A Goro e Gorino non sono più razzisti dei vip di Capalbio

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Fino a qualche giorno fa era conosciuta perché associata al nome di Milva, la “pantera di Goro”. E’ bastata una notte perché riflettori nazionali ed europei fossero tutti puntati su un piccolo comune di neppure 4000 abitanti del ferrarese, anzi più precisamente su una frazione che di anime non ne conta nemmeno 600. E’ bastata qualche immagine e qualche titolone per far diventare Gorino l’emblema del razzismo e dell’intolleranza, di una società italiana disperata e stanca di accogliere, di una frustrazione buona ad essere utilizzata per fini propagandistici da una parte e dall’altra. Almeno così ci hanno raccontato.

Gorino, descritta nei giorni scorsi molto bene sulle pagine del Corriere della Sera come una comunità con “590 residenti, due negozi di alimentari, una farmacia, una tabaccheria, un ristorante e l’ostello da 46 posti letto che fa anche da bar della frazione, dove per arrivarci da Goro si percorre una strada comunale bianca, in un panorama piatto che conduce al delta del Po e al mare”. Una rappresentazione che quasi ricorda il paesino di Brescello che hanno fatto da cornice alla storia di Peppone e Don Camillo. Com’è possibile che tutta l’intolleranza del mondo esca fuori da una frazione di umile gente, che in passato ha accolto tante persone provenienti dal Sud Italia?

 

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La risposta è semplice. Goro e Gorino non sono tutto il male del mondo. Ma fa comodo raccontarle così. Fa comodo descrivere quelle manifestazioni come l’apoteosi del razzismo, sia per sostenere le campagne d’intolleranza di chi dice “padroni a casa nostra” e poi sui banchi del Parlamento Europeo dove si potrebbe trovare qualche soluzione è puntualmente assente, sia per fare sponda a chi ha tutto l’interesse ad alimentare il business dell’accoglienza con tutte le sue strutture.

Goro e Gorino, strumentalizzate a favore di interessi contrapposti, che hanno in comune i toni demagogici di chi ha tutto l’interesse a lucrare: o a lucrare sulla paura della gente o lucrare sul buonismo ipocrita che nasconde dietro i volti segnati dalla disperazione di chi arriva sulle nostre coste affari giganteschi, sistemi di soldi e potere che nulla di umano hanno.

Nessuno pone la questione se rivedere e come rivedere il sistema di accoglienza nel nostro Paese, nessuno si pone la domanda di come possano impattare nella vita di piccole comunità come Goro e Gorino decisioni imposte dall’alto da dietro la scrivania di una prefettura, nessuno si pone il problema del futuro di chi arriva nel nostro Paese. “Accoglienza” come “cultura”: basta mettere queste parole per sospendere i ragionamenti, far piovere soldi, predicare morali dalle cattedre e poter fare di tutto anche fuori dalle regole.

Ma Goro e Gorino sono abitate da gente semplice. Magari anche con un basso livello di scolarizzazione. Che fa fatica ad arrivare a fine mese. E’ perfetto rappresentarli come razzisti e intolleranti. Perché la stessa campagna mediatica non si è scatenata contro l’intellettualismo radical chic che quest’ estate era in vacanza a Capalbio?A Capalbio il “disagio” vip a vedere migranti tra il bagno in piscina e l’happy hour fu motivato con nobili ragioni “turistiche”,  tanto che il Sindaco Luig Bellumori in quell’occasione dichiarò al Corriere della Sera che “per un cittadino di Capalbio ho 31,28 euro l’anno da destinare allo stato sociale. A un poveraccio sfrattato non posso pagargli una stanza. Che i migranti arrivino a Capalbio non è un problema , ma occorre capire la quantità e la localizzazione”. Un perfetto ragionamento in genere etichettato come “populista” in chiare antirazzista. Ma a parlare è l’intellighenzia, quindi, può starci.

Ma l’intellighenzia sinistroide non può essere fatta passare per razzista. Ci mancherebbe. I pescatori e la gente comune sì. Gli abitanti di Goro e Gorino non sono più razzisti dei vip di Capalbio. E farebbero bene a non farsi strumentalizzare né dai razzisti veri né dai lupi vestiti di agnelli che giocano con le parole accoglienza e integrazione per interessi tutt’altro che nobili. E se barricate si devono fare, si devono fare insieme, migranti e autoctoni, contro un sistema che sulla pelle di disperati che scappano da fame e da guerra costruiscono uno dei più grandi mercati del nostro tempo.

 

Salvatore D’elia

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