La morte per De André: nemica e sorella

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L’11 gennaio 1999 moriva Fabrizio De André, lasciando un vuoto incolmabile. Ma cosa rappresentava davvero la morte per De André?

La morte per De André è un tema quasi controverso. Ci sembra un’amica di vecchia data, un’amante, ma anche una nemica feroce senza pietà. Faber, il cantautore per eccellenza della fragilità umana, ne ha assaggiata parecchia di morte, è riuscito ad interiorizzarla e l’ha resa protagonista delle sue canzoni. Decine sono i brani che trattano questo tema, scopriamone qualcuno insieme.

Il testamento, 1963

La canzone Il testamento, venne pubblicata come singolo per la prima volta nel 1963. Come molti altri brani, è una canzone di un umorismo tagliente dove il cantautore si diverte a scherzare della morte. Nel brano, il narratore immagina di lasciare ad alcuni suoi conoscenti quello che si meritano.

Quando la morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento
quel che gli lascio in eredità
non maleditemi non serve a niente
tanto all’inferno ci sarò già




Nonostante la canzone abbia per tutta la durata un tono scherzoso, verso la fine De André ci ricorda che “si muore soli” e a poco servono testamenti, frivolezze e ipocrisie della vita terrena.

La morte, 1967

Una delle canzoni più emblematiche è sicuramente La morte. Questo brano del 1967,  è contenuto in Volume I, il secondo album della discografia complessiva dell’artista. Il cantautore per questa canzone decise di riprendere la musica scritta da Georges Brassens in Le verger du Roi Louis di Théodore de Banville, creando quella tipica atmosfera medievale e cavalleresca. Un altro importante riferimento è quello al poeta Cesare Pavese e alla sua poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi del 1950. Nel testo di Faber, leggiamo infatti:

La morte verrà all’improvviso
avrà le tue labbra e i tuoi occhi
ti coprirà di un velo bianco
addormentandosi al tuo fianco
nell’ozio, nel sonno, in battaglia
verrà senza darti avvisaglia
la morte va a colpo sicuro
non suona il corno né il tamburo.

Ciò che però colpisce maggiormente in questo brano è il testo. La morte rappresentata qui è agghiacciante e veritiera. Essa è un’estrema nemica molto più forte di noi e solo chi ha vissuto nella sofferenza potrà in qualche modo trovare conforto in essa.

Di fronte all’estrema nemica
Non vale coraggio o fatica
Non serve colpirla nel cuore
Perché la morte mai non muore
Non serve colpirla nel cuore
Perché la morte mai non muore

La morte per De André in Tutti morimmo a stento

Nel 1968 la morte diventa il filo conduttore di un intero disco. Stiamo parlando di Tutti morimmo a stento, album di inediti che contiene tracce indimenticabili come: Cantico dei drogati, Ballata degli impiccati e Inverno. La morte di cui si parla è più morale, psicologica, quasi una morte quotidiana, come spiegò lo stesso De André quando gli chiesero di cosa parlasse l’album, in un’intervista rilasciata ad Enza Sampò nel programma Rai “Incontri musicali” del 1969.

Parla della morte… Non della “morte cicca”, con le ossette, ma della morte psicologica, morale, mentale, che un uomo normale può incontrare durante la sua vita. Direi che una persona comune, ciascuno di noi forse, mentre vive si imbatte diverse volte in questo genere, in questo tipo di morte – in questi vari tipi, anzi, di morte – prima di arrivare a quella vera. Così, quando tu perdi un lavoro, quando tu perdi un amico, muori un po’; tant’è vero che devi un po’ rinascere, dopo.

Nell’album, la traccia Ballata degli impiccati è ricca di significato, in quanto sembra una condanna vera e propria nei confronti della pena di morte. Per questo brano, De André riprende una poesia del poeta francese Villon. L’autore dà voce a coloro che non hanno più speranza, gli impiccati per l’appunto. In maniera straziante, questi non invocano la salvezza, piuttosto si limitano a descrivere la morte in maniera realistica e inquietante.

Nell’album la morte appartiene a tutti, si fa esperienza universale. Si vive la morte “con un anticipo tremendo”, così come nella vita reale. Morire di stenti, di fame, di dolore, di rancore. Chi non si è mai sentito morire ?

Giulia Sofia Fabiani

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