L’estate del 1975 di quei “bravi ragazzi” al Circeo

Inganno, paura, abusi, violenze e morte in villa a San Felice Circeo

Settembre 1975,  Roma.
Gianni Guido ( 19 ) e Angelo Izzo ( 20 ), studenti di architettura e medicina, invitarono due ragazze conosciute da poco quali Rosaria Lopez ( 19 ) e Donatella Colasanti ( 17 ), a passare una serata nella loro villa a San Felice Circeo, nel famoso promontorio dell’Agro Pontino.

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Arrivati, i due non persero tempo e chiesero alle ragazze se volevano fare l’amore con loro. Rosaria e Donatella rifiutarono, rifiutarono ancora dopo che gli veniva promesso un milione di lire a testa. Al che Guido estrasse una pistola, minacciandole, affermando che loro facevano parte della banda dei Marsigliesi e che di li a poco sarebbe arrivato Jacques Berenguer, uno dei boss del clan. Non era vero. Arrivò Andrea Ghira, che di questi malviventi ne sentiva solo l’aura, estasiato dalle loro “gesta”. Le due ragazze erano in una vera e propria trappola, inimmaginabile conseguenza di un innocuo incontro con due ragazzi che gli erano sembrati così gentili e simpatici.

Per quasi 36 ore vennero massacrate, picchiate, violentate, seviziate. Impotenti davanti alla cattiveria e alla bestialità di tre individui di ideologie misogine, che punirono il loro rifiuto facendo emergere anche la discriminazione verso il sesso femminile e verso le persone di ceti meno abbienti.
Infatti Guido, Izzo e Ghira provenivano da famiglie ricche e stimate della Capitale, definiti quindi agli occhi delle persone, ma soprattutto dall’apparenza, come “bravi ragazzi”. Così bravo Giovanni Guido che dovette tornare a Roma per non mancare alla cena con i suoi, per poi subito rimettersi in auto e guidare fino al Circeo per continuare ciò che avevano iniziato. Un susseguirsi di azioni di cui si fa fatica a trovarne un nesso logico. Evidentemente non c’era.
Rosaria Lopez venne annegata nella vasca da bagno.
Donatella Colasanti sopravvissuta ai colpi in testa con il calcio della pistola e con una spranga di ferro, si finse morta.
Le legarono, le misero nel bagagliaio della macchina e tornarono a Roma.

“Come dormono bene queste”
I ragazzi si fermarono nel quartiere Trieste per mangiare una pizza. Donatella cominciò a chiedere aiuto dall’interno della macchina. Qualcuno la sentì e chiamò subito i Carabinieri che arrivarono e la salvarono.
Izzo e Guido furono arrestati dopo poche ore, mentre Ghira riuscì a fuggire in qualche modo, forse per una soffiata e poi coperto con molta probabilità dalla sua famiglia.
Il processo del massacro al Circeo cominciò il 30 giugno e finì il 29 luglio del 1976, con la sentenza in primo grado di ergastolo per Aneglo Izzo e Gianni Guido.

Nel 2004 Izzo ebbe la semilibertà, seppure la sua condotta non fosse eccellente, e fece due nuove vittime: la moglie e la figlia di un pentito della Sacra Corona Unita.
Guido, invece, riuscì ad evadere e scappò a Buenos Aires nel 1981, dove venne riconosciuto e quindi arrestato ma evase nuovamente e venne catturato a Panamá nel 1994. Nel 2008 venne affidato ai servizi sociali, con alle spalle 14 anni di carcere a Rebibbia e 11 anni all’estero come fuggiasco.
“Ergastolo”, dicevano.
Donatella Colasanti, da quella notte di torture nella villa degli incubi non si riprese forse mai. Morì, poi, all’età di 47 anni per colpa di un tumore al seno.

Sono passati 40 anni dal processo del massacro del Circeo svoltosi nel Tribunale di Latina, i cui risvolti potevano sembrare buoni in termini di giustizia. Ma con quale calibro si puniscono le conseguenze dello choc durato tutta la vita dell’unica sopravvissuta? Come si giustifica l’uscita momentanea dal carcere di uno dei colpevoli che non perde tempo a compiere un doppio omicidio? Quanto sono vane le vite delle due vittime se due dei loro violentatori hanno scontato la loro pena più come latitanti che come carcerati oppure mai arrestati grazie all’”aiuto” della famiglia che non vuole infangare il proprio status?

Non è calibrabile, non è giustificabile e le vite di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti non saranno mai vane. Doveroso è fare in modo che non vengano dimenticate, perché ingiustamente rubate nei loro anni di spiensieratezza, perché colpevoli solo di essere donne nelle mani di tre bestie la cui vista annebbiata dall’ammirazione dei clan malavitosi, consapevoli della loro appartenenza a famiglie di alto rango, sentendosi in potere di sminuire e punire chi invece non lo era.

Anna Somma

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