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Fight club. Trasposizione della psicologia del combattimento nella vita reale

di Ultima Voce
20 Apr 2016
in Attualità
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“Dopo la lotta, niente è più come sembra. Tutto appare lontano”.

La particolarità della psicologia nascosta, in “Fight club” di David Fincher, è ben delineata nella voce narrante di Tyler Durden, personaggio con personalità multipla, interpretato da Edward Norton, nella parte “bianca” dell’uomo e da Brad Pitt nella parte “nera”.

L’alter ego creato dal protagonista del famoso romanzo di Chuck Palahniuk, mette in mostra un oscuro, quanto “essenziale” lato umano, dove i consigli della parte “vincente” della personalità, evidenziano l’importanza di una vita essenziale, priva di quegli accessori, oggi dominanti nella vita di tutti gli esseri umani. Niente televisione, niente casa super-arredata, niente tecnologia, niente bei vestiti. Niente di niente.

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Vivere e basta. Mangiare, dormire e….lottare.

“Dopo la lotta, nulla era risolto. Ma nulla importava.”

L’essenza della lotta, nel film, si concentra tutta in un solo grande principio: liberare l’essenza di ognuno, non essere schiavo del sistema e, sopratutto, nessuna scala sociale di nessun tipo.

Nel fight club, non esiste il valore del denaro, ma solo dell’uomo. Non esiste divisione, tra sano e malato, tra ricco e povero; ognuno può essere un Dio per quei dieci minuti che gli sono concessi.

Quando si osserva questo film, vediamo toccare argomenti psicologici, come la personalità multipla e la depressione, che può toccare quelle persone stressate da un lavoro che non amano.

Ma la psicologia intrinseca nella lotta, non è solo eccelsa; è unica.

Che praticare uno sport dove è presente la lotta, sia appagante per il corpo e per lo spirito, grazie alla scarica di adrenalina durante, e al rilascio di serotonina dopo, è ormai argomento noto.
Ma lo stato d’animo creato dentro noi stessi, nei giorni che seguono la lotta è un argomento a cui solo questo romanzo è riuscito a decifrare nelle sue più piccole sfaccettature.

Quando si prova a lottare la prima volta, ci si rende conto subito di una cosa; non è così terribile come si credeva; un pugno diventa solo un “pugno” e quella paura che si provava prima di iniziare, inizia lentamente a scemare, per diventare percezione di sè stessi. Durante la lotta si proverà senso di paura, ma anche quel senso di sicurezza in sè stessi, man mano che si percepiscono miglioramenti. Non soltanto fisici ma anche mentali.

La lotta è fisica, ma senza un abile gioco mentale, ha breve vita. Miglioramenti nell’attenzione, nei riflessi, nell’astuzia e se vogliamo, anche quel pizzico di “opportunismo” che si applica per avere la meglio. La mente sarà la maggior protagonista della vicenda. E quando la paura si trasforma in coraggio, il dolore in forza e la fatica in costanza e volontà di migliorare, ecco che la vita quotidiana avrà dei cambiamenti che molti noteranno.

Il mattino seguente a una serata di lotta, ci si sveglierà con una strana sensazione appagante, dove la mente sarà priva di quegli stati d’animo come ansia, stress e qualsiasi emozione negativa ci abbia avviluppato nei giorni passati.

Si possono quasi chiamare “drogati” di adrenalina, dato che più il sarà il tempo passato a lottare e più sarà alto il bisogno di lottare a fine giornata.

Molti famosi attori, ma anche imprenditori e persone “insospettabili“, hanno dichiarato di prendere le loro decisioni, anche lavorative, soltanto durante l’attività marziale.

L’essere umano, nella sua evoluzione, è sempre stato soggetto a quei cambiamenti sociali e a quelle imposizioni, dovute al cambiamento della società. Lo studio di alcune patologie come ansia, stress, depressione, esaurimento nervoso e il tristemente famoso attacco di panico, sono legate a doppio filo, con la vita che oggi si vive. Una vita fatta di impegni improrogabili, televisione violenta, mass media pronti a propinare notizie, vere o false che siano e ovviamente, un lavoro che ci succhia la vita.

Dalle sue origini, la lotta ha sempre fatto parte della vita dell’uomo, come mangiare, bere, dormire e respirare. Si lottava per difendere il proprio territorio e per molti motivi.

Oggi, grazie alla “civiltà” e alle forze dell’ordine, gli uomini non hanno più bisogno di lottare. Ma l’istinto della lotta è stato sostituito, dall’ansia di decidere, di non agire e di vivere in una società, dove la violenza non si applica più con il pugno, ma in forme più meschine e sicuramente, meno onorevoli.

E forse la questione è tutta qui; lottare per quei dieci minuti, ci riporta a essere uomini, senza tutte le costrizioni che abbiamo intorno. E questo ritornare alle origini, ristabilizza la nostra mente; resetta tutte le informazioni e dopo quella tempesta che è la lotta in sè, ritorna la calma.

Perciò, se ancora vedete “Fight club“, non soffermatevi solo alla doppiezza del personaggio, ma ascoltate ed osservate questa particolare condizione psicologica, che solo due personaggi maledetti come Fincher e Palahniuk potevano descrivere nel modo più consono.

A volte gli uomini non hanno bisogno dell’orologio più bello, dell’ultimo modello della Tv LCD, ne di vestiti firmati per essere soddisfatto. Quindi, se avete già tutte queste cose, ma al mattino vi svegliate con quella strana sensazione di pesantezza sullo stomaco, se il vostro capo diventa un’immagine odiosa per voi, o se la vita non ha più quel sapore gustoso di una volta, provate a combattere e liberate il vostro essere. Ricomincerete a vivere. Garantito.

Occhio però; mai per strada e mai con sconosciuti. E’ buono liberarsi, ma quel poco di civiltà che abbiamo raggiunto, cerchiamo di rispettarla.

Tags: CinemaLibriPsicologiasocietàUsaViolenzaVita
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