperdonabili, e poi porvi rimedio. “Diario di un martire” è disponibile sui canali di Editori della Luce: una testimonianza storica unica, necessaria per analizzare il nostro tempo e costruire una memoria capace di proiettarci in un futuro migliore.

















