Intervista a Zehra Dogan: dipingere con il sangue per resistere

Zehra Dogan
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Zehra Dogan dimostra meno dei suoi 31 anni. Di piccola statura e di bell’aspetto, nelle foto che la ritraggono sfoggia un sorriso contagioso. Ci si chiede come faccia dal momento che, per il solo fatto di aver voluto rappresentare la realtà in un disegno, ha scontato una condanna di due anni, nove mesi e ventidue giorni di carcere in Turchia.

Vi starete chiedendo il motivo.

Nel 2016  Erdoğan dichiara lo stato di emergenza a seguito del golpe, ma le restrizioni e gli abusi di potere nelle regioni curde si registrano già un anno prima. Zehra Dogan in quell’anno si trovava a Nusaybin. Questa piccola cittadina turca, al confine con la Siria, è prevalentemente abitata da curdi. Per tale ragione è stata letteralmente ridotta in macerie dai militari del governo.

Travolta prima dallo sgomento e poi dalla rabbia, Zehra si arma di tavoletta grafica e raffigura ciò che vede: edifici semidistrutti dalle cui finestre sventolano bandiere turche. Il disegno, su Twitter, fa il giro del mondo e la sentenza di propaganda terroristica ovviamente non tarda ad arrivare.

Nel periodo di detenzione, nonostante il divieto di dipingere e di creare qualunque cosa avesse a che fare con l’arte, si ingegna. Con materiali di fortuna continua a disegnare e a disobbedire. Usa gli avanzi di cibo, i capelli, il tè, il caffè ed il sangue mestruale.  Disegna e così  compie la sua Resistenza.

Sei una giornalista, una scrittrice, un’artista e una femminista. Lo Stato ti ha accusata di propaganda terroristica, sapevi i rischi che correvi eppure hai continuato a lottare in nome della giustizia.
Cosa ti ha permesso di accettare una condanna arbitraria e di resistere al carcere?

Queste accuse e queste sentenze non sono una novità in Turchia. In tempi diversi, sotto diversi governi, questo modo di mettere a tacere e punire l’opposizione è sempre esistito nella storia della giovane repubblica turca.
Negli ultimi anni, innumerevoli giornalisti, attivisti per i diritti umani, intellettuali, autori-artisti, ma anche politici di sesso maschile e femminile sono stati perseguiti, accusati e incarcerati.  Sono lungi dall’essere l’unica. Le carceri turche sono costantemente piene.

Posso dire che il mio è stato un verdetto tragicomico. Sono stata condannata per aver disegnato la città distrutta di Nusaybin e farlo avrebbe oltrepassato i “limiti della critica”. Non c’è nulla di immaginario in questo disegno. È la rappresentazione artistica della realtà.

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Zehra Dogan, Nusaybin, 2016

Se disegnare la realtà supera i confini della critica, devo chiedere quali limiti siano stati superati nel distruggere questa città nella realtà. Inoltre, l’arte non ha limiti. Tale interpretazione è il segno di un’insufficienza intellettuale.
Pertanto, non sono stata né sorpresa né abbattuta. Se la prigione era il prezzo da pagare per proclamare la verità, beh, ero disposta a correre il rischio. Ho resistito attraverso la consapevolezza di questa realtà e grazie alla solidarietà che ci aiuta l’un l’altro a rimanere in piedi in prigione. La prigione non è solo privazione ma anche un vero luogo di resistenza.

Quali sono stati gli episodi di ingiustizia e di violenza più rappresentativi che hai vissuto sulla tua pelle?

La violenza non è solo fisica. Ad esempio, mi impedivano di avere materiali da disegno. Hanno confiscato i miei disegni e, per due anni, ho cercato di produrli in segreto. Non c’è niente di peggio per un pittore, per un artista, doversi nascondere per produrre arte. E vedere i suoi lavori, i suoi successi, distrutti davanti ai suoi occhi sono una tortura. È una politica di intimidazione.

Per quanto riguarda la tortura fisica, ho amiche che l’hanno subita, in particolare nella prigione di Tarso. Volevano installare telecamere di sorveglianza nei reparti, nelle zone di privacy e le mie amiche non l’hanno accettato. Questo è successo prima del mio arrivo.

L’amministrazione ha anche richiesto la disciplina militare alle detenute e loro hanno obiettato. Hanno risposto che come prigioniere politiche non lo avrebbero mai accettato. Hanno organizzato proteste, azioni Femen. Sono state torturate. Rinchiuse per giorni nella cella nota come “sponge room“. Tenute in stanze che possono rendere psicologicamente molto disturbati gli esseri umani. Ad alcune avevano fatto cadere i denti, altre in seguito hanno sviluppato malattie ginecologiche.

Quando sono arrivata, alcune donne avevano ancora lividi intorno alla vita. Erano state pesantemente torturate e private di cibo e acqua per giorni. Questo genere di cose è oggi ancora in corso in Turchia.

Quali sono stati, invece, gli episodi di solidarietà e vicinanza?

Come ostaggi politici, abbiamo il diritto di cameratismo. Noi donne conosciamo molto bene il significato del periodo in cui viviamo. Nelle nostre esperienze di vita, ci sono segni di migliaia di anni di potere patriarcale … Che cosa ha spinto l’essere umano a ridurre il mondo in questo stato? La risposta sta nelle gerarchie, nell’ambizione, nell’insoddisfazione, nell’accumulazione, nel potere, nell’autorità, nella violenza, nelle guerre e nelle aggressioni che costringono le persone a difendersi …

Secondo te, è possibile cadere costantemente negli stessi errori, conoscendo questi fatti, discutendone ogni giorno e pensando a come estendere la lotta? Questo è il motivo per cui non c’è spazio per l’autorità o una gerarchia tra noi in prigione. Ad esempio, alcune “madri” sono state incarcerate nei nostri reparti. Loro piangevano per noi perché la nostra giovinezza veniva distrutta e noi ci preoccupavamo per loro cercando di aiutarle. Ognuna pensava soltanto a proteggere l’altra.

Nonostante le esperienze che hai vissuto riesci a riporre fiducia nel futuro, da cosa è alimentato questo ottimismo?

Dobbiamo concentrare le nostre menti sulle virtù della vita come la bontà, la bellezza, la giustizia. Perché, proprio come il male porta bruttezza e cecità, il bene porta bellezza e giustizia. Questa affermazione estremamente semplice, ma dialettica, è importante ed è una realtà che brucia. L’ambizione del potere è una malattia. Esce da ogni poro del corpo. Ha messo il mondo nella condizione in cui si trova.

Questa malattia dell’ideologia del potere si è diffusa, calpestando le donne per migliaia di anni. Credo che le donne cambieranno il volto di questo mondo che sta morendo di patriarcato. Questa è la convinzione che guida il mio ottimismo per il futuro.

Ad esempio, attualmente c’è una grande sfida a Rojava. Quella di non amministrare seguendo la logica dell’uomo, ma in uno stile di genere neutrale autogestito dalle donne. Questa sfida porta speranza nel mondo. Questo è il motivo per cui, prima di tutto, le donne devono assumere la proprietà di questo progetto e sostenere questa rivoluzione.

Come vivi la tua condizione di esilio?

Non mi considero in esilio. Non sono una rifugiata, non ho chiesto asilo. Attualmente vivo uno stile di vita nomade, lavoro e viaggio molto. Per il momento, lavoro in luoghi che mi danno l’opportunità di praticare la mia arte in completa libertà. Prima o poi so che tornerò nella terra a cui appartengo e da cui attingo la mia forza. Mi riunirò con la mia casa, la mia famiglia, i miei amici, i miei colleghi.

Come hai reagito quando hai saputo che Banksy ti aveva dedicato il Bowery Wall di Manhattan?

Il supporto di Banksy mi ha fatto molto piacere. Ma la più grande felicità per me è stata che il disegno della città distrutta di Nusaybin, per la quale sono stata imprigionata, è stato proiettato in dimensioni gigantesche sulla strada più trafficata di New York. Attraverso questo disegno proiettato, le vittime hanno ottenuto una vittoria perché il mondo intero ha saputo cosa era successo a Nusaybin. La realtà che lo stato turco ha tentato di nascondere, per la quale sono stata condannata, è esplosa davanti agli occhi del mondo come uno schiaffo in faccia.




Mentre scontavi la pena eri consapevole che c’era una mobilitazione internazionale per la tua causa?

Sì lo sapevo. I miei amici di Kedistan avevano già pensato di fare uscire alcuni miei lavori dal Paese e di organizzare mostre. Dopo molto tempo trascorso in fuga, il mio arresto ha immediatamente trasformato la loro idea in una mobilitazione di supporto. Anche le organizzazioni internazionali, tra cui PEN, mi hanno supportato sin dall’inizio. Tutte queste reti si sono rapidamente trasformate in una campagna di solidarietà.

Ho ricevuto la notizia tramite lettere. Inoltre, le mie risposte a questa corrispondenza sono state pubblicate in francese, alla fine del 2019 da Editions des femmes con il titolo “Nous aurons aussi des beaux jours“(“Anche noi avremo  dei giorni migliori”). Quindi ero consapevole di tutto quello che stava succedendo. Ciò che ha reso felici me e le mie amiche prigioniere è stato l’aspetto collettivo e universale di questa campagna.

Nei momenti più difficili, la solidarietà collettiva è la più grande fonte di energia per i prigionieri. In quei luoghi in cui gli esseri umani sono strappati dal loro ambiente, rinchiusi e isolati, dove tutto è fatto con l’obiettivo di sottometterli, la vita comunitaria all’interno e il sostegno collettivo dall’esterno sono ciò che mantiene le persone in piedi.

Il disfacimento della democrazia in Turchia a tuo parere è un processo irreversibile?

Risponderò con una domanda. La democrazia è mai esistita davvero in Turchia, anche solo per un giorno? 

Si può parlare di democrazia quando uno Stato si accampa su un atteggiamento monistico, imponendo una lingua, un popolo, una religione, negando il mosaico dei popoli, la loro diversità e tentando a tutti i costi di mettere la museruola a quelli che non stati d’accordo con il suo progetto, dall’inizio?

Questa è la storia della Turchia. In questa storia, c’è poco spazio per la democrazia, la libertà di espressione e la libertà in generale. Sfortunatamente, la democrazia non è solo una questione di elezioni. Ancora oggi in Turchia, i politici che sono stati eletti con la maggioranza dei voti vengono rimossi dalla carica, sostituiti da amministratori nominati dallo stato o finiscono in prigione.

Ci sono stati così tanti periodi di repressione. Il colpo di stato militare del 12 settembre 1980 investì il Paese come un rullo compressore. Quel periodo da incubo ha lasciato segni indelebili. Ma, come affermano gli attivisti, i difensori dei diritti che hanno vissuto le epoche precedenti, il potere attuale continua solo con i metodi di repressione inscritti nella storia del Paese, e ora le condizioni sono ancora più gravi e difficili.

Arianna Folgarelli

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