Halden, il carcere che riabilita senza punire

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Capita spesso che il passato ritorni a farsi vivo risvegliando vecchi ricordi fatti di errori, di rovine, sembra quasi di camminare lungo un sentiero inclinato sul quale tutto diventa irreversibile, bloccati in un destino del quale non si è più padroni, intrappolati in una ragnatela che stringe sempre più forte e respirare non sembra essere più così naturale.

E’ una mentalità assai diffusa, se in passato hai sbagliato paghi ed è certo che lo rifarai escludendo così ogni possibilità di cambiamento, di riscatto. Siamo continuamente condizionati da una società che vuole a tutti i costi etichettarci, perché infondo sin da piccoli ci insegnano il principio secondo il quale è solo categorizzando che conosciamo il mondo.

Ma in realtà è un’illusione, c’è molto di più oltre a quello che vediamo, oltre alla colpa, oltre allo sbaglio, però accettare questo comporta fare uno sforzo ulteriore, ovvero avere fede nell’estrema forza della potenzialità umana che va oltre il cosa hai fatto per dare importanza a cosa puoi ancora fare.

Ad Halden, immersa nella fitta foresta norvegese, è stata costruita l’8 aprile del 2010 una prigione di massima sicurezza definita la più umana del mondo. In questa prigione, che può ospitare massimo 245 detenuti, non ci sono sbarre, non c’è il filo spinato e nemmeno guardie armate a vigilare, ma solo tanta natura, alberi di pino e betulle circondano le stanze private dotate di televisore a schermo piatto, bagno con doccia, frigo privato e mobili in legno. Indipendentemente dal reato la durata massima della pena in Norvegia è di 21 anni e durante la giornata i detenuti partecipano a diverse attività retribuite che li rendono meno aggressivi e più sereni.

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Quando ti imbatti in questi esempi di civiltà estrema non puoi non pensare all’Italia dove la questione del sistema carcerario è un problema serissimo, ci sono circa 14mila detenuti, 3950 dei quali sono senza un posto letto mentre gli altri vivono in 4 metri quadrati a testa, non viene garantito loro il diritto all’affettività, sono molto alte le percentuali di episodi di autolesionismo e di suicidi e due carcerati su tre una volta scontata la pena tornano a delinquere. Non è difficile intuirne il motivo, le condizioni in cui vivono i detenuti sono brutali, non favoriscono il recupero, non offrono alternative e il reinserimento sociale e lavorativo rimane un’utopia.

Al contrario la filosofia del sistema della giustizia penale norvegese si basa sull’assioma meglio fuori che dentro e il periodo di detenzione ha il solo scopo di riabilitare dal crimine e non di punire la persona.

La stampa internazionale ha reagito immediatamente definendola, in maniera assai generica, una prigione a cinque stelle in realtà il metodo norvegese sembra funzionare, e anche bene, perché sono molto pochi i cittadini che commettono reati, solo 70 ogni 100.000 persone e solo il 16% delle persone scarcerate ritorna a commettere crimini o reati decretando la Norvegia come il paese con uno dei tassi di recidività più bassi al mondo.

Ma non è tutto, dopo aver scontato la propria pena verso i detenuti vengono messe in atto una serie di azioni che prevedono la ricerca di un posto di lavoro e di una casa, per non rischiare che disoccupazione e povertà li inducano nuovamente a delinquere, il governo norvegese crede che solo così facendo si possa creare una società più giusta e sana e al momento niente sembra smentire la loro convinzione.

Vi starete domandando, e a dire il vero me lo sono chiesta anch’io, quanto stomaco ci voglia per offrire tutto questo ad una persona che ha stuprato una donna, fatto del male ad un bambino, ucciso un uomo innocente: talmente tanto da non riuscire neanche ad immaginarlo.

Ma confidare nelle persone è una scelta e credere che non si possa mai cambiare è un’ingiustizia, la più grande che possa esistere.

Dare fiducia è un atto d’amore, dare fiducia è riscoprirci umani.

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