Ricostruire la pelle da una ferita aperta

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Scienziati del Salk Institute hanno annunciato uno straordinario risultato nel campo della rigenerazione dei tessuti, sono riusciti a ricostruire la pelle utilizzando direttamente i tessuti di una ferita aperta, una tecnica che potrebbe rendere obsoleta la chirurgia plastica (per il trattamento delle cicatrici) e persino l’attuale tecnica di prelevare pelle dal paziente e farla crescere in vitro per poi trapiantarla sulla ferita. La ricerca è stata pubblicata su Nature.
Innanzitutto premettiamo che siamo ancora abbastanza lontani dalla sperimentazione clinica su pazienti umani, lo studio è stato svolto sui topi.
Attualmente per trattare cicatrici importanti l’approccio è prelevare pelle sana dallo stesso paziente e trapiantarla sulla ferita, in caso di ferite molte estese in cui per il chirurgo è difficile reperire abbastanza pelle è stata sviluppata una tecnica che consiste nel far crescere in vitro la pelle sana prelevata dal paziente per poi trapiantarla sulla ferita, ma quest’ultima tecnica ha alcuni talloni di Achille, il principale è la lentezza del processo, lentezza che in certi casi può minacciare la vita del paziente.



Gli scienziati del team diretto dal professor Juan Carlos Izpisua Belmonte hanno tentato una via completamente diversa, niente prelievo di pelle da far crescere per poi reimpiantare, ma “convincere” il tessuto stesso in una ferita aperta a trasformarsi in pelle sana. Detto così sembra facile ma facile non è, Belmonte e il suo principale collaboratore, il ricercatore associato Masakazu Kurita (i due autori principali della straordinaria ricerca li vedete nella foto) sapevano bene che la chiave per il loro scopo era avere nell’area della ferita cheratinociti basali, delle cellule che hanno un comportamento simile a quello dello cellule staminali e sono in grado di trasformarsi nei vari tipi di cellule dell’epidermide, ma anche trapiantandocele resta il problema che la maggior parte delle cellule nell’area di una ferita aperta, le cellule mesenchimali, non si curano della pelle e sono attive in altri processi (infiammazione e chiusura delle ferite), quindi i ricercatori hanno iniziato a studiare la possibilità di indurre la trasformazione delle cellule mesenchimali in cheratinociti basali senza nemmeno farle uscire dal corpo, direttamente in loco nella ferita. Il primo passo dei ricercatori è stato mettere a confronto i due tipi di cellule, hanno così individuato ben 55 fattori che potevano riprogrammare le une nelle altre, in seguito sono andati per tentativi fino a ridurre la lista a soli 4 fattori su cui intervenire. Il risultato finale è stato che, in topi con larghe ferite, intervenendo su quei quattro fattori si è stimolata la crescita di pelle sana in 18 giorni, pelle sana che col tempo è cresciuta ed è andata a ricongiungersi alla pelle circostante la ferita. In un periodo variabile tra i tre e i sei mesi la pelle sottoposta a vari test (molecolari, genetici e cellulari) si comportava come normale pelle sana.

Fonte immagine: www.salk.edu

Roberto Todini

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