Giancarlo Siani venne assassinato dalla camorra la sera del 23 settembre 1985, mentre rientrava nella sua abitazione al Vomero. Aveva 26 anni e lavorava come corrispondente del Mattino da Torre Annunziata, dove aveva ricostruito gli equilibri tra i clan Gionta, Nuvoletta e Bardellino e i rapporti tra criminalità, politica e affari. Pochi mesi prima aveva scritto che l’arresto del boss Valentino Gionta poteva essere stato favorito dagli stessi Nuvoletta per raggiungere una tregua con i Bardellino. Le successive indagini avrebbero collegato il suo lavoro alla decisione di eliminarlo.
Da Napoli a Torre Annunziata
Giancarlo Siani nacque a Napoli il 19 settembre 1959. Dopo il liceo classico si iscrisse a Sociologia e iniziò molto presto a collaborare con alcune testate locali, tra cui Il Lavoro nel Sud, occupandosi soprattutto di problemi sociali e criminalità.
Nel 1980 cominciò a lavorare per Il Mattino. Non era assunto come redattore: era un corrispondente, pagato per gli articoli pubblicati. Gli venne affidata l’area di Torre Annunziata, uno dei territori nei quali la camorra stava attraversando una fase di profonda trasformazione.
Erano gli anni successivi al terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980. La ricostruzione aveva riversato enormi quantità di denaro pubblico in Campania e gli appalti rappresentavano un’opportunità per organizzazioni criminali, imprese e reti politico-amministrative. Siani iniziò a seguire quei rapporti partendo dalla cronaca quotidiana.
Non si limitava agli omicidi. Studiava consigli comunali, appalti, arresti, imprese e alleanze tra famiglie criminali. Cercava di comprendere quale interesse economico si nascondesse dietro un delitto e quale cambiamento negli equilibri della camorra potesse essere annunciato da un arresto.
La Commissione parlamentare antimafia avrebbe successivamente ricordato il suo lavoro sulle connessioni tra camorra, politica e gestione della ricostruzione post-terremoto.
Torre Annunziata e il clan Gionta
All’inizio degli anni Ottanta Torre Annunziata era uno dei punti più delicati della geografia criminale campana.
Il nome centrale era quello di Valentino Gionta, boss che aveva costruito la propria forza sul controllo del territorio e su attività illegali che comprendevano il contrabbando e il traffico di droga. Il suo gruppo era legato ai Nuvoletta di Marano, famiglia inserita negli equilibri di Cosa nostra e vicina ai corleonesi siciliani.
Sul fronte opposto si trovava Antonio Bardellino, capo del clan dei Casalesi e figura di primo piano della Nuova Famiglia.
La dissoluzione della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo non aveva riportato stabilità. Al contrario, gli equilibri tra i gruppi che avevano combattuto Cutolo erano diventati sempre più fragili.
Siani seguiva questa trasformazione da vicino. Il 26 agosto 1984 Torre Annunziata fu teatro di una delle azioni più violente della guerra di camorra. Un gruppo di uomini armati arrivò nella zona del Circolo dei Pescatori a bordo di un autobus e di alcune automobili e aprì il fuoco. Otto persone furono uccise e sette rimasero ferite.
L’episodio sarebbe passato alla storia come la strage di Torre Annunziata.
L’obiettivo era colpire il clan Gionta. L’attacco mostrava quanto fosse diventato violento lo scontro per il controllo del territorio e degli interessi economici della zona. Per Siani, però, raccontare la camorra significava cercare anche le relazioni che rendevano possibile quel potere.
L’arresto di Valentino Gionta
Il 10 giugno 1985 Il Mattino pubblicò un articolo destinato ad avere un peso decisivo nella storia di Giancarlo Siani.
Valentino Gionta era stato arrestato pochi giorni prima, il 7 giugno, in un casolare a Marano.
A prima vista si trattava semplicemente della cattura di un latitante. Siani provò invece a interpretare ciò che quell’arresto poteva significare negli equilibri interni della camorra.
Nel suo articolo avanzò l’ipotesi che i Nuvoletta avessero favorito la cattura del loro alleato Gionta, ormai diventato un problema nei rapporti con Bardellino. Consegnarlo alle forze dell’ordine avrebbe potuto facilitare una tregua.
Era un’ipotesi estremamente pesante. Significava sostenere pubblicamente che un boss non fosse stato soltanto individuato dallo Stato, ma potesse essere stato sacrificato dai propri alleati nell’ambito di una trattativa interna alla camorra.
Per i Nuvoletta quella ricostruzione comportava anche un problema di prestigio criminale: lasciava intendere che avessero tradito un uomo che si era affidato alla loro protezione.
Non è corretto sostenere che l’articolo del 10 giugno rappresentò automaticamente una “condanna a morte”. Le successive ricostruzioni giudiziarie indicarono però proprio nelle informazioni pubblicate da Siani uno degli elementi che portarono i vertici camorristici a considerarlo pericoloso. La decisione di eliminarlo maturò nei mesi successivi.
Un giornalista di 26 anni
Siani continuò a lavorare. Si muoveva spesso a bordo della sua Citroën Méhari verde, diventata in seguito una delle immagini associate alla sua storia. Aveva iniziato anche a collaborare con la redazione centrale del Mattino a Napoli e sperava di ottenere finalmente un contratto stabile.
La sua condizione professionale rimaneva però quella di un giovane collaboratore.
Questo elemento è importante perché restituisce le proporzioni della vicenda: Siani non disponeva della struttura e della notorietà di un grande inviato impegnato in un’inchiesta nazionale. Aveva costruito la propria conoscenza della camorra attraverso anni di cronaca locale, frequentando Torre Annunziata e leggendo insieme fatti che potevano apparire separati.
Fu proprio quella capacità a renderlo pericoloso.
Siani aveva capito che raccontare chi aveva sparato non bastava. Bisognava ricostruire perché si sparava, quali interessi si stavano spostando e quali alleanze stavano cambiando.
L’omicidio al Vomero
La sera del 23 settembre 1985, quattro giorni dopo il suo ventiseiesimo compleanno, Giancarlo Siani tornò a casa.
Parcheggiò la Méhari in piazza Leonardo, nel quartiere Vomero di Napoli.
I killer lo stavano aspettando. Siani era ancora all’interno dell’automobile quando venne raggiunto da diversi colpi di pistola alla testa. Morì sul posto.
L’omicidio di un giovane cronista del Mattino provocò immediatamente grande attenzione, ma individuare mandanti ed esecutori si rivelò molto più difficile.
Nelle prime fasi le indagini seguirono anche piste che si sarebbero dimostrate sbagliate. La comprensione del delitto sarebbe arrivata progressivamente negli anni successivi, quando le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia consentirono agli investigatori di entrare negli equilibri dei clan che Siani aveva raccontato nei propri articoli.
La lunga strada verso i processi
Un passaggio decisivo arrivò con le dichiarazioni di Salvatore Migliorino, collaboratore di giustizia proveniente dal clan Gionta. Altri collaboratori contribuirono successivamente a ricostruire la decisione e l’esecuzione dell’omicidio.
Il processo cominciò a Napoli nel 1995, dieci anni dopo la morte di Siani. La ricostruzione giudiziaria individuò negli ambienti dei Nuvoletta la decisione di eliminare il giornalista. Al centro del movente c’era il timore prodotto dalle informazioni che Siani aveva pubblicato sugli equilibri tra i Nuvoletta, Valentino Gionta e Antonio Bardellino.
Il percorso processuale fu lungo e attraversò diversi gradi di giudizio, annullamenti e nuovi pronunciamenti. Per questo è riduttivo riportare semplicemente l’elenco delle condanne pronunciate in primo grado come se fossero tutte rimaste immutate.
Le sentenze definitive individuarono Angelo Nuvoletta come mandante e Armando Del Core e Ciro Cappuccio come esecutori materiali dell’omicidio. Le loro condanne all’ergastolo divennero definitive. La posizione di Valentino Gionta, inizialmente condannato, ebbe invece un percorso diverso e si concluse con l’assoluzione dall’accusa relativa all’omicidio del giornalista.
La verità giudiziaria arrivò quindi molti anni dopo quella sera del settembre 1985.
Gli articoli prima del personaggio
Dopo la morte, la figura di Giancarlo Siani è entrata nella memoria collettiva italiana. Scuole, strade e iniziative sono state intitolate al giornalista. La sua Méhari è stata recuperata ed esposta in numerose manifestazioni dedicate alla libertà di stampa e alle vittime della criminalità organizzata.
Nel 2009 Marco Risi gli dedicò il film Fortapàsc, con Libero De Rienzo nel ruolo di Siani. Il film contribuì enormemente a far conoscere la sua storia a una generazione che non aveva vissuto gli anni della guerra di camorra.
Bisogna però distinguere il personaggio cinematografico dal giornalista.
Alcune delle frasi più frequentemente associate a Siani provengono infatti dalla sceneggiatura di Fortapàsc e non dai suoi articoli. Per capire il suo lavoro sono molto più utili i pezzi pubblicati negli anni trascorsi a Torre Annunziata.
È lì che si vede il metodo di Siani. Non trattava la camorra come un fenomeno separato dalla società nella quale operava. Seguiva gli affari, le amministrazioni locali, il denaro della ricostruzione, le alleanze e le guerre tra clan. Un arresto poteva raccontare un accordo. Un omicidio poteva indicare la rottura di un equilibrio. Un appalto poteva mostrare il punto d’incontro tra interessi criminali ed economia legale.
Perché la camorra decise di ucciderlo
Giancarlo Siani non venne assassinato perché aveva scelto genericamente di “sfidare la camorra”. La ricostruzione giudiziaria consente di indicare una ragione molto più precisa.
Aveva compreso e pubblicato informazioni sugli equilibri interni dei clan che i loro protagonisti volevano mantenere nascosti.
L’articolo sull’arresto di Valentino Gionta metteva in discussione l’affidabilità dei Nuvoletta nei confronti dei propri alleati e rivelava al pubblico una possibile trattativa che avrebbe dovuto rimanere interna alle organizzazioni criminali.
Era il risultato di un lavoro costruito nel tempo.
Siani aveva iniziato dalla cronaca locale e aveva progressivamente collegato camorra, appalti, amministrazione pubblica e trasformazioni economiche del territorio. Non aveva ancora un contratto da redattore e non aveva ancora compiuto 27 anni quando quel lavoro venne interrotto.
La sera del 23 settembre 1985 i killer lo trovarono sotto casa.
La storia successiva ha trasformato la Méhari verde nell’immagine più riconoscibile di Giancarlo Siani. La parte decisiva della sua eredità giornalistica rimane però nelle pagine scritte prima dell’omicidio: articoli nei quali un giovane corrispondente cercava di capire chi comandava, quali interessi proteggeva e perché gli equilibri della camorra stavano cambiando.
















