L’Eurovision ha bisogno di volontari: un annuncio che fa discutere

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L’Eurovision Song Contest 2022 è alle porte e avrà luogo a Torino. L’Italia ne ha accolto, con gioia, l’organizzazione, ritenendola una grande opportunità di ripresa economica e culturale. Intanto, desta polemica una chiamata al volontariato che, vista la portata dell’evento e le risorse economiche in ballo, avrebbe dovuto essere, secondo molti, un annuncio di lavoro a tutti gli effetti.

L’Eurovision Song Contest è previsto per maggio 2022.  Si prospetta per l’Italia  come segno e motivo di ripartenza. Eppure c’è già qualcosa, nella gestione, che crea malcontento.

Volontari per l’Eurovision cercasi

La Città di Torino ricerca 600 volontari da impegnare in mansioni di supporto all’organizzazione delle attività legate all’evento internazionale che si svolgerà a Torino nel mese di maggio.

Questo l’annuncio apparso, due giorni fa, sulle pagine social della Città di Torino e dell’Eurovision Song Contest. Proprio a Torino si terrà l’Eurovision, per l’edizione 2022, dopo che il capoluogo piemontese è riuscito a spuntarla nella gara con altre città italiane per ospitare la manifestazione.

Fin qui nulla di strano. È un normalissimo appello al volontariato, apparentemente lecito e legittimo.

Se non ci si trovasse nella situazione in cui ci troviamo. Se non venissimo da una crisi economica e lavorativa ormai più che decennale, aggravata, negli ultimi due anni, da una pandemia che ci ha dato la mazzata finale, dritta in fronte. E se non fosse così ovvio e drammatico il livello di precarietà a cui si cerca di far fronte quotidianamente.

Non si starà sprecando un’opportunità?

Quando i Måneskin  vincevano l’Eurovision, lo scorso maggio, moltissimi italiani esultavano, non tanto per puro spirito patriottico, quanto per la consapevolezza della grande opportunità che quella vittoria stava regalando al paese.

C’era l’euforia di chi è conscio del fatto che, ospitare un evento di portata internazionale come l’Eurovision Song Contest avrebbe, in qualche modo, svoltato la situazione, dando una botta di vita alla nostra economia fortemente acciaccata da mille fattori diversi.

La vittoria dei Måneskin  è arrivata al momento giusto, come un piccolo e colorato arcobaleno per ricompensarci della tempesta dei mesi precedenti. E l’Eurovision era il piccolo raggio di sole venuto a spazzar via la nuvoletta di sfiga che ci ha accompagnati per un po’.

Non sarebbe stato certo l’Eurovision Song Contest a risollevare, da solo, il destino di una nazione. Ma era, comunque una carezza, meritata, per l’ego e il portafogli.

Così la pensavamo tutti. E, ovviamente, ci speriamo ancora.




La scusa del volontariato che non regge

Ma vedere un annuncio come quello sopra menzionato è un’altra piccola grande batosta. Non aiuta la speranza nel futuro. Indebolisce la fiducia in un sistema che penalizza la ripresa. E fa pure un pochino male all’anima.

Come si fa, nel 2022, a spacciare ancora un palese sfruttamento lavorativo per volontariato e trattare la cosa come normale amministrazione?

Come si può, in un periodo storico così contorto e pieno di problemi, non sfruttare le potenzialità (soprattutto economiche) di un evento internazionale per creare lavoro e combattere precariato e disoccupazione?

È ancora accettabile che, dopo tutte le lotte passate e recenti, si possa trattare il lavoro non retribuito come un’opzione, servendosi della parola volontariato per rivestirlo di un’aura di giustizia e bontà?

Chiaramente, no.

L’Eurovision che doveva risollevare il settore dello spettacolo

A prescindere dalle responsabilità di chi ha bandito e reso pubblica la call to action, si tratta, secondo molti, di un’iniziativa anacronistica, fuori luogo e lesiva del sacrosanto diritto al lavoro che risulta, soprattutto a casa nostra, sempre meno tutelato.

Il malcontento generale è stato espresso chiaramente, attraverso le numerose centinaia di commenti polemici, a tratti indignati, apparsi sotto al post in questione, sulla pagina Facebook della città di Torino. Ed rimbalzato di profilo in profilo, anche fra personalità celebri del mondo digitale.

Ad aggravare la situazione, già abbastanza assurda per il momento storico odierno, è il fatto che l’annuncio riguardi, anche se in un’ottica più ampia, il settore dei lavoratori della cultura e dello spettacolo, uno fra i più penalizzati e sfavoriti dalla pandemia e non solo.

Ancora una volta, viene lasciato passare il messaggio che si tratti di una categoria non indispensabile e meritevole di salvaguardia e protezione. Ciò non fa che aggiungere benzina sul fuoco, indignando maggiormente coloro che, giorno per giorno, si battono per vedere garantiti i propri diritti, un lavoro dignitoso e una retribuzione adeguata.

Necessitiamo di un’etica del lavoro

Tutto ciò non può che alimentare indignazione ed evidenziare la necessità di una riflessione profonda che punti ad utilizzare un’etica del lavoro ancora, chiaramente, presente solo a livello teorico. Si tratterebbe di ripensarla, stabilirne i punti fondamentali e le priorità e, soprattutto, applicarla concretamente. E si dovrebbe soprattutto renderla coerente perché, troppo spesso, con i diritti dei lavoratori si usano, non due, ma più pesi e più misure. È un discorso valido per questa occasione tanto quanto lo è per le migliaia di altre occasioni che, quotidianamente, vedono calpestata la dignità del lavoro. Solo così, si può sperare che un giorno, esso sia davvero diritto di tutti. E che il volontariato resti volontariato.

Assunta Nero

 

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