Migranti etiopi nelle prigioni saudite: la dannazione

Un’indagine di Amnesty International ha rivelato nuovi terrificanti dettagli sul trattamento dei migranti etiopi nelle prigioni saudite. Da marzo, le autorità Huthi dello Yemen hanno espulso migliaia di lavoratori migranti etiopi e le loro famiglie oltre il confine, in Arabia Saudita. Qui sono ora detenuti, in pericolo di vita.

I prigionieri intervistati hanno descritto crudeltà inimmaginabili, incluso l’essere incatenati a coppie, costretti a usare i pavimenti delle loro celle come servizi igienici e essere rinchiusi 24 ore al giorno in celle insopportabilmente affollate.

Migranti etiopi nelle prigioni saudite: le testimonianze

Sono atroci le testimonianze raccolte da Amnesty International, attraverso 12 interviste condotte tramite una app di messaggistica tra il 24 giugno e il 31 luglio di quest’anno: donne incinte (spesso a seguito di violenza sessuale subita in Yemen), neo-mamme e i loro bambini, tutti ammucchiati in celle sporche e sovraffollate. Tre detenuti hanno detto di sapere di bambini che erano morti.

Prigionieri incatenati l’uno all’altro, costretti a fare i loro bisogni sul pavimento, e totale assenza di cure mediche, neanche per quelli che sono stati feriti dal fuoco incrociato lungo il confine.

Citando Marie Forestier, ricercatrice e consulente per i diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International,

Migliaia di migranti etiopi, che hanno lasciato le loro case in cerca di una vita migliore, hanno affrontato crudeltà inimmaginabili ad ogni angolo. Confinati in celle sporche, circondati da morte e malattie. La situazione è così disastrosa che le persone tentano di togliersi la vita.

Nelle parole di una detenuta, Zenebe (non è il suo vero nome)

È un inferno, non ho mai visto una cosa del genere in vita mia. Non ci sono servizi igienici. Uriniamo per terra, non lontano da dove dormiamo. A volte dovevamo camminarci sopra.




Come si è arrivati a questo punto…

Fino a marzo 2020, migliaia di migranti etiopi lavoravano nel nord dello Yemen, guadagnando il denaro necessario per pagare il loro “passaggio” in Arabia Saudita. Ma quando la pandemia COVID-19 si è aggravata, le autorità Huthi hanno iniziato a ordinare ai lavoratori migranti di andare al confine. Qui, sono rimasti coinvolti nel fuoco incrociato tra le forze saudite e huthi. In Yemen, infatti, la guerra dura da 5 anni. E non se ne vede la fine.

Oltrepassato il confine, in Arabia Saudita, i migranti sono stati fermati dalle forze di sicurezza, che hanno confiscato i loro averi e in alcuni casi li hanno malmenati. La maggior parte è stata poi trasferita al centro di detenzione di Al-Dayer. E da lì, trasferita alla prigione centrale di Jizan e poi alle prigioni di Jeddah e La Mecca. Altri sono rimasti nella prigione centrale di Jizan per oltre cinque mesi.

Tutti gli intervistati hanno affermato di aver subito trattamenti raccapriccianti dall’inizio della loro prigionia. Per i migranti etiopi nelle prigioni saudite le condizioni sono particolarmente disastrose nel centro di Al-Dayer e nella prigione centrale di Jizan: qui, sono costretti a condividere celle con 350 persone (in media).

Poi, nonostante il caldo intenso dei mesi estivi, l’acqua è spesso insufficiente, soprattutto nel centro di Al Dayer, dove le guardie aprono i rubinetti solo per brevi periodi ogni giorno.

I loro averi sono stati confiscati al confine. I migranti etiopi nelle prigioni saudite hanno solo gli abiti che indossavano quando hanno lasciato lo Yemen. Nella prigione di Al Dayer e Jizan non ci sono docce. Nelle carceri della Mecca e di Jeddah c’è abbastanza acqua per le docce, ma ai detenuti non danno il sapone. Queste condizioni antigeniche sono particolarmente allarmanti nel contesto della pandemia COVID-19.

Alle proteste risponde la tortura

I carcerieri picchiano e torturano chi protesta chiedendo medicine, abiti puliti o acqua potabile. Due prigionieri raccontano ad Amnesty che le guardie hanno somministrato scariche elettriche a loro e ad altri detenuti, come punizione.

Solomon, 28 anni:

Hanno usato questo dispositivo elettrico … Ha fatto un piccolo buco sui miei vestiti. Ho visto un uomo il cui naso e bocca sanguinavano dopo. Da allora, non ci lamentiamo più perché abbiamo paura che rifaranno la cosa elettrica sulla nostra schiena.




Migranti etiopi nelle prigioni saudite: urge il rimpatrio

Almeno 34.000 migranti etiopi sono tornati nel loro paese d’origine tra aprile 2020 e settembre 2020, di cui 3.998 dall’Arabia Saudita. Nonostante le restrizioni di viaggio dovute a COVID 19.

Ciò dimostra che i rimpatri non si sono fermati del tutto ed è ancora possibile rimpatriare i migranti etiopi, se entrambi i governi si impegnano a farlo.

Pertanto, Amnesty International chiede alle autorità dell’Arabia Saudita di rilasciare immediatamente tutti i detenuti, dando priorità a coloro che sono più vulnerabili, come i bambini.

Esortiamo le autorità saudite a rilasciare immediatamente tutti i migranti detenuti arbitrariamente e a migliorare significativamente le condizioni di detenzione prima che si perdano altre vite.

D’altro canto, le autorità etiopi devono collaborare per garantire la disponibilità di un rimpatrio volontario, sicuro e dignitoso ai cittadini etiopi.

Tuttavia, il governo di Addis Abeba è sincero quando denuncia le difficoltà di allestire centri dove isolare in quarantena i nuovi arrivati. Pertanto, la comunità internazionale ha l’obbligo di intervenire:

Se gli spazi di quarantena rimangono un ostacolo significativo, altri governi e donatori devono sostenere l’Etiopia per aumentare il numero di spazi, per garantire che i migranti possano lasciare queste condizioni infernali il prima possibile,

ha detto Marie Forestier.





Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, circa 2000 migranti etiopi si trovano ancora sul lato yemenita del confine, senza che nessuno si prenda cura di loro.

Niente, nemmeno una pandemia, può giustificare la continua detenzione arbitraria e l’abuso di migliaia di persone.

Giulia Chiapperini 

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