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“Madóra che póra!” Storie e leggende della Valle Trompia

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Le veglie contadine nelle stalle non erano solo tranquille serate di donne che filavano. Il bisogno di uscire con la mente dal piccolo mondo e dalle fatiche faceva nascere storie a tinte fortissime. Anche perché la campagna, di notte, è inquietante… Da tutto questo, è nato il volume autopubblicato a cura di Giovanni Raza: Madóra che póra! Storie e leggende della Valle Trompia (2015).

Madóra che póra! Giovanni Raza
La copertina di “Madóra che póra!”, a cura di Giovanni Raza. Fonte: scoprivaltrompia.it

È preoccupazione del curatore indicare anche le versioni di un topos conosciute in altre regioni o paesi. Talora, la provenienza di una storia è remota, come nel caso delle “caccie infernali”: mito germanico, legato al culto di Wotan e a quello degli spiriti silvestri.

 

La raccolta si struttura in sezioni tematiche. Quant chè i she fa shènter… (“Quando si fanno sentire”) è dedicata alle storie di ritorno dall’aldilà. Già i Mani degli autori classici visitavano i vivi, fuggendo davanti al rumore di oggetti metallici. In età cristiana, questo potere apotropaico fu attribuito alle campane. Tuttora, però, qualcuno appende “scacciaspiriti” a porte e balconi, magari senza sapere a cosa servisse originariamente quel tintinnio…




 

Müsica, fiàme e shànfe dè cavra… (“Musica, fiamme e zampe di capra”) è riservato alle storie di streghe. In queste zone di montagna, tali creature (già di per sé legate alla terra e alla saggezza della natura) sono ibridate con le capre. Ma anche gli animali possono essere stregati. In particolare, il maiale: tipicamente allevato nel Bresciano e, un tempo, sacro alla dea germanica Freya – quindi demoniaco, nell’ottica del monoteismo cristiano. Una lepre può invece essere il Diavolo che distrae i cacciatori dai doveri religiosi. O il Diavolo stesso può andare a caccia col proprio corteo, di notte, come si accennava all’inizio: ed è meglio non disturbarlo, per non sconfinare nel suo mondo… Persino un gomitolo può essere una trappola del Maligno: perlomeno, quando si lega al desiderio di comodità immeritata.

 

Porta ciaàda e se i ciòca mia dèrvèr… (“Porta serrata e, se bussano, non aprire”) illustra gli spiriti di cui è generosa la natura, nell’immaginario contadino. Il bésh galilì (“serpente galletto”) ricorda il Basilisco, ma anche la Vouivre gallica: dea serpentiforme che compare sui capitelli delle chiese medievali francesi, a segnalare la presenza si acque sotterranee. (Si veda, in merito: Petra Van Cronenburg, Madonne nere, Roma 2004, Arkeios, pp. 59 ss.). Come il bésh galilì,

 

“portava […] una grossa pietra preziosa sulla fronte, la quale, se veniva sottratta mentre l’animale era intento a fare il bagno in qualche pozza, o si apprestava a bere presso una sorgente, unici momenti in cui la bestia si separava dal gioiello, arrecava una immensa fortuna a colui che ne fosse venuto in possesso, mentre il serpente avrebbe perduto ogni magico potere.” (Madóra…, p. 74. In merito alla Vouivre, cfr. Madonne nere…, n. 18 a p. 59).

 

Ma non è facile essere tanto coraggiosi da rubare l’occhio della conoscenza occulta… quella che mostra i punti in cui le energie della terra sono più forti e offrono acque salutifere, facendo così superare la paura di quello che si nasconde nel sottosuolo come i serpenti.

Non sarebbe andata così bene con l’òm dè la löm, il folletto con lanterna temuto dai minatori. Vedere pulviscoli e biancori nelle miniere, infatti, era sintomo sicuro di intossicazione o di crollo.

 

Poi, ci sono i folletti che derubano gli orti, o le fate che adornano la natura di bellezze, finché l’uomo non le depreda. O le lavandaie fantasma, personificazione dei rumori delle acque: non di rado dedicate alla Vergine, per esorcizzarle, conservando altresì un ricordo del culto celtico delle fonti.

 

Vàga mìa déter. Pàshèga mài!….” (“Non entrarci. Non passarci mai!”): quanto può essere inquietante una vecchia palazzina, un tempo abitata da qualche don Rodrigo in vena di dissolutezze e torture? O un passaggio segreto mai trovato definitivamente, sotto una chiesa? O una cascina dove si è consumato un delitto? Ma i luoghi di morte hanno anche un lato romantico. Come la Cima Caldoline (San Colombano), bagnata per sempre dalle lacrime di due innamorati. O la Croce di Pezzuolo (Gardone Valtrompia), dove la morte di una ragazza avrebbe posto fine alle ostilità fra due paesi per il contrabbando del sale.

 

Sö la barca dè San Piero… (“Sulla barca di San Pietro”) ci sono, invece, leggende di prodigi che mostrano lo sconfinare della religiosità nel gusto del meraviglioso.

 

Gói dè cöntàla? (“Devo raccontarla?”) è raccoglie l’aneddotica non classificata nelle sezioni precedenti, ma sempre a tinte orrorifiche o sorprendenti.

 

Molti modi di raccontare non solo le paure superstiziose, ma anche di trasmettere valori fondanti: il rispetto per natura (che può dar la vita o la morte), il monito a non farsi trascinare dalle passioni, il bisogno di accompagnare i morti per la propria strada… di dar loro pace dentro di noi, prima ancora che fuori.

 

Erica Gazzoldi

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