Lavoro nero, è un boom questa estate. Braccianti ofantini chiedono un aumento. In Sicilia è emergenza per la vendemmia

Questa estate il lavoro nero nelle località turistiche è arrivato al 55%. Sciopero dei braccianti in Puglia. Multe della Guardia di Finanza in Sicilia per tante aziende agricole in tutta l'isola.

Il lavoro in nero e lo sfruttamento sono un cancro del nostro Paese da estirpare. Basse retribuzioni e mancanza di contributi, non faranno altro che innalzare la soglia di povertà e l’insoddisfazione nel nostro Paese. Molte le aziende agricole a sfruttare immigrati e italiani.

Fonti: dailytimes.com
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Lavoro nero, è boom questa estate nele località turistiche italiane.

Una stagione nella quale la domanda di lavoratori si triplica. Si è stimato che circa un lavoratore su 2 fosse in nero (il 55% del totale dei lavoratori nelle località turistiche).

Il problema riguarda l’intera Nazione, ma i picchi di lavoro sommerso sono stati registrati al Sud, capoliste Campania e Calabria; regioni povere e ad alta densità mafiosa.

Una denuncia del nero, arriva dai braccianti ofantini di San Ferdinando di Puglia, regione tristemente famosa per lo sfruttamento sul lavoro. Costoro, aiutati dai sindacati, chiedono 50 euro giornalieri, netti.
Al tavolo tecnico sono seduti sindacati, comune e aziende:
queste ultime daranno una risposta il 19 settembre.

In Sicilia, emergenza per le vendemmie: sono più di cento i braccianti scoperti a lavorare in nero e sfruttati.
Ad agosto sono stati eseguiti dalla Guardia di Finanza dei controlli dall’elicottero e, con la scoperta di questi 100 casi, casi umani, le multe hanno raggiunto il totale di 1 milione di euro.

A lavorare in nero sono soprattuto gli immigrati, sia con permesso di soggiorno che clandestini.

La paga, soli 30 euro al giorno, prevedeva un lavoro che iniziava alle 4:30 del mattino, e finiva all’ora di pranzo. Ricordiamo che ci sono anche situazioni, passate e presenti, di compensi di soli 15-20 euro al giorno.

Immigrati durante la raccolta di pomodori, piegati a raccogliere i frutti sotto il sole cocente per una ben misera paga.
Fonti: michele d’ottavio-foto

Gli sfruttamenti avvenivano nelle vigne a Palermo e Mazzara del Vallo; nelle serre di pomodorini, Ragusa e nei frutteti di pesche, Agrigento; in provincia di Catania si segnalano aziende a Biancavilla, Paternò e Palagonia. Il mondo del sommerso è però più vasto e si parla di 35.000 aziende agricole.

In taluni ristoranti siciliani non è difficile dover pagare un minimo di 16 euro per una discreta bottiglia di vino.

Al momento inoltre, in Sicilia non c’è un vero impegno della Regione contro sfruttamento e lavoro in nero.

Il problema principale è quello del caporalato che, in Sicilia come nel resto d’Italia è un fenomeno sempre più diffuso; complice della diffusione la scomparsa dei voucher. A essere colpite sono le fasce più deboli di lavoratori, italiani e stranieri.
I due episodi affrontati in questo articolo non sono che la punta dell’Iceberg.

Con l’avvento della crisi, il lavoro in nero è cresciuto. Sarà anche colpa anche dell’aumento della pressione fiscale;
della concorrenza estera che colpisce i settori manifatturiero, agricolo, senza citare altri settori come quello della pesca.
Ma, specie con questo ultimo caso in Sicilia, si  di un vero e proprio ingiustificato sfruttamento per nulla etico ingiustificabile.

Sarà anche vero che alcuni datori di lavoro “assumono” in nero per garantire la sopravvivenza dell’azienda, o, per poter pagare i propri impiegati, ma è vero che sono in molti ad arricchirsi sul loro sudore.

Ricordiamo il caso dei suv di Cortina d’Ampezzo, “casi” che di certo non si fermano alla sola Cortina, ma che investono tutta l’Italia.

Oltre al vergognoso sfruttamento, una fra le conseguenze peggiori del lavoro sommerso, specie per i giovani che lavorano in nero, è il mancato versamento dei contributi.
Quale sarà, se ci sarà, la pensione un domani? E quali, le garanzie per un futuro dignitoso?

Non bisogna utilizzare la crisi come  specchio per le allodole per giustificare il lavoro in nero e, ancora peggio, lo sfruttamento.

Bisogna combattere. Battersi per i propri diritti sul lavoro e per i propri diritti di  essere umano. La nostra è una repubblica fondata sul lavoro e sull’eguaglianza sociale.

Importanti, certo, le operazioni delle forze armate e i controlli degli ispettori del lavoro, ma ancora non basta: è tanto il lavoro, in questo caso buono e giusto, da fare.

Bisogna cooperare affinchè l’italia possa, perché no, raggiungere gli standard dei Paesi del Nord Europa, ricordandoci che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che viene dalla bocca di Dio.

Prima di lavoro e denaro esiste la dignità di ogni singolo uomo, donna o bambino. Viviamo a fianco di altre persone, non bestie. Non esiste solo il nostro, di giardino.


Marco Prestipino

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