I Foxhound tornano alle “origini” con l’Ep Camera Obscura

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La volpe perde il pelo ma non la coda. Alla base di un buon lavoro ci dev’essere preparazione e ricerca, componenti necessarie per quello che è un tassello necessario nella carriera di un artista: la continuità.

I Foxhound li abbiamo lasciati con due album all’attivo: un dirompente Concordia datato 2012, quando i quattro componenti poco più, poco meno che ventenni, fecero il loro ingresso nella scena rock-alternativa italiana, guadagnandosi la Targa Giovani MEI Supersound come Miglior Gruppo dell’anno; e In Primavera (2014), secondo disco della band torinese, accolto con entusiasmo dalla critica musicale.

Dopo centinaia di concerti in Italia e all’estero, calcando palchi importanti e imponenti (Primavera Sound e Radar Festival, giusto per fare qualche nome), dopo la sbornia creativa parallela di Riccardo Salvini (voce e chitarra del gruppo), che ha allargato i suoi orizzonti sonori verso motivi tropicali, vedi l’esperienza che tuttora lo coinvolge con gli Indianizer, i Foxhound sono tornati in studio con un Ep di quattro canzoni che la dicono lunga sulla loro crescita e direzione artistica.

Camera Obscura è il primo lavoro della band in versione ridimensionata, visto cha le “volpi” da quattro sono diventate tre: Riccardo Salvini (voce, chitarra elettrica, bidon guitar), Luca Morino (synth, basso synth, diamonica) e Filippo Vindrola: (batteria, shaker, maracas).

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Foxhound, il trio.

Con la produzione artistica di Mario Conte, i Foxhound passano a un suono più intimo, a tratti primordiale, con corde che battono sulla latta, legno che rimbalza sulle pelli, avvalendosi di nastri e macchine analogiche, dando così ai lavori precedenti una dimensione da camera, decisamente più raccolta, pronta ad entrare direttamente nell’animo dell’ascoltatore. Lo dimostra proprio la traccia d’apertura “My Oh My”, che con il suo arpeggio scivola dalle consuete corde di questo gruppo e prepara idealmente al prossimo album che verrà. L’intenzione sembra essere abbastanza chiara: emergere dalla stanza buia con i colori essenziali, in questo caso quattro, come i pezzi, e tutto il resto ancora nero, nell’attesa che con il tempo questa oscurità venga riempita. Caravaggeschi.

Antonio Caputoo

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