Dati hackerati a un milione di clienti Tim, 20 arresti

Inchiesta della procura di Roma. Coinvolti dipendenti dell'azienda, intermediari, titolari di call center

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Dati hackerati a un milione di clienti Tim. Alcuni dipendenti infedeli dell’azienda li rubavano, per poi rivenderli ai call center. Questi cercavano di convincere i malcapitati a cambiare gestore o stipulare nuovi contratti anche in altri settori.

Ma il gip di Roma, la cui procura è titolare delle indagini, ha fatto scattare oggi 20 misure cautelari per dipendenti della compagnia telefonica, intermediari e titolari dei call center.

Tredici persone sono state messe agli arresti domiciliari. Per sette c’è invece l’obbligo di dimora nel comune di residenza. E ci sarebbero anche altri sei indagati.

 

PRIMI TENTATIVI DI INTRUSIONE A GENNAIO 2019

L’inchiesta è partita a febbraio, in seguito a una denuncia presentata dalla Telecom   Tra i reati ipotizzati, accesso abusivo a sistema informatico, trattamento illecito dei dati, violazione delle norme sulla privacy,  detenzione abusiva e diffusione di codici d’accesso. Secondo l’azienda di telefonia, i primi tentativi di hackeraggio risalirebbero già al gennaio del 2019.




Almeno un milione e 200 mila i dati carpiti all’anno.  La loro sottrazione avveniva al di fuori dell’orario di lavoro, soprattutto di notte.   L’organizzazione ruotava attorno a un imprenditore campano che “acquistava” la merce, cioè le informazioni, sfruttando anche il lavoro degli intermediari, e poi le distribuiva sul mercato dei call center. Almeno 13 quelli coinvolti, tutti in Campania.

Questi a loro volta contattavano i clienti per convincerli a cambiare operatore telefonico. O a stipulare un contratto in altri settori, quale ad esempio quello dell’energia. Se ciò accadeva, la commissione era di almeno 400 euro a contratto. 

PRIMA OPERAZIONE DEL GENERE

Non era mai accaduto in Italia che si adottassero misure cautelari su larga scala per un reato connesso alla violazione della privacy. Nello specifico, è stato applicato l’articolo 167 del testo unico della privacy, quello che punisce coloro i quali diffondono archivi personali procurando un danno.

Le indagini, condotte dalla Procura di Roma insieme alla polizia postale, sono arrivate, grazie a intercettazioni, pedinamenti e perquisizioni, a scoprire i responsabili dell’hackeraggio. Un ruolo importante lo ha avuto la  stessa Tim, che è parte offesa nella vicenda e ha segnalato immediatamente le anomalie rilevate, aiutando inoltre la polizia postale con le proprie strutture tecniche.

 

DINO CARDARELLI

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