Banana Split, risate e poesia

Donato Aquaro
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Di Adriano Ercolani


Nascosto in una stradina secondaria tra le fermate di Cipro e Valle Aurelia, da poco meno di un anno a Roma c’è l’Altrove Teatro Studio, fondato da Ottavia Bianchi e Giorgio Latini.

Si tratta di un vivace spazio culturale che, accanto a una programmazione teatrale variegata, è anche la sede di una Scuola d’Arte Scenica.

Il progetto è coraggioso (essendo del tutto autofinanziato) e merita attenzione.

Proprio nella sala principale dell’Altrove, ho assistito allo spettacolo Banana Split , scritto e portato in scena dal duo Bettedavis (Elisabetta Mazzullo e Davide Lorino).

Ora, normalmente io non apprezzo molto questo tipo di spettacoli: una trama semplice, il racconto di una storia d’amore estiva, il recupero dell’immaginario giovanile della mia generazione (gli anni ’90, nel loro aspetto più popolare, da canzone degli 883 per intenderci), un riferimento a Shakesperare sullo sfondo.

Insomma, c’erano tutti gli elementi per farmi annoiare fino al tentato suicidio.

Invece, ho trovato lo spettacolo molto gradevole e anche molto apprezzabile dal punto di vista della gestione scenica.

L’aspetto interessante è che questi pregi sono esaltati dalle apparenti lacune dello spettacolo: per motivi tecnici, all’inizio i due rimangono in scena lungamente (prima di iniziare la vera e propria rappresentazione)…senza fare nulla di particolare, Lorino suona la chitarra di spalle, Mazzullo si prova dei vestiti davanti a uno specchio immaginario.

Ma è proprio grazie a questo inconveniente che emerge il talento dei due: in qualsiasi altra circostanza, al quinto minuto di non-azione mi sarei alzato e me ne sarei andato (e con me buona parte del pubblico). Invece, i due sono stati bravissimi a improvvisare (pur senza recitare): con poche espressioni buffe, con pochi accordi, con pochi cenni quasi impercettibili sono riusciti a creare una tangibile empatia con il pubblico, un’atmosfera di complicità naturale.

Quando finalmente inizia lo spettacolo, il pubblico è talmente incuriosito che divora con gli occhi ciò che accade.

E qui la riflessione si impone.

La storia (ispirata a un racconto di Tobias Wolff), come detto, è molto semplice: un triangolo amoroso estivo.

Due ragazzi si incontrano a un corso di recitazione, lei è la fidanzata del migliore amico di lui.

Si conoscono e si innamorano.

Già vi sento: “Ercolani, ma che davvero ci stai parlando di uno spettacolo così?”.

Sì.

Perché i due sono bravissimi.

Davide Lorino ha una simpatia spontanea: riesce a incarnare in maniera credibile diversi personaggi (il goffo e poetico Gillo, lo spaccone e fascinoso Rao, la voce narrante), suonando la chitarra, imitando Elvis, mimando i dialoghi di un film anni’50…il tutto con grande naturalezza.

Elisabetta Mazzullo è una forza della natura: in mezzo secondo passa (da nordica) dalla spassosissima imitazione di una giovane siciliana (con i più classici errori di dizione dell’inflessione sicula) a quella di un sadico maestro di teatro russo a quella di un padre maniaco della matematica alla perfetta pronuncia inglese dei versi di Shakespeare.

Versi cantati (e bene).

Eh sì, perché i due sono anche un duo musicale che, in questo caso, ha messo in musica i versi dei Sonetti di Shakespeare.

E qui vengono appunto le (per una volta) non dolenti note.

Istintivamente, diffido dell’uso disinvolto dei classici. Soprattutto a teatro.

Spesso, chi vuole “rendere contemporaneo” Shakespeare lo rende inevitabilmente banale, appiattendolo sul quotidiano.

I Bettedavis fanno il contrario: partono da una vicenda molto umile e vi traggono poesia.

Fin dal titolo, lo spettacolo è fatto di poche, semplici cose: l’abilità dei due non è solo nel rendere viva una scena spoglia con giocosa fantasia registica, ma nell’estrarre da esperienze tutto sommato banali (una serata in discoteca, uno strappo alla dieta) un’autentica emozione umana.

Non è facile.

Una gran bella lezione di talento e sensibilità: zero orpelli, zero pose, solo la capacità di restituire emozioni.

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