La nave trasformata in isola che sfuggì al massacro di Java

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Una nave trasformata in isola.

Non è un film di fantasia o animazione, né una favola per bambini; è un aneddoto sconosciuto della nostra storia più recente, ambientata nel periodo più buio e terribile del XX secolo.

Correva l’anno 1942, il mondo era interamente coinvolto in quell’immane tragedia, che ormai assume il carattere di un romanzo, chiamata II guerra mondiale.

Era in corso la terribile battaglia di Java che vide contrapposte le forze navali alleate sotto il comando olandese e le truppe imperiali giapponesi.

Java è una delle terre più caratteristiche dell’arcipelago indonesiano che comprende ben 1800 isole e che, nel 1942 divenne una trappola mortale per l’intera coalizione atlantica, riunita sotto la sigla ABDA (American-British-Dutch-Australian Command). Le truppe non erano preparate alla complessità dell’intero sud-est asiatico; un punto debole che la marina imperiale giapponese riuscì a sfruttare a proprio favore.

Abraham Crijnssen la nave ultima che diventò la prima

Tra i vari eserciti schierati sul meraviglioso mare di Java, flotta olandese aveva sistemato alcune navi da guerra, tra cui la HNLMS Abraham Crijnssen.

Durante una manovra di spostamento la nave Crijnssen rimase incagliata e non riuscì a seguire l’intera flotta.

Il motivo per cui era rimasta indietro, in realtà dipendeva dall’estrema lentezza rispetto alle altre navi da guerra. Con un movimento di circa 15 nodi e poche armi a disposizione, la nave era una preda facile per i caccia bombardieri giapponesi che sorvolavano l’isola.

Così non appena la flotta riuscì a disincagliare lo scafo, il dragamine fu costretto ad affrontare il viaggio da sola e senza protezione.

Consapevoli della pericolosità della situazione, in un territorio ostile e sconosciuto, l’equipaggio sapeva di non avere molte possibilità di uscire incolume. L’unica possibilità di salvezza consisteva nel riuscire a raggiungere l’Australia.

La distanza non era a loro favore, perciò i 45 membri, rimasti soli, dovevano inventarsi una strategia per attraversare il pacifico senza farsi individuare dai giapponesi.




L’idea arrivò per caso e si rivelò geniale: nascondere la nave travestendola da isola.

Alcuni uomini scesero sulle isole vicine e tagliarono diversi alberi, in modo da coprire più spazio possibile, simulando la canopia della giungla. Inoltre le parti scoperte furono dipinte in modo da sembrare rocce, scoscese e dirupi.

Ovviamente la nave-isola non poteva restare ferma nello stesso punto: sia perché il travestimento poteva essere efficace solo a una certa distanza; sia perché un’isola semovente avrebbe attirato l’attenzione.

Così, disponendosi accanto alla riva delle isole, in modo da simulare un prolungamento naturale del territorio e muovendosi solo di notte, la nave riuscì a raggiungere l’Australia.

È evidente come il genio umano riesca a mobilitarsi nelle situazioni estreme, ma la grande presenza d’isole nell’arcipelago, è stata fondamentale nella riuscita di un’impresa che, al 90%, poteva definirsi suicida.

Fausto Bisantis

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