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Home Economia e Politica

Cameron, May, Johnson e una Brexit più difficile del previsto

di admin
14 Set 2019
in Economia e Politica
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Brexit
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Gli ultimi giorni hanno visto l’ennesima baruffa avente al centro il tema della Brexit, un processo che, ormai, da tre anni a questa parte sembrerebbe non conoscere fine.

A pagare le conseguenze della Brexit, però, non sono stati solo i cittadini. Da David Cameron a Boris Johnson, passando per Theresa May, l’uscita di scena dell’insofferente Regno Unito sembrerebbe essersi trasformato in una sorta di altare sacrificale dei vertici dei principali protagonisti del palcoscenico politico britannico.

Tre lunghissimi anni a cui, di diritto, vanno aggiunti quelli che hanno portato una fetta di elettorato a maturare un forte sentimento anti-establishment nei confronti della matrigna Europa, rea di aver negato al Regno Unito quel ruolo di spicco che la storia aveva consegnato all’ormai anacronistico Impero Britannico.

Sogni imperiali, insofferenza sociale, progressivo distacco fra popolo e palazzi, alienazione, spaesamento. Una miscela esplosiva di elementi che hanno portato gli inglesi a giustificare quello che è diventato, a tutti gli effetti, un “ammutinamento” contro una classe dirigente, considerata troppo europeista, e contro una società giudicata troppo cosmopolita per i gusti di una nazione fortemente conservatrice.

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Il problema più grande, però, se si potesse stilare una classifica, è che i britannici hanno affidato questa “patata bollente” ad una classe politica totalmente inadeguata.

Il voto sulla Brexit e l’azzardo di Cameron

Cinque anni fa, nel 2014, l’Ukip di Nigel Farage conquista le Elezioni Europee, quasi a sorpresa, diventando il primo partito del Regno Unito. L’euroscetticismo dilaga all’intero dell’opinione pubblica britannica e il leader dei conservatori, David Cameron, per neutralizzare la minaccia del Partito dell’Indipendenza britannico, decide di cogliere la palla al balzo e di recarsi in Europa per rinegoziare la già ottima posizione del Regno Unito.

Nonostante l’apertura della maggior parte dei leader europei alle richieste britanniche, David Cameron per risolvere una volta per tutte la questione e mettere alle strette Nigel Farage, decide di indire un referendum popolare sulla permanenza del suo Paese all’interno della grande famiglia europea. Con questo presupposto, i conservatori vincono le elezioni politiche del 2015. L’anno successivo la Gran Bretagna viene portata alle urne, tra la sorpresa dell’establishment che, ovviamente, critica fortemente l’azzardo di Cameron. L’esito si conosce: il 52% dei votanti si esprime a favore dell’uscita dall’UE. Il primo “esperimento” di democrazia diretta su una decisione di cotanta importanza vede il popolo britannico, da sempre soggetto alle decisioni del più antico sistema parlamentare, esprimersi contro il sistema.

“Brexit means Brexit”, Theresa May said

Il quesito referendario, accolto con diffidente sorpresa dalla classe dirigente britannica, costringe David Cameron alle dimissioni. Il problema, però, è che nessuno, in caso di vittoria del leave, aveva previsto un “piano” per affrontare il divorzio. A Cameron succede Theresa May, ex ministro dell’Interno e con un’ossessione per i migranti, la quale ha un’idea ben chiara di ciò che significa “Brexit”: “Brexit means Brexit”. Sono queste le prime parole che il neo Primo Ministro pronuncia al suo insediamento.

Per Theresa May, l’uscita dall’Unione Europea significa uscita dal mercato unico, dall’unione doganale e dalla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea.

All’indomani del risultato del referendum, il Primo Ministro legge i risultati come un monito nei confronti dell’immigrazione incontrollata che, secondo gli inglesi, avrebbe fortemente condizionato il welfare, in particolare il sistema sanitario, scolastico e previdenziale. L’immigrazione inglese, però a differenza di quella mediterranea, proviene in larga parte dal sud-est Europa (Italia compresa). Secondo i britannici, dunque, non è stata la crisi economica a danneggiare la situazione del Regno Unito, bensì il continuo afflusso di milioni di persone nel giro di pochi anni.

E l’Irlanda del Nord?

Con la fine dell’unione doganale si pone il problema del confine tra l’Irlanda del Nord, appartenente al Regno Unito, e la Repubblica d’Irlanda, che fa parte dell’Unione Europea. Di fatto il loro confine rappresenterebbe l’unica frontiera di terra esistente tra Londra e Bruxelles. Ristabilire barriere, dazi e dogana rappresenterebbe un grosso rischio per la pace e la stabilità sociale, faticosamente raggiunta dopo decenni di sanguinosa guerra civile. L’hard border, quindi, vanificherebbe quanto fatto con l’Accordo di Venerdì Santo (1998).

Le trattative tra Theresa May e Bruxelles si sono arenate proprio in corrispondenza dell’hard border, fino a quando Londra non è dovuta capitolare. Per evitare un ritorno al conflitto tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, si è stabilito che l’UK dovrà rimanere allineata al mercato unico finché non sarà stabilito diversamente. In attesa di un accordo che definisca una soluzione alternativa, Londra dovrà sottostare a quanto stabilito dall’Unione Europea (il cosiddetto backstop)

Quanto portato a casa dal Primo Ministro non è per niente piaciuto, né ai conservatori né tantomeno al resto della classe dirigente pro-Brexit. Questo accordo viene considerato alla stregua di un atto di sottomissione del Regno Unito ai diktat europei. Una finta Brexit che ha tradito le aspettative di chi nel giugno 2016 ha votato per lasciare definitivamente l’Unione politica europea. Infatti, vanamente Theresa May cercherà di far approvare per tre volte l’accordo al Parlamento, fallendo miseramente.

Alla bocciatura dell’accordo da parte dei parlamentari inglesi, però, non è stata corrisposta nessuna alternativa. Nessuno dai banchi del Parlamento britannico è riuscito a presentare un’alternativa credibile. Questo fallimento porterà anche Theresa May alle dimissioni.

Boris Johnson e il fumo della propaganda

Il fallimento di Theresa May ha aperto la strada al suo ex Ministro degli Esteri: Boris Johnson.

La necessità di arginare il malcontento popolare, a causa dei tre anni trascorsi dal referendum senza aver compiuto passi in avanti, e l’inesorabile avanzata di Nigel Farage all’indomani della vittoria alle Europee del 26 maggio, ha portato i conservatori ad affidarsi ad una delle figure più controverse della politica inglese, il sostenitore di una “Brexit pura” e senza compromessi.

Più volte accusato di aver “corrotto” il voto referendario inglese con decine di fake news, Boris Johnson ha promesso agli inglesi di traghettare il Paese fuori dall’Unione Europea a qualunque costo. Già dal suo insediamento, infatti, il leader dei conservatori ha chiesto all’UE di abolire la clausola sull’Irlanda del Nord, trovando il disaccordo di Bruxelles. A questo punto, BoJo si è detto pronto a tutto, spingendo sempre di più verso un no deal dalle conseguenze imprevedibili.

I parlamentari inglesi, dal canto loro, resisi conto della sciatteria insita nelle intenzioni del loro Primo Ministro, il quale dopo aver condotto una campagna elettorale all’insegna del bluff è pronto ad anteporre la propaganda all’interesse della nazione, hanno deciso di agire. I conservatori moderati hanno votato assieme alle opposizioni una legge che obbliga BoJo a chiedere un rinvio della Brexit, prevista per il 31 ottobre. Inoltre, tramite una legge, il Parlamento ha costretto a rendere pubblici alcuni documenti governativi secretati riguardanti le conseguenze economiche/sociali della Brexit e un piano per contrastarle (Yellowhammer). Il loro contenuto, nonostante BoJo lo abbia minimizzato, delinea, nella peggiore delle ipotesi,  uno scenario semi apocalittico in caso di “no deal”: aumento della disoccupazione, calo del PIL, penuria di cibo e di farmaci, rivolte nelle strade. Ecco perché si vuole a tutti i costi evitare un’uscita senza accordo.

Il Primo Ministro, però,  ha fatto sapere tramite un suo portavoce, di non essere intenzionato a richiedere un rinvio (nonostante le aperture di Ursula Von der Leyen), rischiando di essere portato davanti ad un tribunale.

Nel frattempo, però il Primo Ministro è riuscito a far sospendere i lavori parlamentari per un paio di settimane, non prima però di aver incassato una seconda sconfitta: quella sul voto anticipato. Il maldestro tentativo del conservatore di circondarsi di una maggioranza a lui favorevole è fallito.

A questo punto si attende la riapertura dei lavori parlamentari. Se il Primo Ministro dovesse disattendere quanto dettato dal Parlamento, il governo potrebbe cadere. Sono poche le carte rimaste in mano a BoJo che, attualmente, si aggira per la Scozia tra le mucche, i tori e qualche invettiva, alla ricerca di una risposta. L’insicurezza regna sovrana all’interno del Regno Unito. Una “Brexit dei dolori” che sta decapitando l’inetta classe dirigente britannica e che potrebbe riversarsi anche sugli stessi ignari cittadini che l’hanno inconsciamente sollecitata.

                                                                                                                                                                                                                                                            Donatello D’Andrea

Tags: Boris JohnsonBrexitDavid Cameronregno unitoTheresa Maytory partyUKIPunione europeaUrsula von der Leyen
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