Omicidio Calvi: chi voleva morto il “banchiere di Dio”?

Ricorre oggi l’anniversario dell’omicidio Calvi. Nonostante siano trascorsi quasi quarant’anni, la vicenda, come tante altre in Italia, è ancora avvolta dal mistero. O, per meglio dire, dal sospetto. Le possibili motivazioni per un simile assassinio erano infatti abbastanza lampanti già all’epoca dei fatti. Roberto Calvi si distingueva infatti per le sue amicizie pericolose.

Chi era Roberto Calvi

Classe 1920, milanese doc, Calvi aveva alle spalle una brillante carriera presso il Banco Ambrosiano, la “banca dei preti”, e vi ricopriva, all’epoca dei fatti, la posizione di presidente. In quanto tale, intratteneva affari con uomini come Michele Sindona (il responsabile del fallimento della Banca Privata Italiana), Licio Gelli (Maestro della famigerata P2) e Paul Casimir Marcinkus (arcivescovo e presidente dello IOR, la nota banca vaticana). E non mancavano esponenti della politica, mafiosi e addirittura membri deviati dei servizi segreti, italiani e americani.

Siamo in un’epoca di passaggio. Gli anni di piombo volgono al termine, e nel frattempo sulla scena italiana inizia ad affermarsi una nuova idea di potere, sempre più legata al mondo della finanza internazionale. Senza dimenticare che, in piena Guerra Fredda, spostando capitali si può decidere la sorte di interi governi. Ed è proprio tramite la “banca dei preti” che il Vaticano, in quegli anni, appoggia e finanzia realtà come le dittature sudamericane, in un’ottica di contrasto al comunismo.

Con un po’ di impegno, anche il più comune faccendiere poteva diventare estremamente influente, purché mantenesse i giusti rapporti e dimostrasse la propria lealtà. Con il rischio tuttavia di ritrovarsi un giorno appeso sotto un ponte, non appena il castello di carte inizia a crollare.

Il crollo

Questo accadde a Roberto Calvi. Il Banco Ambrosiano entrò in crisi alla fine degli anni ’70; nel ’79 iniziarono le ispezioni su segnalazione della Banca d’Italia, ed emersero via via le numerose irregolarità dell’istituto di credito. Calvi fu arrestato per reati valutari: il “banchiere di Dio” era stato abbandonato dai suoi protettori. I membri della P2 infatti erano stati recentemente  smascherati; per quanto riguarda le protezioni politiche, il pagamento di qualche tangente (a beneficio, tra gli altri, di Bettino Craxi), permise al Banco di rimanere momentaneamente a galla, ma non evitò la condanna al suo presidente.

Messo alle strette, Calvi minacciò di rivelare tutti i segreti che aveva accumulato in saccoccia – ossia nella borsa che portava sempre appresso, e che rappresentava la sua assicurazione contro possibili “incidenti”. Ma non sarà sufficiente.

Le indagini sull’omicidio Calvi

Roberto Calvi trovò la morte a Londra, dove era fuggito pochi giorni prima. Le autorità, in Italia come in Inghilterra, seguirono inizialmente la pista del suicidio. Ma le incongruenze erano troppe, tanto da portare in poco tempo all’annullamento della sentenza inglese. Nei decenni successivi emersero via via le testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia, che indicavano nel “cassiere” di Cosa Nostra Pippo Calò il mandante dell’omicidio Calvi. Secondo questa ricostruzione, il banchiere si sarebbe occupato anche delle attività di riciclaggio di denaro per conto degli ambienti mafiosi. E la mafia, si sa, non accetta di perdere i propri soldi, nemmeno di fronte a una bancarotta.

I processi successivi portarono tutti alla stessa conclusione: Roberto Calvi era stato assassinato. Nonostante questa certezza, tutti gli imputati furono assolti per insufficienza di prove. L’ultima inchiesta terminerà a sua volta in un nulla di fatto, con l’archiviazione del procedimento nel 2016. Anche se la magistratura ha ormai reso noti gli intrecci criminali che si annodavano intorno alla figura del banchiere, le responsabilità individuali restano incerte. Nella vicenda del Banco Ambrosiano, insomma, c’era così tanto sporco, che è quasi impossibile stabilire con esattezza per quale macchia, nello specifico, sia morto il suo presidente.

Una storia senza conclusione

La storia finisce così nel cesto dei tanti misteri italiani rimasti irrisolti, tra depistaggi, coperture politiche, affari sottobanco. Trascinando con sé non solo il cadavere di Calvi, ma anche quello di Emilio Alessandrini (il magistrato responsabile delle ispezioni del ’79, ucciso in un attentato all’apparenza di matrice terroristica, ma dai risvolti poco chiari); di Graziella Corrocher (segretaria di Calvi, morta suicida poche ore dopo aver sentenziato la liquidazione del Banco); di Giorgio Ambrosoli (integerrimo liquidatore della Banca Privata Italiana, assassinato sotto casa); e del già citato Michele Sindona. Si salvò invece Roberto Rosone, vice di Calvi, che, sempre nell’82, sopravvisse a un’imboscata da parte di un membro della Banda della Magliana, restando comunque ferito.

Per non parlare di Emanuela Orlandi, la quindicenne scomparsa da Città del Vaticano nell’83 e mai più ritrovata. Anche il suo rapimento, secondo alcune ricostruzioni, si intreccerebbe con le vicende dei personaggi qui citati, in una matassa di rapporti in cui sembra ormai impossibile ritrovare il filo.

 

Elena Brizio

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