L’Afrodite d’Oltralpe: sulle tracce di Jeanne Moreau

Fonte: npr.org
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Un anno fa è morta Jeanne Moreau, spentasi nel suo appartamento parigino a rue du Faubourg-Saint-Honoré, nell’VIII arrondissement. Aveva 89 anni, un mito personale creato grazie ad anni di vita sul palcoscenico e sullo schermo e l’amore dell’intera Francia. Insieme ad Anna Magnani era la più grande attrice dell’età d’oro del cinema occidentale ed un simbolo dell’Europa: ma se Anna esprimeva il mondo arcaico, il passato del Vecchio Continente con il suo volto antico, potente come un monumento romano, Jeanne era figlia della modernità, espressione di un desiderio vorace di futuro che investiva il nostro mondo per trasformarlo.

Jeanne è parigina, figlia di Anatole Moreau, contadino che gestisce il piccolo ristorante La Cloche d’Or a Montmartre e di Katherine Buckley, ballerina delle Folies Bergère, che le daranno pochi anni più tardi la sorellina Michelle. Abita al quinto piano di un palazzo del quartiere e in un’intervista della Fallaci ricorda la povertà non estrema ma indiscutibile.

La severità del padre, che non le permette nemmeno di leggere i giornali, fa da molla alla sua curiosità, all’amore per la letteratura. Da piccola divora Zola e Flaubert, quasi si rovina la vista, impara interi brani dei suoi romanzi preferiti a memoria recitandoli alla madre. Inizia così la passione per le parole che poi diventa amore per il palcoscenico con la visione a teatro di uno spettacolo dell’Antigone di Jean Anouil.

Da allora è tutto in salita. La sua voracità per la vita l’ha portata ad essere precoce in ogni aspetto. A 20 anni si sposa e ha un figlio, riprende subito il lavoro teatrale alla Comédie-Française che lei ricorda come la più grande scuola della sua vita, divorzia e si butta nel cinema al contrario dei suoi colleghi che vedono la settima arte con sospetto.

Inizia una lunga gavetta che culmina con l’incontro con il regista più elegante della Nouvelle Vague: Louis Malle, suo amante, che la immortale in Ascensore per il patibolo e Gli amanti. Nel secondo soprattutto il suo talento temerario la spinge a mostrare il piacere femminile nell’atto d’amore, colto nel primo piano più sensuale della storia del cinema. Ora è ufficiale: se il greco antico ha avuto l’Afrodite Cnidia, l’uomo moderno ha Jeanne Moreau.




Truffaut, suo amico intimo, le dona il suo personaggio più famoso nel 1962, quello di Catherine, protagonista assoluta, infantile e fatale di Jules et Jim. Il fascino imperscrutabile, la bellezza ed il talento di Jeanne la rendono un magnete per i grandi autori: Welles, che la vede come l’attrice più grande del mondo, la vuole ne Il processo e Falstaff per poi donarle un ruolo di protagonista nel suo film The immortal story del 1968; Joseph Losey consolida la sua immagine di femme fatale nel noir dei sentimenti girato in Italia Eva; Buñuel, Demy, Antonioni, Fassbinder, Blier, la sua grande amica Marguerite Duras, regista del film Nathalie Granger e Manoel de Oliveira con il suo Gebo e a sombra arricchiscono ulteriormente una carriera che non ha bisogno di altre descrizioni.

La Moreau, che disdegnava la fissità cui sono destinati certi miti, era conosciuta nel suo ambiente per la grande creatività ed apertura sia lavorativa che umana. Fu un’amatrice leggendaria, che però non parlava mai di sé stessa come di una gran bellezza: il suo volto non era classico, ma sfaccettato, sicuro, luminoso senza essere intrappolato all’interno di un canone.

Sedusse convertendo, anche se per breve periodo, lo stilista Pierre Cardin all’eterosessualità, amò Malle, Tony Richardson rubato a Vanessa Redgrave, Mastroianni, il compositore Georges Moustaki, George Hamilton e William Friedkin con cui si sposò brevemente.
Regista, cantante e sceneggiatrice a sua volta, si circondò di grandi personaggi, attori, scrittori e artisti come Coco Chanel, Elio Vittorini, Henry Miller, Serge Rezvani che scrisse la maggior parte delle sue canzoni, tra cui l’inno così celebre di Jules et Jim: Le tourbillon de la vie.

Lei disse di aver vissuto come un ragazzo, per poi correggersi: aveva vissuto come una donna libera. Era un imbolo già in vita, ma vibrante fino all’ultimo, sempre pronta ad elargire la saggezza del vissuto e dell’arte ai giovani che chiedevano consigli e aiuti.
Per lei recitare era la vita stessa, un esporsi alla vita e alle sue possibilità. Questo la rende grande ed indimenticabile. Questo era Jeanne Moreau, ora tramutatasi in stella polare.

Antonio Canzoniere

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