Rincari, prelevare dalla scuola: le scelte di Regno Unito e Italia

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Una recente e corrente pandemia assieme a una recente e corrente guerra hanno reso abissale la crisi economia già esistente in Italia, hanno allargato il bacino depressivo all’Europa, lo hanno espanso contemporaneamente al mondo. Vari Paesi del Vecchio Continente, comunitari dell’Unione e non, stanno adottando simili atteggiamenti per confliggere con i gravi Covid e Russia. Ne succede che, in maniera anche simile, si stanno deteriorando.

I soggetti Italia e Regno Unito sono, a tal proposito, termini del gruppo opportuni da paragonare. Entrambi hanno “donato” ampiamente allo Stato sovietico invaso, poi “negato” altrettanto allo Stato sovietico invasore. Ambedue, di contraccolpo, stanno soffrendo più che si potrebbe l’apprezzamento energetico. Inoltre, a tratti maggiormente nella Repubblica, a tratti maggiormente nella Monarchia, si è “chiuso” o “aperto” contro il Sars-Cov-2. Comunque secondo piani somiglianti e democratici.

Riconstata l’appropriatezza del parallelismo, analizzeremo oggi i loro due modi distinti di affrontare i rincari e l’inflazione. In particolare, lo faremo proponendo un focus sulle scelte ipotizzate per “prelevare” dalla scuola, un settore da cui troppo spesso si attinge per ricreare ricchezza.

UK, divergenze sostanziali: a che costo prelevare dalla scuola?

Nel Regno, realtà che valuteremo per prima, partono da svantaggiati. Là gli insegnanti vengono pagati veramente, onoratamente. E, anzi, li si vorrebbero retribuire in crescendo. Oltre questo, nient’altro di rilevante da rilevare; i sistemi economico-didattici si confermano appaiabili.

Vi sono notevoli confusioni e discussioni nei meriti della questione. I presidi, le unità periferiche che da vicino attuano la gestione docente, le singolarità che sinceramente conoscono le proprie difficoltà, incalzano dichiarazioni allarmanti. Per loro gli alunni dovrebbero entrare in classe solamente tre volte alla settimana. Una rivoluzione, lo sanno, ma una rivoluzione che ritengono necessaria. I fondi, lamentano, non saranno più sufficienti per regolare i conti delle bollette e saldare l’operato dei collaboratori. Credono non se ne possa molto e sostengono sia necessario accettare il cambiamento, il ridimensionamento, la regressione.

D’altro avviso, diversamente ottimistico e deciso, sono le zone dell’alta amministrazione.  Da su, un portavoce del Dipartimento per l’istruzione recita tranquillamente: “Riconosciamo che le scuole stanno affrontando costi maggiori, anche per l’energia e la retribuzione del personale. La settimana a scuola dovrebbe durare un minimo di 32,5 ore per tutti gli istituti tradizionali finanziati dallo Stato. Migliaia di scuole offrono già questa durata della settimana entro i budget esistenti.  Ci aspettiamo che gli attuali piani di finanziamento ne tengano conto”.

Certo è che tra il centro e le diramazioni si vedono e si vivono dei contesti totalmente differenti. Probabile che le scelte definitive corrisponderanno al punto di mezzo delle valutazioni. Non resta che aspettare il divenire e ritrovarci per commentarlo insieme.



Prelevare dalla scuola in Italia: nessuno stravolgimento, tanti accorgimenti

Abbassare la temperatura di un paio di gradi, sostituire le luci di vecchia generazione con quelle al led, educare contro lo spreco, etc. Insomma, ricavare dagli espedienti. Questo è il piano dei presidi italiani.  Niente grandiosità dai pressi del Belpaese, che vuol condurre il suo contrasto a vigore di risparmi e piccole privazioni. Ulteriormente agli sforzi presentati, che verranno operati con dubbia costanza e capillarità, si pensa di rimodulare lievemente l’orario delle lezioni. Per esempio, afferma una dirigente: “Ci stiamo già orientando sull’anticipo delle lezioni pomeridiane alle 14, subito dopo la fine delle lezioni mattutine, per far sì che gli ambienti siano ancora caldi senza la necessità di tenere i riscaldamenti accesi“.

Poi anche tanta teoria pratica, l’ossimoro è esplicativo. “Gli istituti dovrebbero avere l’autonomia di poter accendere e spegnere le caldaie gestendo anche le singole classi.  Una scuola ha decine di aule e non sono sempre tutte utilizzate nello stesso momento“, Cristina Costarelli, presidente dell’Associazione nazionale dei presidi del Lazio, lascia in più domandato con queste sue parole: “Perché non concedere autonomia a ciascuno?”. Chi conosce una città meglio di un suo abitante? Chi conosce una scuola meglio del suo preside?

L’ammissione della libertà resta una scommessa, una puntata sulla responsabilità dei “piccoli”. Chissà che concederla in un Paese (concettualmente) civile sia la decisione vincente.

Italia vs UK: chi difende meglio la didattica?

Non esiste una risposta oggettivamente corretta, ma se ne può dare una personalmente giusta. Sembra che gli italiani tengano alla quotidianità come non ci tengono gli anglosassoni, e che agli anglosassoni, ai presidi anglosassoni, importi limitatamente di rispettare i diritti dei propri giovani. Parlare con la noncuranza sopraesposta delle riduzioni sopracitate non è infatti italiano. Si dica quel che si vuole sul riguardo mancato o sugli investimenti scarseggianti, nello stivale siamo noti per le inadempienze che richiedono iniziative. Non si dica però nulla sulle fatiche, evidenti e inconfutabili, che si stanno realizzando per garantire la spettanza allo studio.  

L’ aggressione alla Dad e il dissidio alle pratiche di “chiusura per Covid” sono dimostrazioni passate. I rimedi suddetti sono dimostrazioni presenti. Quindi, è bene riconoscere i difetti, che sempre contamineranno la nostra “buona scuola”, ma è meglio fissare con positività le manifestazioni d’impegno per il futuro.

Gabriele Nostro 

 

 

 

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