I resti digitali dovrebbero essere trattati come quelli biologici?

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Una ricerca proveniente dall’Oxford Internet Institute pone l’esigenza di una regolamentazione che difenda i resti digitali umani dallo sfruttamento.
L’espressione resti digitali umani ha un significato che mi pare abbastanza intuibile, comunque si tratta di tutto quello che abbiamo messo online e che sopravvive alla nostra dipartita.  Se il vostro primo impulso di fronte a una notizia del genere è fare spallucce pensando che ci sarebbero cose più importanti di cui occuparsi, anche limitatamente al campo della rete, siete in buona (o pessima) compagnia perché è stato anche il mio primo pensiero, ma poi leggendo l’articolo ho parzialmente cambiato idea, penso ancora che non sia il problema del secolo, ma in effetti non è una questione così insignificante.
Innanzitutto: è vero che il morto se ne frega, almeno per me che non penso che si affacci da una nuvoletta insieme a San Pietro a guardare cosa si dice di lui, però ci sono tutte le persone che gli hanno voluto bene.
La fiorente industria del dopovita digitale senza un quadro regolativo rischia di sfociare nello sfruttamento del dolore di chi rimane. Stanno dilagando funerali in streaming e pagine memorial, ma anche inquietanti chat che programmando bot con l’impronta digitale del defunto permettono di chattare col “fantasma”.



Lo studio condotto da Carl Öhman e Luciano Floridi (italiano naturalizzato britannico dirige il Digital Ethics Lab) e pubblicato su Nature Human Behaviour propone come base di partenza della regolamentazione il riservare a questi resti digitali lo stesso tipo di rispetto che nelle mostre archeologiche si utilizza per i resti umani biologici.
Nel lavoro dei due ricercatori di Oxford l’industria del dopovita digitale viene suddivisa in quattro tipi di servizi: servizi che utilizzano le informazioni del deceduto, servizi di messaggistica postuma (in pratica delle mail che arrivano ai cari dell’autore dopo che la persona viene a mancare), servizi di memorial online e servizi ricreativi (in quest’ultimi rientra quello che ho definito inquietante sopra, cioè usare l’impronta digitale di una persona deceduta per creare nuovi messaggi basati sul comportamento online del deceduto). Ma cosa dovrebbe imporre in concreto la regolamentazione a queste società che una volta che siamo morti diventano padrone assolute dei nostri dati digitali senza che i congiunti abbiano voce in capitolo?
Un primo passo sarebbe che nei famosi termini e condizioni di qualsiasi servizio digitale (che nessuno legge mai per intero, ma quella è colpa nostra) sia indicato chiaramente che uso verrà fatto dei nostri resti digitali dopo la nostra dipartita.

Roberto Todini

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