Aborto, tra il rispetto di una legge, e l’obiezione di coscienza

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Era il mese di febbraio, forse marzo, e nell’aria scivolava lestamente un’aria pesante, contesa; ci scorrevano accanto gravi polemiche riguardo ad una questione spinosa, che io stessa trattai, pur non avendo un’opinione certa a riguardo.

Si parlava della maternità surrogata, dell’importanza, nella vita di un qualunque essere umano, di diventare genitore. Ho riflettuto a lungo sulla questione, ho meditato, ponderato, ragionato, cercando di assaporare a pieni polmoni questo estremo desiderio di genitorialità, che aleggiava nell’aria.

Sono questioni delicate, che andrebbero trattate con dolcezza ed estrema serietà.

Ci siamo forse scordati le infinite lotte femministe del secolo scorso, volte a sensibilizzare la società a ripensare alla maternità non come un gesto obbligato, di pura discendenza; ma come una volontà, sensazione, la decisione di diventare madre solo se si desidera esserlo?

Abbiamo assistito, come spettatori silenziosi, ad una trasformazione essenziale di ciò che era una decisione collettiva, in una sfera prettamente individuale e sentimentale. Ora si è mamme solo se si vuole esserlo.

Questo concetto ribadivo in un articolo precedente, proprio riguardante la maternità surrogata.

Come non collegarla all’aborto?

“Se esiste la legge che consente l’interruzione della gravidanza, perchè non dovrebbe esisterne una che ne consente l’inizio, e il proseguo?”

Il diritto a ricorrere all’interruzione di gravidanza è stata una delle importanti conquiste del genere femminile del secolo scorso; ma da sempre, noi donne, abbiamo dovuto avere a che fare con l’aborto, sia spontaneo che provocato.

Attualmente si tratta della legge 194/78, “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.

Ma funziona davvero così?

E proprio in questi ultimi giorni che viene lanciato un hashtag, polemico, violento, di protesta, #ObiettiamoLaSanzione, una rivolta capeggiata da femministe, blogger, donne, che potremmo essere io e te, che contesta la depenalizzazione dell’aborto clandestino.

Perchè si deve ricorrere a queste pratiche, non tutelando affatto la nostra salute?

Perchè la legge 194/78 viaggia su binari paralleli all’obiezione di coscienza, che sta dilagando come un mare di petrolio, mettendo a serio rischio la salute delle donne che decidono di interrompere la gravidanza, non permettendo loro una procedura sicura. Spesso si ritrovano in enormi difficoltà, e vengono sballottolate a destra e sinistra, di regione in regione, alla ricerca di un medico che rispetti il diritto sancito dalla legge 194/78.

Molte donne sono costrette ad abortire in clandestinità, rischiando sulla propria pelle, proprio perchè lo Stato italiano non garantisce il rispetto della legge; e non solo, oltre a renderla inapplicabile, applica addirittura multe salatissime, che gravano specie sulle donne lavoratrici precarie, disoccupate, immigrate, che proprio in mancanza di quella stabilità, che lo Stato tutto fa fuorchè garantire, decidono loro malgrado di interrompere una gravidanza.

Si può davvero chiamare obiezione di coscienza?

Il termine “obiettore di coscienza” nasceva anni fa, ad indicare quel ragazzo che, pur ricevendo l’invito da parte dello Stato, rifiutava di fare il servizio militare, decidendo di disertare. Si trattava di una scelta soggettiva, condannata ai tempi dai tribunali e dalle gerarchie cattoliche in nome di una “difesa mancata della patria”.

Cos’è successo all’obiezione di coscienza con il passare degli anni? La domanda sorge legittima, è giusto chiederselo, alla luce degli ultimi avvenimenti, o meglio, non avvenimenti.

Si potrebbe parlare di uno slittamento semantico del termine, che ha trascinato una scelta individuale e libertaria, nei confronti di un’imposizione contro la propria morale, ad una imposizione della propria visione morale, delle volte moralista ed ipocrita, che sta srotolando tristemente verso l’omissione di servizio, e spingendo la pratica sanitaria verso uno spiacevole territorio di scontri di coscienze.

E’ davvero corretto chiamare attraverso lo stesso termine, il ginecologo che, pur avendo abbracciato attraverso una vocazione personale il proprio lavoro, decide di non eseguire aborti, e quei ragazzi che al tempo negavano le armi?

Erano proprio gli anni 70, quando in Italia veniva imposto con forza il problema dell’obiezione di coscienza al servizio militare, e nello stesso tempo, sia in Italia che in tutta l’Europa Occidentale, iniziavano le pratiche per la legalizzazione dell’aborto.

Dal canto mio, non ho intenzione di sfiorare la questione morale, vorrei accarezzare l’argomento delicatamente, senza irruenza, evitando di addentrarmi in questioni a lungo dibattute; questioni che molti critici hanno a lungo sostenuto, sottolineando come la pratica comporti nient’altro che una forma di omicidio.

L’aborto venne legalizzato all’epoca, esattamente come ai tempi, per evitare situazioni peggiori che mettevano a serio rischio la salute del soggetto, quali ad esempio proprio la clandestinità.

E se ci pensate, è esattamente ciò che succede ora.

Ci sarebbe da discutere sulla validità dell’analogia tra aborto e guerra, e sul fatto che l’aborto sia una forma di omicidio, se sia davvero paragonabile alle morti provocate in guerra.

Le controversie sono davvero troppe.

Ma ciò che è davvero importante, e che rimane soffocato da questa fitta nube di polemiche, è la salute della donna.

I tweet volano, ma le decisioni restano da prendere, le parole ancora tardano a concretizzarsi.

Tutto resta immobile, paralizzato in un’atmosfera, dove la giustizia ancora è latitante.

La legge ancora dev’essere resa applicabile, l’obiezione frenata, nel rispetto della legge natia.

Questo va fatto per tutelare, e soprattutto a questo bisognerebbe pensare, la salute e la vita delle donne.

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