Carmine Citro: protestare e morire in difesa dei diritti dei lavoratori

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Carmine Citro, giovane 19enne, muore il 9 Aprile 1969, a Battipaglia, nel corso di uno sciopero generale in difesa dei lavoratori. Non sarà l’unica vittima.

La storia di Carmine Citro. Problemi economici ed occupazionali sono le ragioni che il 9 Aprile 1969, a Battipaglia (SA), dopo la già avvenuta chiusura di due industrie conserviere (la Baratta e la Gambardello-Rago), spingono all’incirca 1500 persone a scendere in piazza per protestare contro le ennesime cessazioni di attività; questa volta di una manifattura tabacchi e di uno zuccherificio.

Parliamo di due grandi industrie per la città che le aveva ospitate, di quasi 600 posti di lavoro persi, di vite che improvvisamente si trovano senza mezzi di sussistenza  per se stesse e per le proprie famiglie.

E pensare che siamo in quel Paese, l’Italia, dove una Costituzione, nata ed emanata non da molti anni, recita:

La Repubblica riconosce a tutti cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.

La storia e il presente dimostrano invece che bisogna sì lavorare, ma precari, sottopagati, in condizioni spesso disumane, senza diritti e senza quelle condizioni promesse.

Il contesto

Il Governo in carica, nel 1969, è quello della Democrazia Cristiana e Presidente del Consiglio dei Ministri è Mariano Rumor. Questi non troppo si preoccupano della questione del battipagliese.

Unica concessione, dopo le innumerevoli richieste da parte dei sindacati e dei politici del luogo, del sindaco è un ipotetico incontro con i Ministeri delle finanze e dell’economie per la giornata del 9 Aprile.

I lavoratori però, reali vittime di quanto stava accadendo, vogliono comunque fare sentire la propria voce e decidono di “accompagnare” la riunione, sfilando per le strade di Battipaglia, forse inscenando un blocco stradale.

La risposta del Governo è quella di non farsi infastidire, di potenziare le difese, di reprimere in caso di incidenti, di aumentare il numero di agenti in assetto antisommossa.

Le prime fasi di una tragica giornata

La giornata del 9 Aprile inizia molto presto e da subito ci si rende conto che il clima non è certo sereno; del resto la posta in gioco è vitale per molti lavoratori.

Gli scioperanti, operai, studenti e persone del posto, urlano il proprio dissenso e verso le ore 7 incominciano i primi scontri con la polizia, come conseguenza di un blocco stradale sulla via Napoli-Reggio Calabria.

La tensione sale e poco dopo vengono occupati dai manifestanti i binari della stazione, con l’obiettivo di isolare, sbarrare la città.

A Roma, nei comodi e sicuri palazzi del Governo, non c’è però comprensione, tolleranza. L’ordine perentorio è quello di rimuovere i blocchi senza alcuna esitazione.




Carmine Citro e Teresa Ricciardi, due storie diverse ed una stessa, tragica, fine 

L’escalation della violenza è imminente. 

I poliziotti, non riuscendo ad ottenere ulteriori rinforzi per via dei blocchi stradali e ferroviari, rimangono accerchiati, nel panico e fuggono. Alle 17 si diffonde inoltre, tra la folla, la falsa notizia di un bambino rimasto ucciso da un mezzo della polizia.
Tutto precipita.

Le forze dell’ordine, non in grado di controllare la situazione, impreparate al cospetto di un ordine ricevuto da chi non stava vivendo quei momenti, si asserragliano nel commissariato di Via Gramsci e cominciano a sparare all’impazzata sulla gente.

Il bilancio è grave, moltissimi feriti e soprattutto due morti: Carmine Citro, 19enne, che stava protestando, e Teresa Ricciardi, insegnante di 30 anni, che stava osservando la manifestazione dal proprio balcone.

Carmine Citro era un giovane tipografo, alto e snello, un’idealista che credeva di poter contribuire alla causa di un mondo migliore.
Un ragazzo che odiava le ingiustizie, i soprusi e che ha avuto la dannata sfortuna di trovarsi, non nel posto e nel momento sbagliati, ma al cospetto di persone e decisioni sbagliate.

Le reazioni della sinistra del tempo, dalla direzione del PCI ai sindacati, sono dure: richiesta di dimissioni immediate del Ministro degli Interni, Franco Restivo, e soprattutto il sottolineare come certi morti non fossero il frutto di fatalità, casualità. Non si spara infatti per caso, ma per una precisa concezione e un colpevole uso della polizia in servizio di ordine pubblico.

Considerazioni

Dal 1969 di anni ne sono passati. E sfortunatamente di Carmine Citro, di uomini e donne morti per mano di coloro che dovrebbero garantire l’ordine ce ne sono stati molti altri, per diverse ragioni.

Di esempi, purtroppo, se ne potrebbero fare, da chi protestava per una vita migliore per se stesso e per gli altri, a chi sbadatamente cadeva per le scale dopo un fermo, a chi sostava ad una piazzola di un autogrill.

Errori che non possono esistere, che non sono figli di singoli casi, bensì di un sistema repressivo che non punta ad educare, ma a punire talvolta nella maniera più brutale.

Rimangono quindi nel vuoto, non ascoltate le parole dell’allora Presidente della Camera, Sandro Pertini: 

Onorevoli colleghi sono certo di interpretare il sentimento vostro, se rinnovo da questa tribuna il profondo cordoglio per le vittime dei tragici fatti di Battipaglia, fatti che hanno scosso e turbato la coscienza dell’intera nazione. Ma non basta manifestare la nostra pietà per le vittime e la nostra costernazione per quanto è accaduto. Dalla nostra qualità di rappresentanti del popolo ci deriva un preciso dovere: impedire che fatti simili possano ancora ripetersi (…). Solo pensando ai vivi non sicuri del loro domani possiamo degnamente onorare i morti, povere vittime innocenti.

A Carmine, Carlo, Stefano, Gabriele. Non con la speranza, ma con l’impegno che non succeda più.

Deborah Natale

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