Paolo Di Canio, l’ossimoro di Gramsci ed il classico moralismo italiano

Paolo Di Canio nasce a Roma il 9 luglio del 1968 e di Roma, sponda biancoceleste, diverrà uno dei simboli e dei giocatori più amati e discussi.

Giocatore atipico, è stato uno di quelli che, prima d’indossare la maglia biancoceleste ne è stato un viscerale tifoso, un “ultras”. Uno che si faceva fotografare, da ragazzino, in trasferta col popolo biancoceleste mentre mostrava fiero la sua sciarpa inequivocabile con su scritto “IRRIDUCIBILI”.

Paolo Di Canio che, all’età di 21 anni, precisamente il 15 gennaio 1989, si trova a giocare il derby di Roma, uno dei più attesi e sentiti del mondo. Chissà quanto gli tremavano le gambe a quell’impavido e coraggioso ragazzino che, beffando tutte le avversità, non solo insacca la palla in rete, ma per di più lui, il figlio del popolo biancoceleste, corre a perdifiato per esultare sotto la Curva Sud dell’Olimpico, proprio sotto i suoi nemici. E qui, a 21 anni, diventa già chiara la personalità del ragazzo che sta diventando uomo.

La vita, però, lo porterà lontano dalla sua città, indosserà altre maglie sia in Italia che all’estero. Ed è proprio l’Inghilterra che entrerà nelle vene di Di Canio per non andarsene mai più. In terra d’Albione, rimedia 11 giornate di squalifica per aver spinto un arbitro, ma, con la casacca del West Ham United, oltre a diventare un idolo della tifoseria, vincerà il “FIFA Fair Play Award” per aver interrotto il gioco, rinunciando ad un gol certo, avendo visto il portiere avversario a terra e preferendo, quindi, prendere il pallone con le mani piuttosto che segnare.

Nella stagione 2004/2005 rinuncia a tre/quarti del suo stipendio per tornare lì dove il suo cuore batte. Paolo Di Canio è di nuovo a Roma, sponda SS Lazio, ovviamente. Ed in testa, Paolo Di Canio, ha solo un obiettivo: segnare e battere i nemici. Il calciatore termina il campionato con 23 presenze, mettendo sei volte la palla in rete, ma la data che verrà ricordata da tutti i tifosi Laziali, dalla gente di Paolo, è solo una.

E’ il 6 gennaio 2005, data che scandisce il ritorno nel derby di Roma di Di Canio, sedici anni dopo la sua esultanza sotto la Curva Sud. I tifosi romanisti lo prendono in giro, mormorano che è vecchio, che ormai è un giocatore finito.
Il minuto è il ’28 del primo tempo. Liverani lancia la palla in profondità proprio per quella casacca che vanta il numero 9 sulle spalle. Di Canio lo vede quel pallone, segue la traiettoria, lo annusa e poi esplode un destro al volo, peggio di una coltellata per il popolo giallorosso. Vantaggio Lazio, ancora lui, sedici anni dopo, ha segnato nel derby Paolo Di Canio. Ed ancora una volta, non poteva esser altrimenti, Di Canio va a festeggiare sotto la Curva Sud.

La partita terminerà 3 a 1 per la Lazio, ed anche subito dopo il triplice fischio finale, si capisce la personalità di quest’uomo, il suo amore per la maglia, l’attaccamento alla sua gente. Intervistato a caldo, mentre prendeva l’acclamazione della sua gente, Di Canio dichiarò che

“E’ un momento meraviglioso, non me lo sarei aspettato così bello. Non avrei mai creduto di poter gestire così la situazione perché, devo dire, sono arrivato carichissmo. Ero un po’ preoccupato, ma questa gente mi da un’adrenalina, una tranquillità, come ho detto all’inizio ed è la verità, con questa maglia non ho paura di niente. Che bellezza sentire appellativi dall’altra parte, “è vecchio”, “non si regge in piedi”, è una goduria doppia. Oggi è per il popolo della Lazio e per tutta quella gente che non è potuta stare qui, anche ai diffidati che non sono potuti stare qui, è anche per loro.”


Notoriamente di destra, più volte ripreso a salutare la sua curva e la sua gente col saluto romano, indimenticabile era la diatriba con Cristiano Lucarelli, livornese, capitano della squadra della sua città, nonché notoriamente calciatore di sinistra.

Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, qualche annata più che ottimale da allenatore, Di Canio si è cimentato con grandi risultati come opinionista e conduttore su Sky Sport. Oltre ad una conoscenza calcistica, si è fatto notare per una grande cultura, uno stile preciso ed una dialettica perfetta.

La vicenda del suo licenziamento, è ormai storia nota. Ma in tempi in cui l’ignavia si è presa possesso del popolo italiano, in cui a schierarsi non ci pensa più nessuno, in cui i calciatori sembrano essere distanti anni luce dalla gente comune, un uomo dal coraggio e dalla personalità come Paolo Di Canio, uno che si è sempre battuto e non si è mai tirato indietro, non doveva esser allontanato. Perché il suo’esser simpatizzante di estrema destra, in Italia lo sapevano tutti. Per questo, la decisione di Sky non è stata solo ipocrita ma l’aver allontanato Paolo Di Canio dalla televisione per un tatuaggio che si è intravisto, è quanto di più repressivo e dittatoriale possa esser fatto.

Come un ossimoro, riecheggia la famosissima frase di Antonio Gramsci, quando scrisse, in una lettera (oltre il “Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano” ) che: “l’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.
Ed in tempi in cui l’indifferenza è massima, governati da uno Stato che ci vuole muti, una voce fuori dal coro, anche se della sponda opposta, come quella di Paolo Di Canio, doveva essere esaltata ed invece, ovviamente, è stato preferito censurarla. In pieno stile italiano.

Matteo Ferazzoli

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