Nagorno Karabakh: radici del conflitto e interessi in gioco

È la mezzanotte di martedì (ore 22 di lunedì in Italia). Dopo sei settimane di combattimenti, entra in vigore il cessate il fuoco in Nagorno Karabakh, firmato da Armenia, Azerbaijan e Russia. A partire dal giorno seguente, come previsto dall’accordo, contingenti di pace russi hanno iniziato a presidiare i territori contesi tra armeni e azeri.

La regione (Nagorno Karabakh in lingua azera, Artsakh in armeno) si colloca geograficamente all’interno dei confini dell’Azerbaijan, ma è abitata, da millenni, interamente da armeni. Dal punto di vista istituzionale, il Nagorno Karabakh ha proclamato la propria indipendenza per ben due volte nel corso nel Novecento: nel 1918, due anni prima di essere conquistato dall’URSS, e nel dicembre 1991, dopo la disgregazione dell’URSS stessa.

È stato proprio il crollo dell’impero sovietico a riaccendere l’odio, per molto tempo latente, tra il popolo armeno e quello azero. Nel 1992 comincerà infatti una guerra terminata ufficialmente nel 1994 con l’Accordo di Biškek, ma, in realtà, mai davvero conclusa.

Prima di arrivare alla situazione odierna e agli interessi in gioco di alcune superpotenze, proviamo a far luce sulle origini del conflitto.

Le radici della guerra in Nagorno Karabakh

Per comprendere le ragioni storiche di questa guerra, non possiamo non partire dalle vicende che coinvolsero turchi e armeni un secolo fa.

Durante la Prima Guerra Mondiale, il conflitto tra Russia e Impero ottomano volgeva a favore della prima. Così i turchi, in grande difficoltà, individuarono all’interno dei propri confini un nuovo nemico: la minoranza armena, di cui si temeva un’alleanza con la Russia. Seguì l’atroce sterminio di circa un milione e mezzo di armeni, avvenuto tra il 1915 e il 1916.

Questa ferita così profonda nel popolo armeno portò, pochi anni dopo, allo scoppio della guerra armeno-azera (1918-1920). Turchi e azeri, diventati di fatto alleati dopo l’uscita della Russia dalla Grande Guerra, erano ormai considerati dagli armeni un unico popolo. Va in questo senso sottolineato che parliamo, in effetti, di popoli culturalmente affini, accomunati dalla stessa fede religiosa, quella musulmana, e da lingue molto simili.

Con l’avanzata dell’URSS nel Caucaso, le ostilità furono congelate ma tutt’altro che risolte. E sarebbero riaffiorate a distanza di moltissimi anni anche (o soprattutto) per la decisione presa da Stalin nel 1921 di assegnare la regione – pur riconosciuta come oblast autonoma – all’Azerbaijan.



Il crollo dell’Unione Sovietica e la guerra del 1992-1994

Venuto meno il collante rappresentato dall’Unione Sovietica e dall’ideologia comunista, sono subito riaffiorati odi e questioni lasciate in sospeso.

L’Azerbaijan si dichiarò indipendente nell’agosto 1991 e l’Armenia fece altrettanto un mese dopo. E il Nagorno Karabakh?

Una legge varata da Gorbačëv proprio in quegli anni permise a questa regione, in quanto oblast autonoma, di non seguire l’Azerbaijan nella decisione di uscire dall’Unione Sovietica. Così, dopo il referendum del 10 dicembre 1991, il Nagorno Karabakh si dichiara repubblica indipendente.

All’Azerbaijan, per riconquistare la regione, non restava che la via militare. Ma per gli azeri fu un’autentica disfatta. Assai più preparati militarmente, i soldati armeni conquistarono in due anni tutti quei territori che separavano il Nagorno Karabakh dal loro Paese.

Il trattato di pace tra le due fazioni, però, non risolse praticamente nulla. La comunità internazionale, infatti, non riconoscendo la legittimità del Nagorno Karabakh come Stato indipendente, impedì di fatto l’unificazione con l’Armenia.

Nonostante la tregua sancita dal già citato Accordo di Biškek, gli scontri tra le parti non sono mai cessati.

Quali interessi, oggi, intorno al Nagorno Karabakh

Gli osservatori sono concordi nell’indicare l’Azerbaijan come principale responsabile degli scontri delle ultime settimane. Va inoltre sottolineato che gli azeri, grazie soprattutto ai finanziamenti che arrivano dalla Turchia, hanno rafforzato notevolmente il proprio esercito, sostenuto peraltro da migliaia di volontari e mercenari stranieri tra cui turchi, ceceni e persino mujaheddin afghani. Insomma, i rapporti di forza non sono più quelli dei primi anni ‘90.

Gli esperti sono concordi anche nel riconoscere come veri vincitori di questa nuova fase del conflitto la Russia di Putin e la Turchia di Erdoğan.

Quest’ultima, infatti, sta portando avanti il proprio disegno espansionista anche a Est, con l’obiettivo di isolare sempre di più l’Armenia e imporsi sulla scena internazionale con una spregiudicatezza sempre maggiore.

La Russia, nel contempo, ha dimostrato quanto sia ancora influente sui territori del Caucaso. E soprattutto, intervenendo soltanto in un secondo momento, ha spinto l’Armenia di Nikol Pashinyan – primo ministro non particolarmente gradito a Putin – verso una condizione di forte dipendenza da Mosca.

Simone Rosi

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