La patente: fenomenologia dello “iettatore” tra Luigi Pirandello e Totò

La sfortuna ha un volto? Si veste, si muove, si comporta in un certo modo? Talvolta, a giudicare da quanto accade ne La patente di Luigi Pirandello, si potrebbe pensare di sì.

La patente nacque, nel 1911, come una novella: come tale figura ancora oggi tra le Novelle per un anno. Tuttavia, il fortunato rapporto di Luigi Pirandello con questa vicenda non era destinato a esaurirsi nel racconto breve. Infatti, nel 1917 lo scrittore la rese una commedia in un atto, ‘A patenti, affidandola alla recitazione in Siciliano di Angelo Musco. Tradotta in Italiano nel 1918, la commedia fu rappresentata in Napoletano, Veneziano e, nel 1931, in dialetto genovese da Gilberto Govi. Non solo. Nel 1954, con la regia di Luigi Zampa, la sceneggiatura di Vitalino Brancati e la recitazione di Totò, divenne parte di Questa è la vita. Ma a cosa deve tanta fortuna questa storia?

Senza dubbio al suo iconico protagonista, Rosario Chiarchiaro. Chi è costui? Anzitutto, uno “iettatore” – vero, o presunto tale: un uomo capace di scatenare i funesti poteri della malasorte su chiunque gli stia intorno. Già la scelta del suo nome, notava Leonardo Sciascia, non è casuale. Infatti, mentre “Rosario” rimanda alla preghiera, “Chiarchiaro” evoca il siciliano “chiarchiaru”, cioè “pietraia“. Nonché, pare, il nome di una cupa montagna dell’entroterra agrigentino, rifugio prediletto di molti predatori notturni. Soprattutto, tuttavia, Rosario Chiarchiaro è la vittima di un pesante stigma che, a un certo punto, alla via della resa sceglie quella delle ribellione.




La patente: la novella del 1911

Nella novella , Rosario Chiarchiaro

s’era combinata una faccia da jettatore ch’era una meraviglia a vedere. Aveva lasciata crescere sulle cave gote una barbaccia ispida e cespugliuta. S’era insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d’osso, che gli davano l’aspetto d’un barbagianni. Aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti.

Tuttavia, la sua comparsa avviene relativamente tardi. Egli, piuttosto, aleggia nei discorsi a mezza bocca in città . Nonché nei pensieri del giudice D’Andrea, uomo integerrimo ma pieno di dubbi sulle proprie capacità di amministrare la giustizia «ai piccoli poveri uomini feroci». Istruttore del processo intentato da Chiarchiaro per calunnia a due giovani locali, che avevano fatto gli scongiuri al suo passaggio, D’Andrea si tormenta. Comprende, infatti, che lo stigma sta rovinando la vita a quell’uomo. E che la Giustizia è impotente, non potendo punire un comportamento condiviso da tutta la città, perfino dai suoi colleghi.

D’Andrea però ignora che Chiarchiaro desidera perdere il processo e che sia proprio il Tribunale a dotarlo della patente di iettatore dando torto alla querela. Perché? Perché, non essendo possibile combattere lo stigma che lo ha privato della dignità e del lavoro, non gli resta che indossarne la maschera. Volgendo, spiega a D’Andrea, a proprio vantaggio il pregiudizio:

Lei mostra di non credere alla mia potenza. Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? […] Ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti […]. Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche, a tutte le botteghe. E tutti mi pagheranno la tassa. Lei dice “dell’ignoranza”? Io dico “della salute”! Perché, signor giudice, ho accumulato tanto odio, io, […] che credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta un’intera città!

‘A patenti: la folata e la follia

Nella commedia in un atto scritta nel 1917, è un colpo di vento improvviso a cambiare tutto.

Una folata, anzitutto, che entra dalle finestre dell’ufficio del giudice D’Andrea, facendo cadere la gabbia in cui si trova il cardellino tanto amato dall’uomo. L’uccellino, caro ricordo della madre morta recentemente, non sopravvive alla caduta: tale evento, alla fine, vince la riluttanza del giudice nell’istruire il processo di Chiarchiaro. Lo iettatore, del resto, chiamato a colloquio per farlo desistere dalla querela, aveva avvisato D’Andrea: dalla sua potenza malefica non ci sarebbe stato scampo. Così, mentre il giudice piange stringendo la gabbia, con sguardo folle lo iettatore apostrofa i magistrati presenti, esigendo una tassa affinché il malocchio li risparmi. «Sono ricco! Sono ricco!» esclama l’uomo, trionfante, nell’uscire dall’ufficio del giudice lasciandosi dietro il terrore e lo sconcerto di chi ha assistito alla scena. Eppure, mentre il sipario si chiude, resta la sensazione che sia precipitato in una miseria ancor più nera della precedente.

In realtà, però, si potrebbe dire che sia stato un altro colpo di vento, più leggero e quasi impalpabile, a dare inizio agli eventi. Quale? La mala fama. Quella che per anni, come uno spiffero insistente carico di sussurri, ha accompagnato la vita di Rosario Chiarchiaro e della sua famiglia. Ascoltando il resoconto che la figlia minore dell’uomo fa al giudice, è quasi impossibile non ripensare a una famosa aria di Gioacchino Rossini:

La calunnia è un venticello/Un’auretta assai gentile/Che insensibile, sottile,/Leggermente, dolcemente,/Incomincia, incomincia a sussurrar. […] Va ronzando, va ronzando/ Nell’orecchie della gente/ S’introduce, s’introduce destramente/E le teste ed i cervelli/
Fa stordire e fa gonfiar. […]
Alla fin trabocca e scoppia, si propaga, si raddoppia, […]/E il meschino calunniato,/Avvilito, calpestato,/Sotto il pubblico flagello,/Per gran sorte va a crepar.

[Il Barbiere di Siviglia, atto I, scena 8]

Un venticello venefico, in effetti, questo stigma, capace di portare evidentemente a reazioni folli tanto la vittima quanto chi in esso crede.

La patente in Questa è la vita: ridi, che ti passa!

Nel celeberrimo Saggio sull’umorismo (1908), Pirandello stabiliva una distinzione – rimasta canonica – tra comicità e umorismo. Il comico, spiegava l’autore, consiste in «un avvertimento del contrario». Ossia nell’ilarità che suscita, ad esempio, il contrasto tra l’aspetto o l’atteggiamento fuori luogo di una persona e come essi dovrebbero essere. L’umorismo, invece, è un «sentimento del contrario». Cioè il superamento, dovuto alla riflessione, dell’iniziale ilarità verso una comprensione più profonda, a volte amarissima, della realtà umana osservata. Per questo motivo, secondo Pirandello, «l’arte umoristica è un’erma bifronte che ride per una faccia del pianto della faccia opposta».

Nell’episodio La patente, ispirato all’omonima novella, del film corale Questa è la vita, l’erma dell’umorismo in realtà resta mutila. Perché? Perché della situazione di Chiarchiaro si ride soltanto, con picchi di diabolico godimento quando gli infausti eventi da lui minacciati o auspicati si avverano. Non se ne condivide mai la sofferenza, l’avvilimento, la miseria, anche perché non li si vede. Del resto, dove trovare la miseria sul volto pulito e nell’eleganza impeccabile di un principe della comicità come Totò?

Eppure, questo rimanere in superficie è tutt’altro che un’ingenuità: sembra, piuttosto, una scelta ideologica. Quella, cioè, di congedare, con la leggerezza di una risata, un elemento profondamente perturbante ancora radicato nella cultura italiana: la superstizione. Una superstizione capace di generare stigmi pesantissimi e isterie di massa; quella in grado, con la potenza di una parola, di rovinare molte vite. Un fenomeno che l’Italia degli anni ’50, ormai proiettata verso il futuro, non poteva più permettersi.

Fare dello stigma un’arma: la rivalsa di Rosario Chiarchiaro

Volto dal colorito malsano, imperfettamente raso; abiti da lutto; occhiali spessi, scuri, e bastone. Queste, grossomodo, le caratteristiche che tradizionalmente l’immaginario popolare ascrive al triste figuro che è lo iettatore. Impossibilitato a liberarsi della fama che lo perseguita e ovunque lo precede, Rosario Chiarchiaro compie un rovesciamento imprevedibile: di questi tratti fa la propria divisa. Trasformando, così, lo stigma che lo ha privato della dignità e di ogni risorsa, in una vera e propria professione – legalmente garantita, peraltro, dalla patente. Si tratta, senz’altro (quale che sia la forma assunta dalla vicenda), di una straordinaria, godibilissima rivalsa; è però, anche un trionfo? Soffermarsi su questa domanda implica il ritornare su uno degli interrogativi più complessi legati alla produzione pirandelliana, forse il più vertiginoso di tutti. Ovvero: che ne è di un uomo, del suo destino, allorché scelga di vivere (o sia costretto a farlo) indossando per sempre un’unica maschera?

Valeria Meazza

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