Ordigni inesplosi: la guerra che non è mai finita

 

Quel 9 febbraio sono cadute così tante bombe su Genova dal mare che, se fossero scoppiate tutte, la città sarebbe stata rasa al suolo. Un esempio: una di queste bombe della Marina militare calibro 381 colpì la cattedrale di San Lorenzo finendo, mi sembra, sotto l’altare di destra. E non scoppiò. E così molte altre in tutta la città. Per due anni il Genio ha lavorato ininterrottamente al disinnesco e al recupero degli ordigni inesplosi. Ogni tanto passavano gli altoparlanti: “Aprite le finestre”, perché andavano a recuperare le bombe, le portavano alla diga foranea e, dopo averle svuotate, le facevano scoppiare.

Ancora oggi si trovano in città bombe inesplose

(Don Andrea Gallo, “Io non mi arrendo”).

Un monito per il futuro

Solo negli ultimi giorni sono almeno qualche decina le notizie di ordigni inesplosi ritrovati in Italia e disinnescati e fatti brillare grazie al lavoro degli artificieri dall’Alpe alla Sicilia (e non si fa per dire). Questi residui di un tempo ormai lontano continuano a emergere – anche durante la chiusura recente a causa dell’emergenza sanitaria – come a ricordarci il dramma della guerra; sono un monito a non ripetere le sciocchezze del passato, ma non poche e non irrilevanti sono le ripercussioni nel nostro presente. I ritrovamenti passano il più delle volte inosservati e quando fanno notizia è forse più per il fastidio di dovere – come accade – evacuare un quartiere che per altro. Difficilmente ci si concentra sul significato che questi ritrovamenti possono assumere o spesso lo si fa solo in occasione di eventi tragici.

Le ripercussioni degli ordigni inesplosi oggi

Giovanni Lafirenze, una vita trascorsa nel recupero di residuati bellici, è oggi responsabile del Dipartimento dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra che si occupa degli ordigni inesplosi, attraverso una doppia

Soldati americani alle prese con ordigni bellici

azione di monitoraggio e di sensibilizzazione della popolazione, specie quella giovanile. “Come diciamo sempre nei nostri convegni, la guerra è una cambiale firmata in bianco sia per i vinti che per i vincitori. In Italia e anche all’estero si continuano a spendere soldi per guerre terminate nel 1918 e nel 1945”, afferma.
I costi della guerra li abbiamo pagati e li continuiamo a pagare quindi in termini di vite umane, ma pure di denaro pubblico che ancora oggi dobbiamo destinare alle conseguenze di guerre combattute anche un secolo fa: una circostanza ben più grave delle accise sulla benzina per la guerra di Abissinia – che tanto scalpore giustamente hanno provocato – e da non tenere in scarsa considerazione.

Emerge, infatti, dai dati sul ritrovamento dei residuati bellici, un quadro sconcertante che pochi conoscono: circa 60 000 ordigni inesplosi e quindi ancora attivi ritrovati ogni anno sul suolo – o per meglio dire nel sottosuolo – nazionale, secondo quanto riporta il Ministero della Difesa. D’altronde non dovremmo stupirci se consideriamo che solo durante la Seconda Guerra Mondiale gli alleati anglo-americani sganciarono complessivamente sull’Italia un milione di bombe! Aggiungiamo tutto il resto e in particolare le bombe del primo conflitto e i conti tornano.

Il lavoro dell’ANVCG

La più grave conseguenza però la paghiamo con le vittime di questi ordigni inesplosi: “Dal 2013 a oggi i residuati bellici hanno ferito 50 persone e fatto 6 morti!”, sottolinea sempre Lafirenze che spiega che per questo motivo l’ANVCG si è strutturata attraverso 20 dipartimenti regionali che in tutto il Paese si occupano di studiare e monitorare il fenomeno del ritrovamento di ordigni inesplosi, ma anche di promuovere campagne di sensibilizzazione, attività nelle scuole e convegni. Questa macchina “nasce per volontà del Presidente dell’Associazione Giuseppe Castronovo – egli stesso cieco dall’età di 9 anni a causa di un residuato bellico – a seguito di un grave episodio che ha coinvolto nel 2013 alcuni ragazzi”.

Anche in questo campo, ricorda Lafirenze, il Coronavirus non ha certo aiutato: “In tutta Europa, ma anche in Italia – e pure in Canada e Stati Uniti – durante il periodo di isolamento in casa le persone, non sapendo cosa fare, scavavano nelle aiuole di casa per fare giardinaggio, trovando ordigni”.

Cosa lasciamo dopo di noi

Asiago bombardata, il monumento della Beata Giovanna Maria Bonomo rimasto intatto tra le macerie

Ma quando finirà tutto questo? Probabilmente mai (“il mai umano, naturalmente”, parafrasando il principe di Salina del romanzo Il Gattopardo) perché le bombe saranno ritrovate anche in futuro ogni volta che si smuove la terra un po’ più del solito; magari – si spera – in quantità minore, ma è impossibile pensare che non ci porteremo avanti questo strascico per molto tempo ancora. Un motivo in più per capire che la guerra al giorno d’oggi è anacronistica. Ogni giorno, se scaviamo, pressoché ovunque in Italia, ritroviamo monete, armi, intere ville romane o reperti preistorici, testimonianze più o meno intatte dell’evolversi della nostra civiltà, anche certamente attraverso le guerre. Noi che al Novecento siamo vicini o perché ci abbiamo vissuto o perché ci siamo nati e quindi lo sentiamo dietro la porta, del secolo breve troviamo bombe, ordigni, dolore e distruzione ancor oggi per intere famiglie.

A chi verrà dopo di noi rischiamo di lasciare solo plastica e bombe e, se non invertiamo la rotta, non rovine da ammirare ma le inguardabili macerie prodotte da guerre e cambiamento climatico.

Diego Compagnoni

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