Sessismo nella lingua italiana: donna e le sue accezioni

Un viaggio lessicografico attraverso la discriminazione femminile.

Sessismo nella lingua italiana
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Nella lotta del politically correct contro il sessismo linguistico, siamo ancora sicuri che il dizionario sia uno strumento imparziale?

La maggior parte dei parlanti da per scontato che il comportamento linguistico sia  asessuato e oggettivo. Indipendentemente dal grado di consapevolezza di chi la utilizza, la lingua non è mai neutra, al  contrario prevede scelte di cui l’utilizzatore si rende responsabile. Ciò avviene principalmente perché i legami tra linguaggio e mondo sono da sempre stretti e indissolubili. Ne consegue che se in una società sono presenti degli stereotipi, questi orienteranno inevitabilmente anche il contesto linguistico.

Un valido mezzo di indagine in questo senso è sicuramente ciò che per eccellenza standardizza la lingua: il dizionario. Questo infatti ha una funzione cruciale nell’alimentare e fissare ideologie dominanti o implicite. Nel suo saggio “Les most et les femmes”, la linguista francese Marina Yaguello afferma: 

Il dizionario è una creazione ideologica. Riflette la società e l’ideologia dominante. In quanto autorità indiscutibile e strumento culturale, il dizionario gioca un ruolo di fissazione e conservazione, non solamente della lingua, ma anche delle mentalità e delle ideologie.

Consapevole di questo fenomeno, Fabiana Fusco, docente di Linguistica educativa presso l’Università degli studi di Udine, ha condotto un’indagine sull’immagine femminile odierna. Esaminando il Grande dizionario italiano dell’uso (GRADIT), documento della lingua e cultura correnti, ha analizzato il lemma “donna” e tutte le accezioni e le forme correlate, tracciando una rete lessicale al femminile. 

Il quadro che emerge dalla ricerca della professoressa Fusco è sintomatico della presenza di un forte sessismo nella lingua italiana. Le voci selezionate sono state divise in base alle accezioni fisiche o morali, per la maggior parte appaiono termini offensivi che non hanno corrispettivo maschile. Nella prima categoria, correlate alla figura di donna bella risultano: “bambolina”, “ben equipaggiata”, “biondona”, “pupa”, “fica”, “sventola”. Per quanto riguarda la donna brutta emergono: “zitella”, “chitarrone”, “demonia”, “vecchia scarpa”, “palo”, “racchia”. Anche dal lato caratteriale non viene risparmiata, se timida è “suora”, se disinvolta è “fatale”, “maga”, “navigata”, “mangiatrice di uomini”. 

La denuncia di queste espressioni discriminatorie ha una storia lunga, la cui capostipite è certamente Alma Sabatini. Già negli anni Settanta la saggista aveva esordito con la pubblicazione de “Il sessismo nella lingua italiana”, dando origine a un dibattito infuocato che ancora oggi non si è estinto. Più recentemente infatti la discussione si è concentrata sull’utilizzo del così detto maschile non marcato, ovvero l’uso neutro del genere maschile, che talvolta cela la rappresentanza femminile. Per combattere questa tendenza in nome del politically correct si stanno adottando alcuni metodi come formulazioni neutrali (“persone” al posto di “uomini”) e sdoppiamento (uomini e donne).

Sicuramente apportare effettivi mutamenti ad un codice di significati, ormai fisso e radicato nel passato, risulta alquanto complicato, se non impossibile. La tradizione è dura a morire, tuttavia ciò non dovrebbe impedire una costante presa di coscienza sul valore e la potenza delle parole ogni volta che ne si fa uso.

Anna Barale

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