Il glifosato nel Libano diventa un’accusa formale contro Israele. Velivoli militari hanno irrorato erbicidi ad alta concentrazione sui villaggi del sud, lungo la linea di confine, rendendo inaccessibili campi coltivati, fonti d’acqua e intere aree abitate. Le analisi dei ministeri libanesi parlano di livelli fuori scala. L’Unifil ha sospeso le pattuglie e abbandonato parte dell’area operativa. Beirut denuncia un crimine ambientale e sanitario che colpisce la popolazione civile e prepara un dossier per le Nazioni Unite che riguarda la contaminazione volontaria di un territorio abitato.
A cura di Andrea Umbrello
L’aviazione israeliana ha disperso massicce quantità di glifosato sui villaggi del Libano meridionale, rendendo l’area di confine in una zona contaminata. Il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato l’operazione come un crimine ambientale e sanitario perpetrato contro la popolazione e il territorio libanese.
Le analisi condotte dai ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente hanno accertato concentrazioni di glifosato superiori di venti-trenta volte rispetto ai limiti considerati tollerabili. Gli aerei hanno irrorato le sostanze tossiche su Aita al-Shaab, Ramieh e Marwanieh, nel distretto di Bint Jbeil, provocando la reazione immediata degli abitanti che hanno richiesto l’intervento delle istituzioni.
La ministra dell’Ambiente Tamara Zein aveva già segnalato l’irrorazione di pesticidi o agenti chimici non identificati su Aita al-Shaab e altre località vicine, ordinando verifiche urgenti per determinare la pericolosità delle sostanze. L’Unifil ha comunicato che Israele aveva preavvisato del rilascio aereo di composti definiti “innocui”, imponendo però ai caschi blu di rimanere nei bunker per oltre nove ore. Tel Aviv ha rifiutato di fornire qualsiasi chiarimento sulla natura e lo scopo delle sostanze impiegate.
Fonti della missione di peacekeeping hanno confermato che il comando israeliano aveva notificato in anticipo “attività di irrorazione” lungo la linea di demarcazione, presentandole come operazioni con sostanze prive di tossicità. Il preavviso ha imposto la sospensione dei pattugliamenti in aree già considerate sensibili, con un impatto diretto sulla capacità di monitorare le violazioni del cessate il fuoco e sui contatti con le comunità rurali di confine.
La missione delle Nazioni Unite ha dovuto abbandonare un terzo della propria area di competenza e sospendere tutte le pattuglie in zone divenute inaccessibili. I caschi blu, insieme all’esercito libanese, si limitano ora a prelevare campioni di terreno per identificare i contaminanti.
Il glifosato è considerato l’erbicida più utilizzato al mondo in ambito agricolo, al centro di un contenzioso scientifico e giudiziario che dura da anni. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms lo ha classificato nel 2015 come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”. Diversi studi ne documentano gli effetti sulla biodiversità, sui microrganismi del suolo e sulla qualità delle acque superficiali.
Studi internazionali indicano che il glifosato può persistere nel suolo per settimane o mesi, con la possibilità di essere trascinato nelle acque superficiali e di accumularsi lungo la catena alimentare. Ricercatori e organizzazioni ambientaliste segnalano rischi per la microfauna del suolo, per gli ecosistemi acquatici e per la salute umana in caso di esposizione cronica, soprattutto nelle comunità rurali che dipendono dall’agricoltura di sussistenza.
Le associazioni ambientaliste libanesi, tra cui Green Southerners, accusano Israele di perseguire la sterilizzazione permanente dei suoli agricoli e la creazione di condizioni invivibili per la popolazione. L’esercito israeliano applica lo stesso metodo nei territori siriani che intende svuotare, dopo aver emesso ordini di evacuazione privi di qualsiasi base legale.
Associazioni libanesi e internazionali parlano esplicitamente di “ecocidio”, sostenendo che l’uso di erbicidi ad alta concentrazione si inserisce in una strategia volta a rendere strutturalmente inabitabili le aree rurali di frontiera, erodendo nel tempo la sicurezza alimentare e la tenuta economica delle comunità agricole. In diversi comunicati, la Commissione nazionale per i diritti umani libanese ha definito le irrorazioni “un crimine contro l’ambiente e la popolazione civile”, chiedendo l’apertura di indagini indipendenti.
La contaminazione chimica del sud libanese potrebbe avere lo scopo di forzare il ritiro dell’UNIFIL senza un confronto diretto, così da impedire anche il ritorno dei profughi libanesi che, concluse le operazioni militari, troverebbero soltanto terre inutilizzabili.
Le autorità di Beirut hanno avvertito che i rischi sanitari e ambientali potrebbero propagarsi alle falde acquifere, ai suoli e alla filiera alimentare. Il governo ha annunciato iniziative legali e diplomatiche per tutelare i diritti dei cittadini libanesi e contrastare la distruzione ambientale perpetrata da Israele.
Esperti di diritto internazionale richiamano in particolare la Convenzione sulle armi chimiche, che riconosce il divieto dell’uso di erbicidi come metodo di guerra, e la Convenzione Enmod, che proibisce modificazioni intenzionali dell’ambiente quando producono effetti diffusi, duraturi o gravi. Secondo alcune letture giuridiche, l’impiego di erbicidi in territori di conflitto potrebbe rientrare in questa cornice, soprattutto quando altera in modo profondo l’equilibrio ecologico di un’area agricola.
Il ministero dell’Ambiente procederà a un censimento accurato delle sostanze rilasciate, verificandone la compatibilità con le convenzioni internazionali. La documentazione raccolta, comprensiva dei dati sui danni ambientali, verrà presentata al Consiglio di sicurezza dell’Onu tramite un esposto formale.
L’avvelenamento delle risorse idriche e l’annientamento delle coltivazioni recidono il vincolo tra gli abitanti e la loro terra, rendendo di fatto inabitabile la fascia di confine. L’Onu ha classificato queste operazioni come violazioni della risoluzione 1701 e dell’accordo di cessate il fuoco siglato nel novembre 2024. Oltrepassando il conflitto con Hezbollah, le azioni di Tel Aviv hanno l’obiettivo di imporre un deserto umano al posto delle comunità rurali che vi risiedevano, sfruttando l’inerzia di una diplomazia internazionale incapace di far rispettare i propri mandati.
















