Prisoner 709, CapaRezza: if we look at his face, don’t recognize it

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Prisoner 709 è il settimo e ultimo album di Caparezza, il quale ci aveva già spiazzato con “Museica” al punto da lasciarci in fremente attesa di un colpo di assesto o di definitivo sconvolgimento. Il cantautore pugliese che ha tenuto concerti per celebrare gli anniversari fricchettoni del ’68 ha scelto il secondo.

Un’opera monumentale

Caparezza non ha mai lasciato alcuna persona con il retrogusto del banale, ogni album sia come concept, sia come contenuti ha saputo dare tanto.

Ai tempi di “Museica” la gente sibilava allarmata perché in sporadiche interviste aveva dichiarato che avrebbe lasciato il posto a una narrativa diversa, cinque album per esprimere il proprio pensiero politico erano sufficienti e che era ora di dare voce ad altre esigenze.

E la gente si allarma sempre quando gli viene tolta l’abitudine. Era evidente che il sesto album fosse il giro di boa e che in questo non potevamo aspettarci alcun sogno eretico, né alcuna unità per misurare le dimensioni del suo caos.

Quello che non ci aspettavamo, però, era che scandagliasse uno per uno ogni suo caos e di impacchettarceli di modo che, tutti insieme, ci dessero pugni allo stomaco tanto è il loro potere e la loro bellezza.

Il diario del prigioniero 

Già dal sito è possibile vedere come le cose siano cambiate: tutto, adesso, è Prisoner 709. Mentre prima era un insieme – come ci si aspetta – degli album, della gallery, della bio e del merchandising, adesso è solo il settimo album.

Ed è lì che potete aprire le pagine di Prisoner 709. Nella sezione intitolata così, è possibile leggere i testi. Leggere, proprio come un romanzo o un diario: ogni brano è un capitolo e ogni capitolo ha titolo e sottotitolo. Dopodiché il testo è scritto in prosa, senza metrica che guidi al ritmo.

Ogni capitolo precede il senso del titolo e ogni sottotitolo precede il senso della canzone, per quanto uno possa capire davvero a fondo.




Proprio come un diario, questo album ha una lente introspettiva che non avevamo mai sentito in nessun disco di Caparezza e questo è già il primo elemento che lascia stupefatti. Il prigioniero si racconta e lo fa con tale sincero tormento che non si può non apprezzare quest’opera.

L’atmosfera cupa e seria non ha nulla di ciò che erano i cinque album prima, ma neanche quello che andava accennandosi nel sesto; forse qualcosa di definitivo al quale non avevamo mai potuto pensare e dunque aspettarci da Caparezza.

Michele o Caparezza

Ogni sottotitolo presenta un “aut aut” che contiene alternative simili o completamente opposte; concetti quindi che, se non si avvicinano, vanno in due direzioni diverse.

Dunque come interpretare questi testi? Risposta difficile da dare, d’altronde sono difficili anche da vivere e da ascoltare. Ma piacciono, piacciono tantissimo.

Il sottotitolo di “Prosopagnosia” è proprio “Michele o Caparezza” e dal testo si evince il come e il perché di quello che potremmo ipotizzare essere il dubbio di scelta del rapper, tra chi dei due essere – se persona o ancora personaggio – e che forse è un dubbio che lo tiene prigioniero.

Non sono solo due nomi, ma due vite diverse. Quello che il cantautore ha fatto è stato presentarci Michele nell’unico modo in cui potevamo vederlo: attraverso Caparezza.

Ecco a cosa non siamo abituati, ecco Prisoner 709: non conoscevamo Michele come ci illudevavamo di fare con Caparezza; questo è spiazzante.

Ogni cosa è diversa: la musica, i testi e persino il modo di cantare. Non manca la lente sul mondo che sempre apprezziamo in Caparezza, quando abbiamo bisogno di nuove parole per sfogare la nostra indignazione.

Ma stavolta quello che ci rimane è una risata amara, più amara del sarcasmo satirico, più pesante, perché stavolta la lente sul mondo è sempre quella di un mondo interiore: non la politica, non la società, non un confine o l’altro con il senso comune: noi.

Noi che muoviamo tutte quelle cose appena citate ma che siamo troppo distratti e impegnati in minuzie, persi in un’umanità che perde la sua presa sul mondo – come Atlante – e perde la sua memoria – che migliora, ma solo con un click -. Ci siamo tutti, nessuno escluso, neanche le proprie storture.

Un lungo corridoio (di un carcere)

Dalla prima all’ultima traccia, ogni brano è conseguenziale e legato. Non vale la pena ascoltare l’album mettendo brani a caso, bisogna camminare dall’inizio alla fine in maniera lineare.

Perché dobbiamo avere il tempo di capire perché partiamo da “Prosopagnosia” a “Prosopagno Sia!”, ovvero quello che succede quando attraversiamo un percorso che ci fa perdere completamente cognizione di ciò che eravamo prima di cominciare a camminare.

Prisoner 709 è un album spettacolare. È affannoso, affannato, triste, intenso, cupo, onestissimo, turbante e spiazzante. Nuovo, definitivo. Chissà se ultimo. 

Gea Di Bella

 

2 Comments
  1. Marco Amadei says

    We don’t recognize it*

    1. Gea Di Bella says

      Citando il brano, non ripete il pronome e in realtà nell’inglese parlato non è necessario ripeterlo 🙂

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