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Giovanni Bontate, il mafioso che disse “noi” al maxiprocesso

di admin
28 Set 2026
in Mafia
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Giovanni Bontate, il mafioso che disse “noi” al maxiprocesso 1
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Giovanni Bontate apparteneva a una delle famiglie mafiose più potenti di Palermo ed era il fratello di Stefano Bontate, il boss eliminato dai Corleonesi all’inizio della seconda guerra di mafia. Sopravvisse alla sconfitta del gruppo del fratello e durante il maxiprocesso pronunciò un “noi” destinato a diventare celebre: mentre cercava di prendere le distanze dall’assassinio dell’undicenne Claudio Domino, finì per parlare pubblicamente a nome di quel mondo mafioso la cui stessa esistenza gli imputati continuavano a negare. Due anni dopo, insieme alla moglie Francesca Citarda, venne assassinato nella propria abitazione a Palermo il 28 settembre 1988.


Una famiglia al centro della mafia palermitana

Per capire chi fosse Giovanni Bontate bisogna partire dalla famiglia nella quale era cresciuto.

Era figlio di Francesco Paolo Bontate, conosciuto come don Paolino, uno dei più importanti esponenti della mafia palermitana del dopoguerra. Suo fratello maggiore Stefano Bontate avrebbe ereditato la guida della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, diventando uno degli uomini più potenti di Cosa nostra negli anni Settanta.

Giovanni seguì un percorso apparentemente diverso. Studiò, divenne avvocato e mantenne un profilo meno visibile rispetto al fratello. Le ricostruzioni investigative e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia lo collocarono però pienamente all’interno delle dinamiche mafiose della famiglia.

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Il rapporto tra i due fratelli era tutt’altro che semplice. Secondo quanto raccontato successivamente da Tommaso Buscetta, Giovanni aspirava a sostituire Stefano alla guida della famiglia di Santa Maria di Gesù. Quando gli equilibri interni di Cosa nostra cominciarono a spostarsi verso i Corleonesi, Giovanni scelse inoltre una posizione opposta rispetto a quella del fratello.

Una scelta che gli permise di sopravvivere alla guerra che stava per travolgere gran parte della vecchia mafia palermitana.

Stefano Bontate contro i Corleonesi

Alla fine degli anni Settanta Cosa nostra era attraversata da uno scontro destinato a modificarne completamente gli equilibri.

Da una parte si trovavano boss come Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo. Dall’altra cresceva il potere dei Corleonesi guidati da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.

Non si trattava soltanto di una rivalità territoriale. In gioco c’erano il controllo dell’organizzazione, gli enormi profitti del traffico internazionale di droga e la capacità di determinare le decisioni della Commissione provinciale di Cosa nostra.

La resa dei conti arrivò nel 1981. La sera del 23 aprile Stefano Bontate venne assassinato mentre rientrava a casa. Poche settimane più tardi, l’11 maggio, venne ucciso anche Salvatore Inzerillo.

Cominciò così la fase più violenta della seconda guerra di mafia. Gli uomini vicini ai gruppi sconfitti furono eliminati sistematicamente. Altri scomparvero attraverso la cosiddetta lupara bianca. Alcuni riuscirono a fuggire all’estero.

I Corleonesi non si limitarono a sconfiggere militarmente gli avversari. Ridisegnarono la struttura di potere di Cosa nostra sostituendo uomini e capi delle famiglie con figure considerate affidabili.

Giovanni Bontate sopravvisse. Il motivo stava anche nella posizione che aveva assunto: si era avvicinato proprio allo schieramento che aveva eliminato suo fratello. Rai News, ricostruendo successivamente la storia della famiglia, ha ricordato come secondo Buscetta Giovanni sperasse in questo modo di prendere il posto di Stefano alla guida di Santa Maria di Gesù. Le cose, però, non andarono immediatamente come aveva previsto.

Il fratello del boss dentro il maxiprocesso

Negli anni successivi Giovanni Bontate finì nell’inchiesta che avrebbe portato al maxiprocesso di Palermo.

Il dibattimento cominciò il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker costruita accanto al carcere dell’Ucciardone. Per la prima volta centinaia di imputati appartenenti a famiglie mafiose differenti venivano processati insieme sulla base di una ricostruzione che presentava Cosa nostra come un’organizzazione unitaria, dotata di regole e organismi di coordinamento.

Era uno dei punti più importanti dell’impianto accusatorio costruito dal pool antimafia anche grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta.

Per gli imputati e le loro difese, contestare questa struttura era essenziale. Giovanni Bontate negava la propria appartenenza all’organizzazione. Nel maggio 1986 comparve davanti alla Corte e respinse le accuse, sostenendo che le ricostruzioni che lo riguardavano derivassero dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e dal peso del cognome che portava.

Pochi mesi dopo, però, sarebbe stato proprio lui a pronunciare alcune parole destinate a entrare nella storia del processo.

L’assassinio di Claudio Domino

Il 7 ottobre 1986, mentre il maxiprocesso era in corso, a Palermo venne assassinato Claudio Domino.

Aveva undici anni. Il bambino venne raggiunto da un colpo di pistola alla testa nel quartiere San Lorenzo. Il delitto provocò un’enorme impressione in città e inevitabilmente attirò l’attenzione anche sul processo in corso.

Le ragioni dell’omicidio non sono mai state definitivamente chiarite. I sospetti si indirizzarono anche verso ambienti mafiosi, ma non è stata raggiunta una verità giudiziaria capace di stabilire movente e responsabilità.

Per gli imputati del maxiprocesso quella possibilità rappresentava però un problema enorme.

L’assassinio di un bambino rischiava di produrre un danno ulteriore all’immagine che gli uomini di Cosa nostra cercavano di costruire davanti alla Corte e all’opinione pubblica.

Fu allora che Giovanni Bontate chiese di parlare.

Quel “noi” nell’aula bunker

Bontate lesse un comunicato con il quale prese le distanze dall’omicidio di Claudio Domino.

L’obiettivo era respingere l’idea che il delitto potesse essere attribuito a Cosa nostra. Ma nel tentativo di difendere quel mondo, Bontate commise un errore.

Parlò al plurale.

Utilizzò un “noi”.

Pietro Grasso, che nel maxiprocesso sedeva come giudice a latere, avrebbe ricordato successivamente la rilevanza di quel momento: per la prima volta un imputato non collaboratore parlava pubblicamente utilizzando una prima persona plurale interpretabile come riferita agli uomini di mafia.

Il paradosso era evidente. Da mesi gli imputati contestavano la ricostruzione secondo cui Cosa nostra fosse un’organizzazione unitaria. Le relazioni tra uomini accusati di appartenervi venivano spesso presentate come semplici rapporti familiari, personali o professionali.

Poi uno di loro aveva preso la parola per dire, sostanzialmente, noi con questo delitto non abbiamo niente a che fare.

Bontate non stava collaborando con la giustizia. Non stava confessando la propria appartenenza a Cosa nostra. E certamente non aveva deciso di rivelarne i segreti. Stava facendo quasi l’opposto: cercava di proteggere l’organizzazione dall’attribuzione di un omicidio particolarmente grave. Proprio nel farlo, però, aveva incrinato pubblicamente la strategia di chi continuava a sostenere che quell’organizzazione non esistesse.

Un errore che Cosa nostra non dimenticò

Quel comunicato non trasformò Giovanni Bontate in un collaboratore di giustizia. Continuò a essere un uomo inserito nelle dinamiche mafiose e legato allo schieramento vincente della guerra.

Ma la sua iniziativa nell’aula bunker non venne apprezzata.

La ricostruzione successiva ha collegato anche quell’episodio alla decisione di eliminarlo. Alcune fonti indicano il comunicato come uno dei motivi della condanna interna, mentre altre sottolineano contemporaneamente l’esigenza dei Corleonesi di rimuovere un personaggio che, nonostante il precedente schieramento, rimaneva un Bontate e poteva rappresentare un problema negli equilibri di Santa Maria di Gesù.

È quindi preferibile non ridurre il suo assassinio a una formula troppo semplice come “venne ucciso perché aveva detto noi”.

Quel “noi” ebbe un peso. Ma l’eliminazione di Giovanni Bontate apparteneva anche alla lunga riorganizzazione del potere mafioso seguita alla seconda guerra di mafia.

La sua scelta di stare dalla parte dei vincitori non gli garantì una protezione permanente.

La mattina dell’omicidio

Il 28 settembre 1988 Giovanni Bontate si trovava nella propria abitazione a Palermo.

Con lui c’era la moglie Francesca Citarda.

I killer riuscirono ad avvicinarsi senza suscitare immediatamente allarme. Bontate conosceva gli uomini che si presentarono alla villa e permise loro di entrare.

Poi partirono i colpi. Giovanni Bontate e Francesca Citarda vennero assassinati insieme. L’uomo indicato dalle successive ricostruzioni come autore materiale dell’agguato era Pietro Aglieri, mafioso della stessa famiglia di Santa Maria di Gesù e legato ai Corleonesi.

Aglieri non era quindi un nemico proveniente dall’esterno.

Era un uomo appartenente allo stesso ambiente criminale di Bontate.

Dopo l’assassinio avrebbe assunto un ruolo di comando nella famiglia di Santa Maria di Gesù.

La dinamica raccontava perfettamente il funzionamento della Cosa nostra uscita dalla guerra degli anni Ottanta: l’alleanza con i Corleonesi poteva permettere di sopravvivere alla distruzione degli avversari, ma non rendeva nessuno indispensabile.

Francesca Citarda

Nella ricostruzione dell’omicidio, Francesca Citarda rischia spesso di comparire soltanto come “la moglie di Giovanni Bontate”.

Eppure il 28 settembre 1988 le vittime furono due.

Citarda apparteneva a sua volta a una famiglia inserita negli ambienti mafiosi palermitani. La sua presenza accanto al marito non impedì ai killer di portare a termine l’agguato.

Venne uccisa insieme a lui.

Anche questo elemento aiuta a comprendere quanto le guerre interne a Cosa nostra avessero progressivamente cancellato regole e limiti che gli stessi mafiosi amavano attribuirsi.

L’organizzazione costruiva parte della propria rappresentazione su presunti codici d’onore, sulla protezione delle famiglie e su confini che la violenza non avrebbe dovuto oltrepassare.

La sua storia concreta raccontava qualcosa di molto diverso.

Il nuovo potere a Santa Maria di Gesù

L’eliminazione di Giovanni Bontate completava un processo iniziato sette anni prima con l’assassinio di Stefano.

La famiglia che per decenni aveva rappresentato uno dei centri del potere mafioso palermitano era stata progressivamente assorbita nel sistema costruito dai vincitori della seconda guerra di mafia.

Stefano era stato eliminato perché rappresentava uno dei principali avversari di Riina.

Giovanni aveva scelto invece di avvicinarsi ai Corleonesi, ma non riuscì a costruire su quell’alleanza un potere autonomo e duraturo.

Dopo la sua morte, Pietro Aglieri consolidò la propria posizione a Santa Maria di Gesù.

Era la logica con la quale Riina e i suoi alleati avevano conquistato Palermo: non soltanto eliminare i capi avversari, ma intervenire sulle famiglie sconfitte, selezionando uomini fedeli e modificandone progressivamente gli equilibri interni.

Giovanni Bontate aveva pensato di poter trovare spazio nel nuovo sistema.

Alla fine ne divenne una vittima.

Una parola che raccontò più di quanto volesse

La storia di Giovanni Bontate non è quella di un uomo che decise di rompere con la mafia.

Non fu un pentito, non diventò un collaboratore di giustizia e non venne assassinato perché aveva scelto di raccontare agli investigatori i segreti di Cosa nostra.

Fu parte di quell’organizzazione.

La sua vicenda è interessante proprio per questo.

Era nato all’interno di una delle dinastie mafiose più importanti di Palermo. Aveva visto il fratello Stefano diventare uno dei boss più potenti della città. Quando i Corleonesi cominciarono la loro scalata, scelse un percorso diverso da quello del fratello e sopravvisse alla sua eliminazione.

Poi arrivò il maxiprocesso.

Davanti ai giudici che stavano cercando di dimostrare l’esistenza di una struttura mafiosa unitaria, Giovanni Bontate cercò di prendere le distanze da un delitto che riteneva incompatibile con l’immagine che Cosa nostra voleva offrire di sé.

Per farlo pronunciò un semplice pronome.

Noi.

Non era una confessione formale e non dimostrava da solo l’impianto accusatorio del maxiprocesso. Ma quella parola aveva un significato enorme proprio perché proveniva da un uomo che non stava collaborando con lo Stato.

Per respingere un’accusa, Bontate aveva avuto bisogno di parlare come membro di una collettività.

Due anni dopo venne eliminato dalla stessa organizzazione dentro la quale aveva cercato di trovare il proprio spazio.

La mattina del 28 settembre 1988, con l’assassinio di Giovanni Bontate e Francesca Citarda, si chiudeva così un altro passaggio della lunga conquista di Palermo da parte dello schieramento corleonese.

Tags: Carriera criminaleconfessionecoraggioCosa NostraGiovanni BontateImpronta indelebilemafiaPiega tragicasvolta epocaleTestimonianza chiave
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