Oscar Wilde: individuo e moltitudini

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Il rapporto tra individuo e società – declinazione della più ampia relazione che intercorre tra il singolo e la molteplicità – è uno dei luoghi teoretici più frequentati della storia della cultura. Dall’antichità all’epoca postmoderna, innumerevoli pensatori hanno sviscerato la questione, fornendo spunti tanto diversi quanto convergenti. Chi si è cimentato sommamente sull’intricato rapporto tra individuo e società è Oscar Wilde, la cui viva voce risuona, altisonante, ancora oggi. Perché, sebbene dissacrante e non immune da sferzanti critiche, si articola in un itinerario libero, evitando con cura ogni forma di opprimente manicheismo. L’artista irlandese, muovendosi tra individui e moltitudini, invita ininterrottamente alla complessità.

Il rapporto tra individuo e società è una questione complessa che, seppur in forme diverse, attanaglia l’uomo da tempo immemore. Attraversando la storia della cultura umana, innumerevoli spunti sul problema campeggiano, più o meno diversi o convergenti. Diversi perché differenti erano le premesse, lo spirito e i problemi del tempo, il panorama culturale, sociale, politico, i codici artistici di riferimento. Convergenti, perché gli spunti sul nodo da sciogliere – il rapporto tra individuo e società – sono accomunati dalla profondissima gittata fornita dalle, seppur divergenti, opere. Che si tratti di Pirandello, Svevo, Dostoevskij o Woody Allen. Di filosofia, letteratura, storiamusica, cinema, pittura, teatro, si tratta di contributi sul tema che allargano prospetticamente l’interrogativo in questione. Chi si è cimentato sommamente sull’intricato rapporto tra individuo e società è Oscar Wilde, la cui viva voce risuona, altisonante, ancora oggi.

E se l’impresa conoscitiva dell’uomo si gioca sul filo dell’asintotica dilatazione di quesiti fondamentali, ogni contributo si fa passo in più di un ininterrotto cammino. Ininterrotto perché mai, del tutto e assolutamente, conclusivo. Ma, al contrario, sempre e comunque in fieri, in ordine alla perfettibilità.

OSCAR WILDE: APPARENZA ED ESSENZA

Scomodo per i tempi – cosa che gli costò, nella dogmatica e vaporosa epoca vittoriana, una condanna – l’artista irlandese dissacrante lo è tuttora. Il rapporto tra individuo e società, per ragioni di contesto, si estrinseca in Wilde anche nell’attraversamento del doppio filo che lega la libera elaborazione del sé e i dettami – a maglie più o meno strette – del paradigma dominante. A tratti soffocante, in età vittoriana, benché – come nota nel corso della sua intera produzione, Wilde – a livello meramente formale. Si tratta di una morale apparente, di un costume di facciata, superficiale, epidermico. Una maschera di stringente, inossidabile, unipolare integrità da mostrare a tutti i costi per sfoggiare una rispettabilità fondata su valori dettati dalle norme sociali.

Si tratta di un messaggio-aspetto che si vuole comunicare, al di là delle reali intenzioni di chi ne è portatore. È la comunicazione dell’apparenza, piuttosto che il disvelamento dell’intima e, in linea di principio libera, essenza. Parametrata sui contorni dell’immagine che si vuole dare, dell’idea che si vuole comunicare sulla base di aspettative ed esigenze della società. In questa cornice, allora, qualunque atto, gesto, simbolo che si discosti dal predefinito Diktat del paradigma culturale dominante, diventa inaccettabile. Pena, il rischio di incorrere in un irreversibile caduta nell’angusto e ostracizzante vortice dello sdegno popolare.

Ma quanto – si chiede, in questo destabilizzante e, tutto sommato, oppressivo stato di cose, l’artista irlandese – gli attori di questo spettacolo sociale, si sentono effettivamente appartenere a quel quadro canonico di valori di cui si fanno portatori? E quanto margine di libera manovra esistenziale ed esistentiva rimane nel recinto di una visione del mondo univoca e, in ultima analisi, fermamente manichea? Ma, ancora, e soprattutto: è possibile l’autenticità in una temperie in cui l’importanza non risiede nell’essere onesti, ma nel chiamarsi Onesto?

THE IMPORTANCE OF BEING EARNEST

Inevitabilmente – data la rarissima diffusione del nome proprio Onesto, in italiano – quest’ultimo periodo può risultare oscuro. Ma è attorno a questo doppio gioco fonico del termine inglese earnest – in italiano onesto, probo, sincero; in inglese, identico nella pronuncia, al nome proprio Ernestche si diparte una delle fondamentali riflessioni di Oscar Wilde sulle tematiche in oggetto. Che si articola in una commedia dal titolo programmatico: The Importance of Being Earnest.

Occorre, en passant, far chiarezza su ciò che programmaticamente Wilde intendeva far emergere a partire da un simile titolo. Lo si è anticipato: il termine inglese earnest rimanda, a livello sonoro, al nome proprio Ernest. Il primo racchiude, nel suo spettro semantico, l’insieme di qualità che un uomo vittoriano doveva imprescindibilmente possedere per essere considerato rispettabile. Il secondo è un nome proprio, più o meno apprezzabile sulla base dei gusti di ognuno. Ma sul piano significativo dei fatti, nulla di meno né nulla di più che un nome proprio. Non, però, per i protagonisti dell’opera in questione di Oscar Wilde.

EQUIVOCI E CHIARIMENTI SUL BINOMIO ERNEST-EARNEST

Immersi ed intrisi del moralismo manicheo tipico dell’epoca vittoriana, dalla prospettiva del letterato irlandese, questi ultimi riconoscono una fondamentale importanza al nome proprio Ernest. In virtù di un equivoco, voluto fortemente da Oscar Wilde nel tentativo di franare – dissacrante – sulla morale tutta facciata della sua epoca. Equivoco di cui i protagonisti dell’opera non sono – né possono esserlo, seguendo il tracciato tessuto da Wilde – consci. E che consiste, brevemente, nell’attribuire il primato assoluto al chiamarsi Ernest, piuttosto che all’essere earnest. Nel riconoscere una precedenza assoluta al nome che nomina, che manifesta una presunta sostanziale essenza, piuttosto che rivolgersi all’essenza di chi del nome è portatore.

Ma per addentrarsi nella proposta di Oscar Wilde – e chiarire l’equivoco orbitante attorno all’equazione-non equazione Ernest-earnest – occorre che si accenni brevemente alla trama.

PERSONAGGI E INTRECCI

I fatti si svolgono principalmente attorno a quattro personaggi, ai quali si affiancano cinque figure niente affatto secondarie. Primo dei quattro a comparire, nella sua ampollosa dimora, è Algernon Moncrieff, presentato dallo stesso Oscar Wilde come amico di John Worthing, «giudice di pace». Algernon, inizialmente, si rivolge al suo amico John, chiamandolo Ernest. D’altronde, come lo avrebbe dovuto chiamare se, fino a quel momento, lo aveva conosciuto come tale?

Ma se mi hai sempre detto di chiamarti Ernest. Ti ho presentato a tutti come Ernest. Se ti chiamano Ernest, tu rispondi. Hai la faccia onesta di uno che si chiama Ernest. Sei l’onestà, anzi, che dico, l’ernestà fatta persona! È del tutto assurdo, da parte tua, dire che non ti chiami Ernest. C’è anche scritto sui tuoi biglietti da visita. Ecco qua.

PRIMA PAUSA RIEPILOGATIVA: JOHN-ERNEST E ALGERNON

Piccola pausa, vista la matassa fin qui scompaginata. John – che finora era conosciuto anche dal suo caro amico come Ernest – è costretto, da un nascente equivoco, a confidare ad Algernon che il suo vero nome sia, appunto, John e non Ernest. Algernon, neanche troppo stupito dalla sconvolgente novità, vuole vederci più chiaro sulla questione. E se nel passo appena citato è utilizzato dal traduttore italiano – Antonio Bibbò – il termine ernestà, è per rendere nella nostra lingua quell’assetto di valori, imprescindibile in età vittoriana, di cui si è già parlato. Qualche cenno sulla questione che diverrà, via via, centrale nell’opera in questione, tracima già da queste poche parole di Algernon. La presunta corrispondenza tra il nome Ernest e l’ernestà. In altre parole, la vuota tesi secondo cui chi si chiama Ernest non può che essere, portandolo nel nome, anche depositario dei valori dell’ernestà.

Alla riflessione di Algernon, Jack non tarda a rispondere. E lo fa anche con una certa nonchalance:

Beh, mi chiamo Ernest in città e Jack in campagna.

Sulla scorta di ciò, da ora in poi – più avanti si chiarirà ulteriormente il perché – chiameremo Jack, rispettando la sua doppia identità. Dunque, Jack-Ernest.

LA QUESTIONE DELLA DOPPIA IDENTITÀ: LA RIVELAZIONE DI JACK-ERNEST

Le parole di Jack-Ernest tradiscono un fatto di capitale importanza: il personaggio possiede un’ingombrante doppia identità. Una sociale, l’altra privata. Algernon, si anticipava, non è affatto sconvolto dalla confessione dell’amico. Sarebbe assurdo, in effetti, pensare ad una reazione tanto pacata se una nostra conoscenza di vecchia data ci dicesse, all’improvviso, di chiamarsi in un altro modo. Cadrebbe, se non altro, un edificio di certezze. Per Algernon, tuttavia, nulla di così clamorosamente scandaloso. Lo aveva sempre pensato che Jack fosse un «bunburista incallito», e ora ne aveva la certezza.




SECONDA SOSTA DI NATURA LINGUISTICA: ALGERNON E IL TERMINE «BUNBURISTA»

Altra breve sosta di natura linguistica. «Bunburista» è il tentativo di italianizzazione del termine inglese bunbury, coniato dallo stesso Oscar Wilde in quest’opera. È assimilabile al significato di fittizio, artificioso, vaporoso. Un’altra traduttrice dell’Importanza, Paola Ojetti, ha tradotto il termine usufruendo del lemma di origine toscana bubbola, ovvero innocua bugia. Nella sua traduzione «bunburista» è reso perciò con «bubbolonista».

Chiarita la questione linguistica, si può tornare sul pacato e tutt’altro che sconvolto Algernon, alla clamorosa notizia appena ricevuta. Perché tale tranquillità? E perché il ricorso ad un termine – «bunburista» – sconosciuto anche a Jack? Non resta che lasciare la parola allo stesso Algernon, che chiarirà – nei prossimi passi – anche il perché del doppio nome di Jack-Ernest:

Tu ti sei inventato un utilissimo fratello minore di nome Ernest così da potertene venire in città tutte le volte che vuoi. Io mi sono inventato un inestimabile amico infermo di nome Bunbury per andarmene in campagna quando mi pare e piace.

JACK-ERNEST E IL BUNBURY DI ALGERNON: UNA DOPPIA IDENTITÀ, UGUALE E CONTRARIA

Svelati i fatti: entrambi, a quanto pare, sono protagonisti di una doppia vita, uguale e contraria. L’uno ha tessuto una doppia identità per potersi spostare in città, spogliandosi delle sue abituali vesti. Jack, infatti, vive in una villa di campagna con Cecily – sua figlia adottiva, di cui Algernon si innamorerà – e la governatrice Miss Prism. Da loro è conosciuto come Jack, integro e premuroso uomo che, di tanto in tanto, è costretto a correre in città in aiuto dello scriteriato fratello Ernest, autore di una vita dissoluta. In realtà – come ha ben intuito anche Algernon – non esiste alcun fratello del personaggio disegnato da Oscar Wilde. Ed è questo il motivo per cui Jack, in città, si è presentato – ed è conosciuto – come Ernest. Per poter vivere libero da quel compasso di valori che lo opprime nella figura di Jack, in campagna.

Algernon ha fatto le stesse cose di Jack-Ernest, al contrario, per potersi liberamente esprimere in campagna e liberarsi dalle noiose faccende cittadine che lo tediano. Tra queste, le cene organizzate da sua zia, Lady Bracknell, madre di Gwendolen, elegante ragazza di cui Jack-Ernest è follemente innamorato.

TERZA PAUSA: IL RAPPORTO DI JACK-ERNEST ED ALGERNON CON GWENDOLEN E CECILY

Terza pausa dal labirintico itinerario in cui Oscar Wilde ci ha gettati. Riassumendo i fatti e, intanto, soffermandoci su quelli che saranno i quattro personaggi principali allo scorrere degli atti della commedia. Jack-Ernest, Algernon, Gwendolen e Cecily. Jack-Ernest è conosciuto dalla sua figlia adottiva Cecily – come da chiunque lo abbia conosciuto in campagna – come Jack. Ma, al contempo, Gwendolen – come chiunque lo abbia incontrato in città – lo conosce come Ernest. E solo in quanto tale, quando Jack-Ernest le dichiara il suo amore, è disposta ad amarlo. Perché? Parola a Gwendolen:

Su di me lei ha sempre esercitato un fascino irresistibile. Perfino prima che ci incontrassimo mi era tutt’altro che indifferente. (Jack la guarda stupefatto). Noi viviamo, spero lei lo sappia Mr. Worthing, in un’epoca di ideali. La questione è trattata di continuo dalle riviste più costose e, mi dicono, ha raggiunto anche i pulpiti di provincia; e il mio, di ideale, è sempre stato amare qualcuno che si chiamasse Ernest. C’è qualcosa nel suono di questo nome che fa pensare all’onestà. Dal primo momento in cui Algernon mi ha detto di avere un amico di nome Ernest, io ho saputo che il mio destino era di amarla.

UN’EPOCA DI VALORI: SOSTANZA E FUMO

Un’epoca di valori, sostiene Gwendolen. Fumosi, si potrebbe aggiungere. L’assunto, già anticipato, per cui – nell’epoca vittoriana, agli occhi di Oscar Wilde, e ben oltre la stessa, guardando dai nostri giorni – l’etichetta precede la sostanza. Al punto tale che Jack-Ernest è “costretto” a costruire una doppia identità per preservare la propria rispettabilità e, al contempo, vivere liberamente sotto falso nome. E che Gwendolen – specchio individuale di un orientamento sociale – si appella agli ideali di un’epoca per cui la sostanza si risolve nell’apparenza. Lo si è detto, lo si ripete. L’importanza non risiede nell’essere in un certo modo, ma nel manifestarlo. In questo caso – concetto portato allo stremo da Oscar Wilde – nel chiamarsi Ernesto, piuttosto che essere depositario di quei valori che il nome dovrebbe, non si sa bene come, serbare.

Tant’è che quando Jack-Earnest prova a confidare, timidamente, a Gwendolen che il suo vero nome sia Jack, lei non lo prende sul serio. Alla domanda posta da Jack, «ma non dici sul serio che non potresti amarmi se non mi chiamassi Ernest, vero?», Gwendolen, infatti, risponde:

Ah! Questa non è altro che una speculazione metafisica e come la maggior parte delle speculazioni metafisiche ha poco o nulla a che vedere con i fatti della vita vera per come li conosciamo noi.

JOHN-ERNEST, GWENDOLEN E LADY BRACKNELL

Si sbaglia, probabilmente, Gwendolen. Visti i fatti oltre le apparenze – oltre, appunto, la fisica – che la riguardano. E se ne accorgerà, attraversando i fatti, attraversando – appunto – la fisica, da un’altra prospettiva. In questa cornice è interessante ricordare come il termine metafisica, in greco non significa esclusivamente oltre la fisica, ma anche attraverso la stessa.

Ma l’importanza dei valori di facciata, dell’integrità di superficie, dell’etichetta che primeggia sulla sostanza, emerge anche all’arrivo di Lady Bracknell, madre di Gwendolen. Donna di valori che sprigiona, senza mezze misure, l’evanescenza di quell’apparato di rispettabilità spumoso a cui fa capo. La figura tracciata da Oscar Wilde è inizialmente contraria alla neo-nata relazione tra Gwendolen e il «non eleggibile» Jack-Ernest. Quando quest’ultimo le racconta le sue umili origini, agli occhi di Lady Bracknell, perde ogni possibilità di poter anelare alla mano della figlia. Ma la selettiva donna vittoriana sarà la stessa che vacillerà di fronte a «sicure possibilità sociali». Giusto a ribaltare paradossalmente la questione – e il suo apparato di valori – quando il discorso la riguarderà:

Ma io non approvo i matrimoni mercenari. Quando ho sposato Lord Bracknell, io non avevo patrimonio di sorta. Ma non mi sono neppure sognata per un attimo di permettere che questo fosse un ostacolo alla mia vita.

QUARTA ED ULTIMA PAUSA

Quarta ed ultima pausa, e virata, sul reticolo intrecciato ad arte da Oscar Wilde. La commedia procede e, sul fronte Algernon, la situazione è la medesima, benché declinata dallo stesso in maniera diversa. Fingendo, infatti, di doversi recare dall’infermo ed inesistente Bunbury, Algernon si reca nella villa di campagna dell’amico Jack-Ernest. Qui incontra Cecily – si ricorda, figlia adottiva di Jack-Ernest – della quale si innamora. Ma, alla quale – e qui l’intreccio si addensa ulteriormente – si presenta come Ernest, fratello (inesistente) di Jack.

Sulla scorta di ciò, da ora in poi – più avanti si chiarirà ulteriormente il perché – chiameremo anche Algernon, rispettando la sua doppia identità. Dunque, Algernon-Ernest.

ALGERNON-ERNEST E CECILY

Caso vuole che Cecily fosse sempre stata innamorata di questo misterioso ed ineffabile Ernest, al quale aveva scritto innumerevoli lettere d’amore. Spingendosi, addirittura, a fingere una tormentata storia con tanto di risposte di Ernest redatte ad arte ed una parimenti inventata rottura tra i due. Quando questi si incontrano, però, non possono più lasciarsi: ormai si «conoscono», sosterrà lei! Ma perché questo amore così passionale? E qui, Oscar Wilde, ritorna alla questione dell’apparenza, della superficie, del nome-garanzia. Anche Cecily, infatti, non differentemente da Gwendolen, è fatalmente attratta dal nome Ernest:

Non ridere di me, tesoro mio, ma uno dei miei sogni, fin da ragazzina, è sempre stato innamorarmi di un uomo di nome Ernest. (Algernon si alza, e anche Cecily). C’è qualcosa nel suono di quel nome che fa pensare all’onestà.

IL SOMMO PARADOSSO DELL’OPERA: FINZIONE E VERITÀ

Ora, la trama ricamata da Oscar Wilde continua, non meno intricata di prima. E qui, la promessa recita che non ci sarebbero state più pause. Jack-Ernest tornerà nella sua villa di campagna e qui, si incrocerà con Algernon-Ernest. Arriverà anche Gwendolen, in cerca del suo promesso sposo Jack-Ernest. E qui, troverà Cecily, promessa sposa di Algernon-Ernest. Due Ernest per due donne. Nessun Ernest e le doppie vite di Jack ed Algernon saranno svelate. Entrambi onesti perché si chiamavano Ernest. Quell’«Ernest» che così vanamente avrebbe dovuto garantire la loro rispettabilità. Entrambi Ernest e nessuno onesto. Cade la facciata valoriale di un’epoca di valori.

Eppure, nel sommo paradosso, si scoprirà che Jack – inizialmente presentato come orfano – possedesse origini tutt’altro che umili. E che il suo vero nome di battesimo, fosse proprio Ernest. Nuovo capovolgimento di fronte che si gioca sul filo del paradosso: nel perpetuo mentire, Jack-Ernest aveva detto la verità. Tutti i personaggi, chi più chi meno, dipaneranno i propri crucci e scioglieranno i vincoli rimanenti. La facciata dei valori, delle convenzioni, del primato di opprimenti quanto vane apparenze crolla, ad ogni pennellata di dinamite di Oscar Wilde. È il destino riservato a ogni morale che, pretendendosi assoluta, intende soffocare la vita. Cade una maschera, ma non ci si libera di tutte.

OSCAR WILDE: INDIVIDUO, MOLTITUDINI E POLIFONIA DEL REALE

Oscar Wilde: individuo e moltitudini, non solo per tutto ciò che si è finora attraversato. Non solo per le sferzanti critiche all’ipocrisia delle masse, alla vita che pretende di offendere la vita. Ma anche perché, a ben vedere, l’impianto strutturato da Oscar Wilde, non è mai, e per alcun motivo, manicheo. A ben vedere, non sussiste alcun meccanismo di beatificazione-demonizzazione tra i personaggi dell’opera. Non ci sono vincitori e vinti, né assolti e condannati. Come evidenzia il già citato Antonio Bibbò:

Se da una parte c’è la condanna evidente della doppia morale pubblica e privata, dall’altro ci sono la comprensione e una capacità di mettere in rilievo i grigi al di là di ogni possibile interpretazione manichea della realtà.

INVITO ALLA COMPLESSITÀ

Allora, Oscar Wilde, probabilmente non propone che un invito alla complessità. E a farsene carico. E a denunciare quegli stati di cose in cui quest’ultima ne esca oppressa, schiacciata, violata, estromessa da un moralismo, in fin dei conti, ipocrita. Tale per cui, chi volesse esprimersi liberamente e nella pluralità che appartiene tanto alla realtà quanto all’uomo, si trova costretto ad una doppia identità. Doppia identità della quale non sono, carsicamente, scevri neanche quei personaggi che del moralismo opprimenti sono portatori. Jack-Ernest, costretto (o no?) a vivere da mentitore seriale, scopre di aver pronunciato nel mentire, solo verità. Diviene allora onesto? È verificata, dunque, la tesi per cui chiamarsi Ernest significherebbe, al contempo, essere depositario dell’ernestà? È la nebulosa, meravigliosa e terribile, della complessità dell’umano e dell’esistenza.

Questo non significa che tutto sia concesso, questione ben più complessa, appunto. E che, in quanto tale, siamo sempre chiamati ad abitare. «La bellezza è un tranello», chiosa Oscar Wilde, «È un tranello nel quale ogni uomo di buon senso vorrebbe cadere».

Mattia Spanò

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