Happy End di Michael Haneke: storia di un’incompiutezza voluta?

Michael Haneke ci ha abituati a un livello qualitativo che pochissimi registi contemporanei sono in grado di eguagliare. Attraverso le sue opere rivediamo tutta la brutalità, il cinismo e la perversione dell’era moderna. Da questo punto di vista anche Happy End ricalca gli stilemi della sua poetica. Ma nel voler raccontare l’ambiguità dell’oggi non riesce a convincere come invece aveva fatto altre volte.

Happy End for everybody

La storia è quella di una grande famiglia altoborghese in crisi di moralità e di identità. Ogni membro di essa si rivela come profondamente infelice e condannato a una stasi furiosa, che non può essere infranta. In lontananza c’è Calais, porto di arrivo per molti rifugiati africani. L’idea è quella di mettere in scena un’ingiustizia piegata su se stessa, che colpisce chi la subisce e disorienta chi la mette in atto. In questo senso quindi il concetto stesso di predominio scompare, senza però virare verso una democratizzazione dello stesso, ma andando a far nascere un’anarchia iniqua che non permette a nessuno di essere sereno.

Fonte: The Film Stage

Il fascino discreto della borghesia

Il senso più profondo del film non riguarda quindi tanto una classica elegia del potere, quanto piuttosto una presa di coscienza. Forse il potere non esiste più. O per lo meno non come lo conoscevamo un tempo. In una società estremamente frastagliata anche la classe dirigente non riesce a capire come dominare o rispondere ai tumulti della contemporaneità. In nome di questa ambiguità e incompletezza dell’esistere anche il film mette in scena una serie di vicende assolutamente incompiute nel loro andamento tragico, o tragicomico.

Dove guarda Haneke?

Nell’inseguire questo conformarsi il film ci svela anche il suo limite più evidente. Haneke infatti non riesce a tenere le redini della messa in scena e Happy End diventa un’opera poco convinta di quello che sta raccontando. Se per certi versi questa incertezza può risultare un punto di interesse, in un gioco meta testuale poco individuabile, per altri la potenza della sua cinematografia qui manca. Ѐ a questo punto che viene da domandarsi fino a che livello il regista sia riuscito ad astrarsi dalla storia che racconta. Non sarà che i personaggi di Haneke sono talmente simili a lui, che anche un artista del suo calibro è riuscito a perdersi nel raccontarli, o nel raccontarsi? Presentato allo scorso Festival di Cannes il film è ora nelle sale italiane.

Mario Blaconà

 

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