Promossi due poliziotti condannati per la “macelleria messicana” alla scuola Diaz

Le immagini del massacro alla scuola Diaz hanno fatto il giro del mondo. Giovani coi volti insanguinati, ammanettati, trascinati via sui furgoni della polizia, le barelle, le pozze di sangue sul pavimento. In seguito ai pestaggi della Diaz, 61 persone vennero portate in ospedale, tre in prognosi riservata, una in coma. Chi non finì in ospedale, venne trasportato alla caserma di Bolzaneto, teatro di torture. Un “lager” dove, tra gli applausi agli aguzzini che “pisciavano addosso” ai ragazzi e le note di Faccetta Nera, si assisteva alla “più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese Occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.




Oggi, alla vigilia del ventesimo anniversario del G8 di Genova, la scuola Diaz e i responsabili dei massacri tornano dolorosamente a far parlare, con una notizia che sembra paradossale. Già, perché non si spiega, davvero non si riesce a capire come sia possibile che  due poliziotti condannati in via definitiva per le gravissime violazioni dei diritti umani durante il G8 di Genova 2001 siano stati promossi dal Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e dal Capo della Polizia Franco Gabrielli.

Condannati per gli eventi alla scuola Diaz oggi promossi

Pietro Troiani e Salvatore Gava erano stati condannati, per i fatti di Genova, a tre anni e otto mesi più cinque anni d’interdizione dai pubblici uffici. Troiani era stato condannato per aver introdotto due bombe molotov all’interno della scuola Diaz, Gava per averne falsamente attestato il rinvenimento. Venne così costruita l’ignobile giustificazione a quella “macelleria messicana” che fu l’irruzione della polizia nell’edificio.

Secondo la Cassazione le loro azioni e quelle dei loro colleghi “hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero” . Ma per la Lamorgese e Gabrielli evidentemente meritavano un premio. E così sono stati promossi alla carica di vicequestore.

La notizia è stata diffusa da Amnesty International, che esprime “sconcerto” per queste promozioni. Secondo Gianni Ruffini, direttore generale di Amnesty International Italia, questa decisione rischia di indebolire la fiducia tra cittadini e forze dell’ordine“in un periodo di grande tensione”. Inoltre ha aggiunto che “queste promozioni suonano come un’offesa alle centinaia di persone che vennero arrestate, detenute arbitrariamente e torturate” durante uno degli episodi più bui della storia del nostro paese.

In Italia, ancora una volta, si sputa sulla memoria delle vittime del G8. Politici e funzionari sembrano essersi dimenticati le parole della Corte dei Conti, che definì l’episodio frutto del “sonno della ragione”. O la sentenza della Corte di Strasburgo. Nel 2015 infatti la Corte Europea dei diritti dell’Uomo condannò l’Italia per le torture della scuola Diaz e di Bolzaneto.

La posizione incerta di Gabrielli

Il Capo della Polizia Gabrielli, in un’intervista a Repubblica qualche anno fa, aveva fatto pubblica ammenda, sostenendo che, se fosse stato al posto di De Gennaro – l’allora capo della polizia-, si sarebbe dimesso. Inoltre aveva dichiarato di essere pronto a mettere “il punto” a tutta la vicenda, dando il suo “contributo”. Qualcuno aveva sperato allora in provvedimenti che potessero riscattare il paese e le forze dell’ordine da un baratro di vergogna. E invece no, le speranze sono state disattese.

Proprio Gabrielli, per il quale “chiedere scusa a posteriori non era bastato”, nel 2017 aveva reintegrato i due poliziotti, attribuendo loro posizioni di spicco. Troiani divenne il Dirigente del Centro Operativo autostrade di Roma e Lazio. Gava fu nominato Responsabile dell’Ufficio di Collegamento Interforze del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia (SCIP) in Albania.




Ma il Capo della Polizia sembra avere un debole per le teste calde. Sempre nel 2017, per esempio, aveva fatto di Caldarozzi -condannato pure lui per i falsi del G8- il numero due della Direzione Investigativa Antimafia.

L’Italia è affetta da “spietata smemoratezza”

In Italia sembra che lo stato dimentichi in fretta, i macellai di ieri sono i dirigenti di oggi. Ma c’è chi non dimentica. Le vittime dei pestaggi alla scuola Diaz e delle torture di Bolzaneto, i manganelli spaccati sulla schiena di Federico Aldrovandi, gli occhi tumefatti di Stefano Cucchi, le ferite sul corpo di Giuseppe Uva. E tanti altri. Troppi. Non sono vittime della violenza di “mele marce”, ma della debolezza strutturale di un paese che non sa giudicare i reati di polizia, del fascismo latente, ma neanche troppo, delle forze dell’ordine, dell’omertà dilagante di un sistema che spesso si schiera dalla parte degli aguzzini.

All’Italia piace voltare pagina. Ma di fronte a una notizia come questa, la memoria riaffiora, cruda, col suo odore di sangue, con le mani alzate in segno di resa, con la voce di chi grida la propria innocenza. E crescono il dolore, la rabbia, la vergogna.

Camilla Aldini

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