Ci vuole equilibrio. L’erotismo nella fragile perfezione dell’arte

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Va bene anche “Scopare” se fa rima con “Volare”? Ci vuole equilibrio

E’ sempre una questione di equilibrio quando trattiamo l’argomento delicato dell’arte e le sue rappresentazioni. Proviamo – per quanto possibile – a discutere del labile confine che divide le due regioni in questione: porn*grafia ed erotismo, entrambe nate dall’impulso primordiale e ferino dei bisogni primari, cercando anche di distinguere i due spazi, nonostante scaturiscano dalla medesima fonte.

La definizione di arte è talmente ambigua da creare spesso dibattiti su cosa definire artistico e cosa no

Pensiamo alla recente banana di Cattelan e a tutte le controversie che ha inevitabilmente creato nel settore. Purché se ne parli? Spesso è così, perché il messaggio dell’artista è – e deve essere – traslato nella concretezza creando una spaccatura della realtà e riuscendo ad attivare nell’osservatore quei neuroni specchio necessari a sconvolgere il consueto. Sembrerebbe squilibrio, invece ci vuole equilibrio estremo per fare ciò.

L’artista quindi ha una pesante responsabilità, cioè rendere palese un impulso senza per questo generare nell’osservatore ribrezzo, né tanto meno avversione verso l’opera stessa.

E’ pur vero che l’impulso creativo scaturisce – il più delle volte – da elementi conturbanti, appetiti atavici e tutti quei turbamenti che creano nello stato d’animo sensazioni fortemente emozionali. Così morte, sesso, cibo e paura diventano il fertile terreno su cui l’artista coltiva i preziosi frutti del proprio mestiere.

Quanto è importante l’equilibrio e l’estetica lo sapeva Oscar Wilde, che scriveva:

“Ho lavorato tutta la mattina alla bozza di uno dei miei poemi, e ho tolto una virgola. Al pomeriggio l’ho rimessa”

La perfezione per l’artista è un’ossessione continua, come pure la necessità di trasporre un impulso istintivo e arcaico nella migliore delle fattezze. Uno specchio del suo desiderio, del bisogno che esonda dal subconscio. Ma il compito è arduo, tanto che – se non bene equilibrata – un’opera può suscitare sentimenti di disgusto e fastidio.

Un escremento può essere considerato arte se collocato in un’ambientazione che sia capace di bilanciare la ripugnanza con – ad esempio – un contesto asettico.

In questo modo c’è sì provocazione, ma anche il sollievo dell’opposto che concede una doppia visione dell’opera nel suo significato.

Un pene è arte nella scultura ancestrale dove totem fallici rappresentano la potenza creatrice e la fertilità. Un canto funebre, nonostante macabro, può risultare liberatorio e – nel suo senso artistico – risvegliare il desiderio di vita esorcizzando la morte. Uno scrittore può colorire profondi concetti facendo uso di evidenti scurrilità, creando scariche elettriche, defibrillatori che catalizzano l’attenzione sul profondo turbamento che l’ha scossi e invitati alla scrittura.

Henry Miller nel suo “Tropico del Cancro” scriveva

“Non si può mettere una cancellata attorno a una creatura umana. Non si fa più… Tu credi, tu povero disgraziato rinsecchito, che per lei io non vado bene, che potrei contaminarla, sconsacrarla. Tu non sai quant’è gustosa una donna contaminata, tu non sai come un mutamento di sperma possa far fiorire una donna! Tu credi che basti un cuore colmo d’amore, e forse è vero, per la donna giusta, ma tu non hai più cuore… tu non sei altro che una grossa vescica vuota. “

L’autore è famoso per non aver mai avuto paura di usare termini forti, spesso scurrili – e la citazione di cui sopra non è certo la sua più sconcia… ha scritto cose anche più spinte – ma quando parla di prostitute, di scoregge o atti sessuali nel dettaglio, contrappone sempre a questo la profondità di un’anima alla ricerca di purezza e sincerità, bisognosa di persone provviste di cuore e che non siano solo sterili “vesciche vuote”.

Inoltre c’è chi sostiene – facendo riferimento proprio alla narrazione – che l’autore sia in qualche modo distaccato dal personaggio o dalla rappresentazione dell’opera

E’ vero che c’è in lui una sorta di auto-criticità, ma tutto ciò che riporta è – al fine – una parte di sé; di fatto l’opera è l’autore in ogni aspetto. Un Kubrick era quindi uno stupratore in Arancia Meccanica? No, ma di certo una parte di sé, quella che impersonificava il male, lo era. Ecco anche qui tornare il concetto di equilibrio ed ecco perché l’artista ha una grande responsabilità nel mostrare la propria opera.

Non è facile, perché più ci si avvicina all’impulso e più la faccenda si fa delicata, è un lavoro chirurgico quello dell’artista. Ecco perché ci vuole equilibrio.

Anche l’educazione è essenziale, ma non nel senso consueto del termine

Se dovessi scrivere di sesso – per mia natura – lo farei usando allegorie, del tipo: “un mare che inonda la valle e increspa la superficie per poi ritirasi portando via ogni vita e lasciando ormai arida e vuota la conca ” ma potrei anche inserire parole concrete, spoglie di metafore. Quindi “Un mare di sperma che inonda la valle” non ci starebbe poi tanto male. L’importante è bilanciare e non cedere al desiderio effimero di provocazione fine a se stessa, perchè quella è una violenza verso chi osserva, è maleducazione.

Ecco, a questo punto – per mio modesto parere – la sottile differenza tra porn*grafia ed erotismo: erotico è armonia degli opposti, educazione emozionale, allusione fine e sensuale, passione e istinto violenti ma non aggressivi… La porn*grafia invece tutto il contrario di quanto prima.

Quindi se “scopare” fa rima con “volare”, alla fine, va pure bene. L’importante è non dimenticare di sbirciare nello squarcio che, oltre il foglio bianco della realtà, ci mostra la profondità dell’inconscio. In poche parole quello “scopare” deve diventare quasi empireo, paradisiaco, viscerale.

E concludiamo disturbando ancora Henry Miller con la sua personale definizione di artista:

“L’artista implicitamente si propone di rovesciare i valori costituiti, fare del caos che lo circonda un suo ordine, seminare lotta e fermento”

Sabrina Casani

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