Detroit di Kathryn Bigelow, tra razzismo, distruzione e manicheismo

Una scena del film. Fonte: wordpress.com
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Per la città di Detroit il caldo di luglio nel 1967 è rovente ma non per il sole. Le rivolte di quel mese appestano l’aria con la puzza di macchine, cassonetti bruciati.

Le notti sono violente e aperte agli sciacalli che sfasciano le vetrine dei negozi e dei piccoli supermercati. La polizia crea uno stato d’assedio che getta il tutto in una spirale di sangue.

Nessuno è al sicuro, nemmeno due ragazzi innocenti, Fred (Jacob Latimore) e Larry (Algee Smith, eccellente protagonista e cantante) che entrati in un motel per proteggersi dai moti del centro, cercano riparo e divertimento.

Ma quando uno degli ospiti spara da una finestra contro la polizia lontana con una pistola giocattolo, i due si ritrovano al centro di un gioco al massacro messo in atto da un giovane poliziotto razzista in cui tutto sfugge al controllo.

L’odio e le umiliazioni subite dai protagonisti e dagli altri presenti, mai confermati dalla polizia o dalla città di Detroit, portano Larry a rinunciare al suo sogno di cantante professionista per diventare il direttore del coro di una chiesa e un poliziotto nero (John Boyega), testimone del fatto, a rimanere in disparte.




Il film è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma in questi giorni, dopo essere passato nelle sale statunitensi già il 4 agosto.

Detroit è stato il terzo film sceneggiato dalla coppia lavorativa Kathryn BigelowMark Boal dopo The Hurt Locker e Zero Dark Thirty ed è proprio con il secondo film che Detroit condivide molti spunti narrativi e di riflessione.

Innanzitutto in entrambi i film il nemico è manicheo, visto attraverso la lente dell’ideologia e non delle vere componenti del gioco politico e sociale.

Se la lotta al terrorismo nel primo caso copriva lo studio degli interessi americani per il controllo dell’Oltreoceano, il secondo film guarda la Storia ed il razzismo americano con la lente dello slogan Black Lives Matter.

Si sente molta ingenuità (intenzionale) da parte della regista, che tratteggia con toni poco sfumati il suo cattivo interpretato da Will Pouter addossandogli la colpa ed esonerando invece la comunità nera dalla responsabilità di aver istigato un’esplosione di violenza totale.

Non c’è equilibrio nel mostrare da un lato il razzismo e la grettezza dei bianchi così come l’inciviltà e l’incuranza della comunità nera che pure ha sofferto nel corso della sua Storia.

La tortura occupa un posto di rilievo in Detroit perché la guerra viene concentrata con sapienza claustrofobica nello stretto ingresso del motel rendendolo per metà un thriller sadico da camera.

Lode e gloria in questo caso al direttore della fotografia, Barry Ackroyd, che punta alla camera a mano, lavorando di insistenza e compressione sui primi piani, i volti, i movimenti traballanti e repentini tra il reportage ed il cinema d’azione.

Per il ritmo concitato e sapiente, Detroit è una lezione di suspense e montaggio, gestito dal montatore William Goldenberg.

Sul piano del messaggio, lo si può ribaltare e rigettare: la drammatizzazione di fatti così dibattuti e tuttora disposti all’interpretazione per le lacune e le mancanze delle testimonianze può puzzare agli scettici soprattutto per l’indirizzo manicheo della traiettoria.

La forma non vale il contenuto, ma regala bei momenti di tensione al calore bianco.

Antonio Canzoniere

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