Byung-Chul Han: viviamo nel tempo dell’assideramento emotivo

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Byung-Chul Han, filosofo coreano docente a Berlino, ha scritto e parlato di come i social network e i cosiddetti selfie, strumentalizzano la mente dell’individuo, inducendo in lui il bisogno di affermare la sua esistenza e la sua presenza in un evento, guardando quindi all’individuo e non alla collettività.

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E’ il singolo individuo che si chiude e si crea il suo mondo, uno spazio condiviso con altri soggetti ma di cui l’unico reale protagonista è lui. E’ una sorta di presa di potere e una conquista di visibilità rispetto a quella dei padroni del pianeta, laddove proprio l’illustre pensatore orientale rincara la dose di tutta una grande tradizione del pensiero occidentale, da HeideggerBarthes, a Baudrillard, che vede proprio nell’eccesso di visibilità, un terreno fradicio,  l’inesorabile perdita di sfumature ed elementi che rendono unica una persona.

L’individuo racconta attraverso i selfie che pubblica nei social una realtà costruita in cui spesso si rende protagonista di eventi negativi, per affermare la sua presenza nel luogo pur non essendone diretto interessato, spettacolarizzando il dolore. Questo è il frutto di una società, mal abituata dai mass media, che mostrano la morte in diretta, che hanno reso apatico un individuo che invece di rimanere attonito di fronte ad un atto di violenza, ne vuole essere protagonista anche se indiretto. A tal proposito Han parla di frastuono, di povertà di sguardo, di dispersione generale,  che ha scalzato il silenzio della riflessione.

Non è un caso che Byung-Chul Han abbia usato esplicitamente la metafora  dell’infarto dell’anima per illuminare la nostra sparizione come soggetti fatti di affetto e volontà. Siamo in presenza, secondo Byung-Chul Han, di una stereotipizzazione del positivo o meglio ancora dell’assimilazione di un comportamento in cui i vari soggetti si riconoscono e non si differenziano, di una prestazionalità diffusa il cui rovescio è l’implosione, la depressione da entropia ovvero all’annullamento delle gerarchie interne al sistema sociale, il dover affrontare la crisi da crollo per non poter tener testa all’ impossibile che quotidianamente ci viene chiesto.

Quindi non è più la Guerra Fredda fra incompatibili ideologie a preoccuparci, ma un’intera macchina  dell’assideramento emotivo, un apparato che sembra averci privato di un più comune concetto di umano, per questo vittime della cibernetica che ci ha reso anime drogate.

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