Notti di fuoco e nessuna passione: la Sicilia in fiamme

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Questa settimana la Sicilia ha preso fuoco. O meglio: è il fuoco che ha preso lei, violentando città e riserve naturali, costringendo ad evacuazioni d’emergenza di adulti e bambini. Ora tutto è nero, incenerito, polveroso. Un po’ come l’animo dei siciliani.

800 focolai riscontrati contemporaneamente. Ottocento, come la canzone di De André che con una parodia descrive un’ideale famiglia altoborghese alle prese con la meraviglia del frenetico capitalismo. E, decontestualizzando, anche io chiedo che qualcuno mi parli di questo tempo, l’astio e il malcontento di chi vive sottovento: chi vive sottovento, nascondendosi? I siciliani che hanno subito questi incendi, o quelli che li hanno appiccati? Io non capirò mai.

800: da Palermo, ferendo Monte Pellegrino e i quartieri di vallata, Addaura, Arenella e Vergine Maria, nomi di imbarcazioni degne di Cristoforo Colombo; alla provincia: Cefalù, Lascari, Bisacquino, Terrasini e Gratteri; fino alle riserve, dai monti al mare: le Madonie, Capo D’Orlando e San Vito. Gli incendi hanno colpito zone abitate, le quali sono state evacuate d’emergenza: a Monreale, a Palermo, un asilo è stato inghiottito, fortunatamente tutti i bambini si sono salvati; a Collesano, sulle Madonie, quattro case sono finite in mezzo alle fiamme, anche in quel caso le tragedie umane sono state risparmiate.

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Monte Pellegrino, Palermo (fonte: Raffaele Franco Photography)

Sono state chiuse autostrade e statali, per impedimenti di varia natura: da roghi, al fumo che impediva la visuale, a detriti di alberi e franature di terreno.

Hanno ferito la Sicilia in un paio di notti, in tutti i modi possibili in cui la Sicilia poteva essere ferita. Hanno distrutto il mare e la montagna, le case e le persone. “Hanno” chi? Chi è stato?

Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi -il quale ha subìto recentemente minacce di stampo mafioso; ma che dico: minacce mafiose di tutto punto- ha detto “l’autocombustione è una favoletta. Prenderemo i responsabili”; a lui si accoda il presidente della regione Crocetta: “c’è un attacco politico mafioso in questi incendi”. Sebbene sia una certezza che serpeggia silenziosamente tra gli abitanti, per la pista dell’incendio doloso la Procura di Palermo sta accertandosi attraverso le investigazioni private.




Ma tutti immaginiamo: l’estate è sempre stata definita di fuoco, certo: 40 gradi all’ombra, ma a parte qualche imprecazione e invocazioni invane a Santa Rosalia, tutto si risolve con un bel tuffo a Mondello e passa il dolore. Qua nessuno crede che sia stata l’estate; semmai è stato un atto di chi ha un inverno celebrale continuo, sinapsi e morale in perpetuo letargo. Ma chi sono? Perché hanno fatto questo?

Un dolore e uno sdegno così grande da sovrastare tutti, davanti alla visuale delle foto che ritraggono Capo D’Orlando, una delle riserve più belle insieme con quella Dello Zingaro, completamente annerita. “La Sicilia non merita i siciliani”, tuona qualcuno. Ci avete ferito, voi che state sottovento.

A voi non è stata insegnata bellezza alcuna, siete dei poveri aridi. Lo diceva Impastato nelle sue poesie, e lo ritrovate facilmente ne “I Cento Passi”, in uno dei monologhi più famosi del film: insegnate la Bellezza alle persone e le salverete dalla paura, dall’ignoranza.
A voi niente, niente è stato dato. E da bravi ignoranti, trogloditi, prepotenti come solo l’ignoranza può partorire una tale ferocia, avete pensato di privare la Sicilia della sua bellezza, così da lasciare il niente, a voi tanto caro e familiare. Perché, poi? Qual è il guadagno? Quali sono i loschi affari che richiedono tanta distruzione, tanto dolore, tanta amarezza?

Per fortuna la Natura trova sempre modo di rigenerarsi, di riprendersi. Il fuoco non è qualcosa che fa paura ad essa. Quello che io mi chiedo e se noi saremo mai capaci di rigenerarci, di avere fiducia; mi chiedo se mai proveremo a salvaguardare, a lottare, a creare bellezza e farla circolare. Ho paura di noi. E molto, molto sconforto.

La Sicilia è divampata in un fuoco che non è passione, non è pietà, non è amore, in notti che non hanno cuore, né senso, né dolcezza. E con lei divampiamo anche noi, soffocati da una nube di sdegno che diventa abitudine che si trasforma in apatia, in anestesia: ma sì, la Sicilia crolla e a nuatri chi ci nni futti.  Infatti, che ce ne fotte?

 

 

La Terra è il Paradiso. L’inferno è non accorgersene.

(G.L. Borges)

 

Gea Di Bella

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