Nel centro di sterminio di Sobibór circa seicento prigionieri ebrei erano ancora vivi quando, il 14 ottobre 1943, iniziò una delle più importanti insurrezioni avvenute all’interno dei luoghi costruiti dai nazisti per l’assassinio di massa. La rivolta di Sobibór, preparata clandestinamente da un gruppo guidato da Leon Feldhendler e Aleksandr Pečerskij, portò all’uccisione di undici membri delle SS e alla fuga di circa trecento prigionieri. Soltanto una cinquantina degli evasi sarebbe sopravvissuta fino alla fine della guerra.
Sobibór e l’Operazione Reinhard
Sobibór sorgeva nella Polonia occupata dai nazisti, vicino all’attuale confine con l’Ucraina. Era uno dei tre principali centri di sterminio realizzati nell’ambito dell’Operazione Reinhard, insieme a Bełżec e Treblinka. L’obiettivo dell’operazione era l’assassinio degli ebrei che vivevano nel Governatorato Generale, la parte della Polonia occupata amministrata direttamente dalla Germania nazista.
La funzione di Sobibór era essenzialmente quella di uccidere. I deportati arrivavano prevalentemente in treno e la maggior parte veniva assassinata poco dopo l’ingresso nel campo. Una parte relativamente piccola era selezionata per il lavoro coatto necessario al funzionamento della struttura.
Tra l’aprile 1942 e la metà di ottobre del 1943, le SS e i loro collaboratori assassinarono a Sobibór almeno 167.000 persone, quasi tutte ebree. Il centro faceva parte di un apparato di sterminio che, considerando Bełżec, Sobibór e Treblinka, provocò la morte di almeno 1,52 milioni di uomini, donne e bambini ebrei.
Anche i prigionieri utilizzati come forza lavoro vivevano sapendo che la loro sopravvivenza era temporanea. Venivano impiegati nella selezione dei beni sottratti alle vittime, nella manutenzione delle strutture e nelle altre attività necessarie al funzionamento del campo.
Questa consapevolezza avrebbe avuto un peso decisivo nella preparazione della rivolta.
L’idea di una fuga collettiva
Durante l’estate del 1943 il numero dei trasporti diretti a Sobibór cominciò a diminuire. Tra i prigionieri si diffuse la convinzione che i tedeschi potessero presto chiudere il centro e assassinare gli ultimi testimoni delle operazioni di sterminio.
Un gruppo clandestino guidato dall’ebreo polacco Leon Feldhendler iniziò a discutere la possibilità di organizzare una fuga di massa. Il problema principale era militare. I prigionieri disponevano di pochissime armi, erano sorvegliati dalle SS e dalle guardie ausiliarie e il campo era circondato da filo spinato e campi minati.
Una fuga individuale poteva salvare qualche persona. L’obiettivo di Feldhendler era più ambizioso: creare le condizioni affinché centinaia di prigionieri potessero tentare contemporaneamente di raggiungere i boschi.
La possibilità di costruire un piano più strutturato arrivò nel settembre 1943.
Aleksandr Pečerskij arriva a Sobibór
Tra i deportati provenienti da Minsk arrivò un gruppo di prigionieri di guerra sovietici ebrei. Tra loro c’era il tenente dell’Armata Rossa Aleksandr “Sasha” Pečerskij.
La presenza di uomini con esperienza militare modificò le possibilità del gruppo clandestino. Feldhendler entrò in contatto con Pečerskij e i due divennero le figure principali della preparazione dell’insurrezione. Secondo la ricostruzione dello United States Holocaust Memorial Museum, Pečerskij elaborò nel giro di circa tre settimane un piano dettagliato.
Affrontare apertamente le guardie sarebbe stato quasi certamente suicida. Occorreva ridurre la capacità di reazione delle SS prima che queste comprendessero ciò che stava accadendo.
Il piano prevedeva quindi di attirare singolarmente alcuni membri tedeschi del personale nelle officine del campo con diversi pretesti, ucciderli senza dare l’allarme e impossessarsi delle loro armi. Successivamente i prigionieri avrebbero dovuto raggiungere il luogo dell’appello e tentare una fuga collettiva.
Il progetto dipendeva dalla segretezza e dalla rapidità. Bastava che una guardia scoprisse uno degli omicidi perché l’intera operazione venisse compromessa.
Il piano fissato per ottobre
La rivolta era stata inizialmente prevista per il 13 ottobre. La presenza imprevista nel campo di alcuni uomini delle SS fece però temere ai cospiratori che il piano potesse fallire e l’azione venne rinviata.
La testimonianza della sopravvissuta Esther Raab, conservata dallo United States Holocaust Memorial Museum, ricostruisce proprio quelle ore. Raab ricordò che i prigionieri si erano preparati alla fuga indossando gli abiti che avrebbero potuto utilizzare una volta fuori dal campo. L’arrivo inatteso di personale tedesco costrinse però gli organizzatori a rimandare tutto al giorno successivo.
Il nuovo momento stabilito fu il pomeriggio del 14 ottobre 1943.
I prigionieri coinvolti nel complotto continuarono apparentemente le proprie attività. Nel frattempo alcuni membri delle SS vennero invitati separatamente nelle officine con la promessa di vedere vestiti, stivali o altri beni sottratti alle persone deportate.
Era il punto centrale del piano: eliminare una parte degli uomini che dirigevano il campo senza provocare immediatamente una reazione generale.
L’uccisione di Johann Niemann
Tra gli uomini che caddero nella trappola c’era Johann Niemann, vicecomandante di Sobibór.
Niemann venne attirato in un’officina con il pretesto di provare un capo d’abbigliamento. Fu il primo degli undici membri delle SS uccisi dai prigionieri durante l’operazione. Altri ufficiali e guardie vennero eliminati in circostanze simili in diversi punti del campo.
L’obiettivo era impedire che gli omicidi venissero scoperti prima dell’appello pomeridiano.
I prigionieri riuscirono inoltre a interrompere alcune comunicazioni e a impossessarsi di un numero limitato di armi. Tuttavia il piano non poté essere completato nella forma immaginata dagli organizzatori. Alcuni uomini delle SS che avrebbero dovuto essere eliminati non si presentarono agli appuntamenti.
Tra questi c’era Karl Frenzel, una delle figure più temute del campo.
Il tempo a disposizione stava finendo.
La rivolta di Sobibór
Quando i prigionieri iniziarono a radunarsi per l’appello, il personale rimasto si rese conto che qualcosa stava accadendo. La possibilità di uscire ordinatamente dal cancello principale svanì.
La rivolta di Sobibór si trasformò allora in una fuga collettiva.
Le guardie aprirono il fuoco. Alcuni membri della resistenza che erano riusciti a procurarsi delle armi risposero. Centinaia di persone corsero verso le recinzioni cercando qualsiasi possibilità di uscire dal campo.
La testimonianza di Esther Raab restituisce la rapidità di quei momenti. Una scala era stata appoggiata vicino a una delle strutture e alcuni prigionieri cercavano di superare la recinzione. Dall’altra parte rimaneva il problema più pericoloso: il terreno attorno a Sobibór era minato. Raab venne colpita mentre fuggiva, riuscendo comunque a raggiungere il bosco.
Dei circa 600 prigionieri presenti, approssimativamente 300 riuscirono a uscire dal campo. Alcuni morirono durante la fuga, colpiti dalle guardie o dalle mine.
Dietro di loro rimanevano undici membri delle SS uccisi durante l’insurrezione, insieme ad almeno due guardie ausiliarie.
La caccia agli evasi
Raggiungere il bosco rappresentava soltanto la prima parte della fuga.
Le SS, la polizia e reparti militari tedeschi organizzarono immediatamente una vasta caccia agli evasi. Almeno 100 prigionieri furono ricatturati e uccisi nei giorni successivi.
Chi riuscì a sottrarsi alle ricerche dovette affrontare mesi di clandestinità. Alcuni entrarono nelle formazioni partigiane. Altri sopravvissero grazie all’aiuto ricevuto dalla popolazione locale. Altri ancora furono denunciati o assassinati dopo essere riusciti a lasciare il campo.
Delle circa duecento persone che superarono la prima fase della caccia, soltanto una cinquantina sopravvisse fino alla fine della guerra.
Tra loro c’era Pečerskij, che riuscì successivamente a unirsi ai partigiani sovietici.
Sopravvissero anche Esther Raab, Chaim Engel e Selma Wijnberg. Le loro testimonianze sarebbero diventate fonti fondamentali per ricostruire ciò che era accaduto all’interno di Sobibór.
I prigionieri rimasti nel campo
La sorte di chi non riuscì a fuggire fu diversa.
I prigionieri rimasti a Sobibór continuarono in alcuni casi a opporre resistenza durante la notte. Entro il giorno successivo, 15 ottobre, furono assassinati.
Le SS fecero successivamente arrivare prigionieri ebrei da Treblinka per smantellare le strutture utilizzate nello sterminio e cancellare le tracce delle attività svolte nel campo. Alla fine di novembre anche questi prigionieri furono uccisi.
Il luogo venne progressivamente trasformato. Le strutture principali furono demolite, il terreno dell’area di sterminio venne arato e sul sito furono piantati alberi.
La rivolta contribuì alla chiusura definitiva di Sobibór, anche se la liquidazione dei centri dell’Operazione Reinhard era già collegata alla fase conclusiva del programma di sterminio. È quindi più corretto evitare una relazione causale assoluta secondo cui il campo sarebbe stato chiuso esclusivamente a causa dell’insurrezione. Le SS avevano già discusso durante l’estate possibili nuovi utilizzi della struttura.
La resistenza ebraica nei campi di sterminio
Sobibór non rappresentò un episodio isolato.
Il 2 agosto 1943 circa mille prigionieri ebrei avevano partecipato a una rivolta nel centro di sterminio di Treblinka. Circa duecento riuscirono a fuggire, anche se molti furono successivamente catturati e uccisi.
Il 7 ottobre 1944 furono invece i membri del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau a insorgere, riuscendo a danneggiare gravemente il crematorio IV prima che la rivolta venisse repressa.
A queste insurrezioni si aggiungevano le forme di resistenza sviluppatesi nei ghetti. Tra il 1941 e il 1943 movimenti clandestini sorsero in circa cento ghetti dell’Europa orientale occupata. Il caso più conosciuto rimane la rivolta del ghetto di Varsavia dell’aprile e maggio 1943.
Questi episodi permettono di superare una rappresentazione delle vittime della Shoah esclusivamente attraverso la passività. Le possibilità di resistere erano estremamente limitate dalla fame, dalla sorveglianza, dall’isolamento, dalla scarsità di armi e dalla politica nazista di rappresaglie collettive. Ciononostante, in diversi luoghi nacquero organizzazioni clandestine, tentativi di fuga e insurrezioni armate.
A Sobibór la resistenza assunse una forma particolarmente radicale: organizzare una fuga collettiva dall’interno di una struttura concepita affinché quasi nessuno potesse uscirne vivo.
Cinquanta sopravvissuti
Il risultato della rivolta può essere letto attraverso numeri molto diversi tra loro. Circa seicento prigionieri si trovavano nel campo. Circa trecento riuscirono a fuggire. Più di cento furono ripresi e uccisi. Soltanto una cinquantina degli evasi sopravvisse alla guerra.
Considerate isolatamente, queste cifre raccontano quanto fosse difficile sopravvivere anche dopo essere riusciti a superare le recinzioni.
La conseguenza storica dell’insurrezione andò però oltre il numero dei sopravvissuti. Alcuni di loro poterono raccontare direttamente il funzionamento del centro di sterminio e descrivere le persone che vi erano state assassinate. Le testimonianze di uomini e donne come Esther Raab, Chaim Engel e altri sopravvissuti hanno contribuito alla ricostruzione storica di Sobibór.
Il 14 ottobre 1943, uomini e donne destinati a essere eliminati insieme alle tracce del campo riuscirono a preparare clandestinamente un’insurrezione, uccidere parte del personale delle SS e aprire una via di fuga per centinaia di prigionieri.
La rivolta di Sobibór rimane per questo uno degli episodi centrali della resistenza ebraica durante la Shoah: un tentativo organizzato di sottrarsi allo sterminio e permettere ad almeno alcuni dei prigionieri di uscire vivi da un luogo costruito per impedirlo.
















