Un occhio vede, l’altro sente

Fonte: www.kunstmeranoarte.org
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Un percorso espositivo dell’arte più rappresentativa dagli anni venti agli anni sessanta del Novecento è ricostruito dalla Fondazione Palazzo Strozzi in connubio con la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York. La linea guida del corpus artistico in mostra è il paragone delle collezioni di Peggy e Solomon Guggenheim, due generazioni a confronto della casata familiare più potente in campo artistico. Il punto di collegamento con Firenze è la presentazione della “Strozzina”, nel febbraio 1949, composta dalla collezione di Peggy. che poi troverà destinazione definitiva a Venezia.

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Le opere esposte da Solomon rientrano nella categoria di arte astratta, esente da riferimenti al mondo oggettivo, mentre le opere di Peggy racchiudono le correnti dell’avanguardia nelle sue componenti sia astratte che surrealiste fino alla Pop Art.

L’iter si apre con il celebre “Bacio” (1927) di Max Ernst, rappresentazione emotiva e cerebrale di uno dei capostipiti del surrealismo, nonché marito per due anni di Peggy Guggenheim. Accanto svetta il celebre “Uccello nello spazio”(1932-1940) di Brancusi, della serie “Maiastra”, eseguito con la tecnica brevettata dall’artista di lucidatura che porta ad una lucentezza estrema l’opera. Nella parte centrale della sala campeggia la sinestesia di Kandisky con la sua “Curva dominante” (1927).

In rappresentanza del movimento “De Stijl”, la pulizia e semplificazione geometrica della “Composizione IX” di Theo van Doesburg. A seguire sono presenti due opere sulla figura della donna, scomposta nella sua femminilità figurativa che la allontanano da richiami al mondo oggettivo: l’“Aurora” (1937) di Delvaux e “Due donne davanti allo specchio” (1943) di Morris Hirshfield.

Questo viaggio verso l’astrattismo, sempre più accentuato nelle forme e nei contenuti, giunge ad opere di artisti quali Leonor Fini, Rita KernnLarsen, Victor Brauner, fino al surrealismo aggressivo di Sebastian Matta e al cubismo analitico dell’”Armatura” (1925) di Andrè Masson e al “Busto di uomo in maglia a righe” (1939) di Pablo Picasso. Unica nella sua corporeità delle forme l’opera di Yves Tanguy “Il sole nel suo portagioie”.

Surrealismo di stampo organicistico è la “Corona di germogli” di Arp. Peggy Guggenheim ama tutte queste sfaccettature del movimento surrealista, caratterizzate da una disomogeneità nello stile. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale molti artisti surrealisti europei emigrarono negli Stati Uniti dove, grazie al suo aiuto, dettero vita alle avanguardie americane. Contaminazioni artistiche tra il continente europeo e americano confluiranno nell’ “Espressionismo astratto”, corrente corale degli stili pittorici non figurativi degli anni quaranta e cinquanta. Arshile Gorky, Clifford Still, Adolph Gottlieb portano tutti l’effigie di tali influenze reciproche tra continenti.

Una sala a parte è dedicata a Jackson Pollock, esponente emblematico dell’Action Painting che, con la nota tecnica del dripping, era solito far gocciolare il colore direttamente su una tela posta in orizzontale. Influenzato dalla ritualità magico-propiziatoria dei nativi americani creerà opere quali: “Foresta incantata” (1947), “Argento verde” (1949), “Numero 18” (1950), “Bufalo d’acqua” (1956). Un intreccio di linee e macchie apparentemente manchevoli di un disegno razionale all’origine, mentre ben chiara era la sua idea della rappresentazione di insieme che voleva realizzare.

Il cuore dell’astrattismo risiede in Willem de Kooning, pittore olandese di indole inquieta e ribelle. L’elemento preponderante delle sue composizioni è il segno, suffragato dalla potenza del colore. L’artista prese parte al movimento degli “Irascibili”, in contrapposizione con i dettami della mostra sulla pittura americana, organizzata dal Metropolitan Museum of Art nel 1950. Accanto alla sua “Composizione” (1955), sono poste “Il cancello” ( 1959-1960) di Hans Hofmann e un’opera di Sam Francis del 1964, entrambe facenti parte di quella astrazione detta “post-pittorica” caratterizzata da un netto distacco dalla figurazione, e nel caso particolare di Francis da un essenzialismo tipico dell’estetica giapponese.

La sala dedicata all’arte “informel” si apre con lo spazialismo di Lucio Fontana, le plastiche di Alberto Burri, le sculture di Pietro Consagra e Mirko Basaldella e l’”Art Brut” di Jean Dubuffet con il suo “Brunetta dal volto carnoso” (1951).

Un raffreddamento nella matericità dell’opera avviene con la post painterly abraction, dove il colore viene rappresentato piatto, nella sua dimensione bidimensionale, come nel colorismo di “Miscuglio di grigio” (1968-69) di Frank Stella e nella “Elegia per la Repubblica spagnola n.110” (1971) di Robert Motherwell.

Un linguaggio astratto tutto personale lo sviluppa Mark Rothko che nel processo di semplificazione del reale riproduce un’esperienza contemplativa, dove vi è un’assenza di temporalità (“Sacrificio” 1946).

Gli anni sessanta si aprono con l’ “Istante propizio” di Jean Dubuffet che darà il via a una sintesi minimale astratta che approderà alla Pop Art, come in “Preparativi” (1968) di Roy Lichtenstein, caratterizzata da macchie di colori primari e linee intense nere.

Due anime del collezionismo: da un lato Peggy Guggenheim, donna giovane, spregiudicata, all’avanguardia nei gusti; dall’altro lato Solomon, lo zio, rigoroso e raffinato, consigliato nella raccolta delle sue collezioni, da Hilla Rebay, pittrice e baronessa tedesca, non incline alle scelte della nipote, a suo giudizio spesso fuori luogo.

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