Gli attentati a Mussolini: quattro momenti che potevano cambiare la storia

A volte la storia è questione di dettagli, momenti, centimetri. Proprio come nel caso dei quattro attentati a Mussolini, compiuti tra il novembre 1925 e l’ottobre dell’anno successivo.

Attentati a Mussolini: le vicende di Tito Zaniboni, Violet Gibson e Gino Lucetti

Roma, 4 novembre 1925. Prime ore del giorno. Tito Zaniboni, socialista e amico di Giacomo Matteotti, del quale voleva vendicare la morte, sale al quinto piano dell’hotel Dragoni con un fucile di precisione. La sua stanza si trova a ottanta metri da uno dei balconi di Palazzo Chigi. Da lì, Mussolini terrà a breve un discorso per celebrare l’anniversario della vittoria della Grande Guerra. La polizia, però, irrompe nella stanza dell’attentatore prima che il Duce compaia sul balcone antistante. Zaniboni, che già da tempo era sotto sorveglianza, viene arrestato e condannato a trent’anni di carcere.

7 aprile 1926. Roma, Campidoglio. Mussolini, dopo aver tenuto un discorso al VII Congresso Internazionale di Chirurgia, saluta la folla festante dall’automobile scoperta. Parte improvvisamente un colpo di pistola che lo ferirà, lievemente, al naso. La pallottola, se non fosse stata – incredibilmente – deviata da una mano portata in alto al momento dello sparo per fare il saluto romano, avrebbe probabilmente ucciso Mussolini. A premere il grilletto è l’irlandese Violet Gibson, di anni cinquanta. Salvatasi dal linciaggio della folla, fu in seguito assolta per infermità mentale ed espulsa dall’Italia. Trascorse il resto della sua vita in un manicomio di Northampton.

11 settembre 1926. Roma, Via Nomentana. L’anarchico di Carrara Gino Lucetti, da poco tornato dalla Francia, lancia una bomba a mano verso l’interno della vettura sulla quale viaggiava Mussolini, che da Villa Torlonia era diretto a Palazzo Chigi. La bomba, però, colpisce il bordo superiore del finestrino per poi rotolare sull’asfalto. Otto passanti feriti. Lucetti viene immobilizzato da un cittadino e poi arrestato dalla polizia. Sarà anch’egli condannato a trent’anni di carcere.




Anteo Zamboni. Una storia avvolta nell’ombra

Bologna, 31 ottobre 1926. È il quarto anniversario della conquista del potere da parte del fascismo. C’è un clima di festa ma anche di grande tensione, per il timore di nuovi attentati. Ore 17:40, le celebrazioni sono concluse. Proprio quando Mussolini sta per salire in auto, parte un colpo dalla folla. Il Duce si salva ancora una volta miracolosamente. Il colpo, infatti, gli perfora il bavero della giacca senza però ferirlo. Sembra che a sparare fosse un giovanissimo anarchico di soli 15 anni, Anteo Zamboni. Selvaggiamente linciato e ucciso a coltellate dalla folla subito dopo.

Il principale interrogativo sull’accaduto, e sui veri attentatori, ruoterà intorno al rinvenimento della pistola sul cadavere del giovane anarchico, ancora carica di tutti i colpi. Si fa quindi strada l’ipotesi dalla congiura interna, probabilmente ordita dall’ala più estremista del fascismo guidata dal gerarca Roberto Farinacci. Diversi testimoni, infatti, videro quest’ultimo a Bologna proprio in quei giorni, sebbene non invitato alle celebrazioni. Altri ancora, inoltre, registrarono la presenza sul luogo dell’attentato dello squadrista friulano Mario Cutelli, vicino alle posizioni di Farinacci.

Secondo lo storico Renzo De Felice, non si arriverà mai ad una verità ultima sulla vicenda. Ad ogni modo, furono condannati (e graziati pochi anni dopo) il padre e la zia del giovane Anteo, per aver istigato quest’ultimo a compiere l’attentato.

Le ripercussioni degli attentati a Mussolini sulle politiche repressive del fascismo

Il 5 novembre 1926, il regime comincia a varare una serie di leggi fortemente repressive. Fine della libertà di espressione, scioglimento dei partiti antifascisti, istituzione del confino di polizia, reintroduzione della pena di morte. In questa fase, avrà un ruolo centrale il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che agirà sulla base degli indizi e delle prove raccolti dall’OVRA, la polizia politica del regime.

Fra le prime vittime di questa nuova fase vi è il filosofo e intellettuale comunista Antonio Gramsci, che trascorse in carcere otto anni della sua vita.

Il tribunale “nero” condannerà al carcere circa 4500 fra oppositori e cittadini colpevoli di reati non politici. Quarantadue, invece, saranno le condanne a morte.

Simone Rosi

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