Nel Sud della crisi. C’è urgenza di avere una nuova classe dirigente!

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La “ questione meridionale ” è un problema politico-sociale a livello nazionale che risale agli inizi del Novecento.
Oggi, tra l’opinione pubblica meridionale e nazionale è diffusa una sorta di rassegnazione che afferma la convinzione che ormai si possa fare ben poco per invertire radicalmente queste tendenze negative.
Purtroppo, è un concetto oramai diffuso anche all’interno della classe dirigente meridionale.

Per anni, in molti hanno sperato che ci fosse una luce in fondo al tunnel, ma sembra quasi che agli insuccessi del Mezzogiorno non ci sia nessuna possibilità di rispondere positivamente.
Se il Sud non è riuscito ad alzarsi e camminare, quindi, potremmo definirlo un malato inguaribile?
Questa malattia è causata anche dalla disinvoltura con cui alcuni governi hanno ritenuto di poter destinare ad altri usi risorse che spettavano al Mezzogiorno.
Dobbiamo trasformare la crisi in una possibilità di rilancio evitando di continuare a difendere il Sud ridimensionando le sue difficoltà e soprattutto esaltandole, quasi per spirito di vendetta.

L’articolo 3 della Costituzione Italiana – “ […] E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […] ” – deve far interpretare la questione meridionale come questione nazionale.

Il Sud ha bisogno di una mobilitazione che parta dal basso della società, che possa servire ad eliminare il familismo, l’individualismo e la tendenza di scaricare su altri ogni responsabilità.
La piena mobilitazione l’avremo solamente quando tutte le risorse culturali e produttive non si accontenteranno di premi di consolazione.

E la classe dirigente meridionale come prenderebbe un ipotetico cambiamento del Mezzogiorno?
Quest’ultima, sicuramente, non vedrà con simpatia questo cambiamento ma non possiamo permetterci di continuare a scaricare le colpe sulla politica. Ha le sue colpe, ma scaricare tutto su di essa farà occultare le vere ragioni dei problemi.
Ci siamo mai chiesti come la classe dirigente vede il futuro del Sud e quali strategie e politiche, intende adottare per risollevare le sorti del Mezzogiorno?
Durante la crisi l’attenzione verso il Meridione è stata nulla: questa terra è completamente uscita dall’agenda politica.
E’ sempre prevalsa la visione che il Sud fosse sfruttato dal Nord, ma, in realtà non ha mai provocato nessuna conseguenza politica.
La crisi di partiti e sindacati ha portato alla scomparsa di una classe dirigente meridionale capace di porre la questione meridionale come questione nazionale.
L’economia nel Sud Italia non è mai riuscita a decollare. Le politiche assistenzialistiche dei Governi non hanno fatto molto per ridare slancio ad un territorio che potrebbe ottenere ottimi risultati.
Il progressivo rallentamento dell’economia italiana ha visto riaggravare il divario tra Nord e Sud e ciò ha provocato l’abbandono del Sud Italia per dirigersi verso il nord o Paesi esteri, soprattutto da parte di giovani.

Altra nota rilevante è la Sanità. I cittadini del settentrione spendono in media 1.961 euro a testa per la sanità pubblica, quelli del Sud 1.799 e quelli del Centro 1.928 euro. Insomma, i soldi da sborsare sono più o meno gli stessi, ma c’è un divario qualitativo di assistenza sanitaria. Questo divario è causato soprattutto dal turismo sanitario.
La risposta politica alla crisi è stata il taglio della spesa pubblica che ha inciso negativamente sul Mezzogiorno rispetto al resto della penisola.
Il taglio ha colpito soprattutto il welfare e la spesa sociale. Seppur tagli a livello nazionale, le regioni meridionali ne hanno risentito maggiormente.

Potremmo rilanciare l’economia del Sud partendo da una nuova classe dirigente e dai giovani?
Ebbene si, l’urgenza oggi è costruire una nuova classe dirigente giovane, ma soprattutto capace e preparata.
Forse il primo terreno su cui rinnovare le classi dirigenti è quello della formazione.
Serve una classe dirigente che riporti il cittadino al centro della vita istituzionale e che possa renderlo partecipe il più possibile.
Abbiamo bisogno di una classe dirigente che non permetta più che i giovani promettenti debbano lasciare la propria terra per cercare fortuna.
Una classe dirigente che invogli a fare impresa e a investire nel nostro territorio e che tuteli le categorie più fragili della società.
Insomma, una classe dirigente che diventi il mezzo risolutore dei problemi dei cittadini e non il mezzo per fare gli interessi di pochi.

Il Sud deve smettere di lamentarsi e di attendere da altri la soluzione del suo problema: è giunta l’ora di iniziare quel cambiamento, vero, da tanti desiderato.
Il Sud deve trovare in sé stesso le risorse per incominciare a camminare. Per fare ciò serve volontà e coraggio. Non sempre si hanno questi due ingredienti per effettuare un cambiamento.
Il Sud non merita di essere al fondo, a causa di un manipolo di malvagi, che tiene in piedi un sistema per fini di arricchimento personale a scapito dell’incolpevole maggioranza.
E’ necessario ripartire proprio dal Mezzogiorno per dare un nuovo impulso alle politiche di crescita dell’intera penisola.

“ l’Italia sarà quello che il Mezzogiorno sarà “ – Giuseppe Mazzini

Al Sud cambiare si può. Quanto saresti disposto a farlo?

 

Lorenzo Attivissimo 

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